Questo sito contribuisce alla audience di

Il significato di Rén: l'umana benevolenza nei Dialoghi di Confucio

Fan Chi domandò cosa fosse la benevolenza. Il Maestro disse: «Amare gli uomini.» […] (Dialoghi, XII, 22) Nell’immagine è rappresentato il carattere cinese Rén. Esso appare spesso nei[...]

Fan Chi domandò cosa fosse la benevolenza. Il Maestro disse: «Amare gli uomini.» […] (Dialoghi, XII, 22)

Nell’immagine è rappresentato il carattere cinese Rén. Esso appare spesso nei Dialoghi, tuttavia Confucio non ne dà mai una definizione univoca: il Maestro infatti dà sempre una risposta diversa a coloro che gliene domandano il significato, senza mai definirlo, semplicemente cercando di comunicarne il senso.

Gli studiosi hanno variamente tradotto questo carattere con termini come benevolenza, senso di umanità reciproca, amore, virtù, maturità, umana benevolenza, umanità.

Partiamo dall’analisi della composizione del carattere e cerchiamo così di comprenderne il significato: Rén è formato dal radicale “uomo”, nella parte sinistra, e dal segno “due” nella parte destra. Lo stesso carattere ci suggerisce che l’uomo non è solo, ma che è sempre accompagnato. Confucio, infatti, non concepisce l’io come un’entità isolata. Egli ritiene che l’uomo sia tale solo nella sua relazione con gli altri, o in altre parole, che l’umanità di ogni singolo individuo si fondi nel rapporto con la molteplicità degli altri uomini.

Il Maestro Zeng disse: «Il gentiluomo non può essere aperto e risoluto, giacché porta un grave fardello e la Via che percorre è lunga. Se pervenire all’umana benevolenza è il suo fine, non è forse un grave fardello? Se il suo viaggio termina con la morte, non è forse lunga la Via?» (Dialoghi, VIII, 7)

Confucio ci parla di Rén come di un fardello gravoso, che si raggiunge solo dopo aver affrontato difficili imprese.

Il Maestro disse: «L’umana benevolenza è lontana? Basta desiderarla e arriverà.» (Dialoghi, VII, 30)

Nei Dialoghi, tuttavia, appare anche questo passo, che ci pone di fronte a un paradosso. Numerosi studiosi, tra i quali Herbert Fingarette, ci aiutano a comprendere e a chiarire il vero senso di Rén.

Per farlo, è necessario parlare dell’importanza dei Riti degli Antichi (li) per Confucio. Egli era infatti profondamente convinto che, alla nascita, i valori più alti siano presenti in forma grezza in ognuno di noi e che, solo dopo avere appreso gli Antichi Riti, con lo studio e la meditazione, si giungesse a realizzare il Rén. Esso dunque era considerato essere un elemento fondativo insito in ogni uomo, qualcosa che ciascuno di noi sente come necessità interiore, verso cui tendere senza mai stancarsi. Nonostante sia molto vicino, tuttavia richiede molto impegno e dedizione. Esso è perciò un “grave fardello”. Lo si deve coltivare affinché si sviluppi pienamente.

Yan Hui domandò che cosa fosse la benevolenza. Il Maestro rispose: «Col disciplinare se stessi e ritornando alle antiche norme rituali si perviene alla benevolenza. Se per un intero giorno l’uomo riuscisse a disciplinare se stesso ritornando alle antiche norme rituali, il mondo riconoscerebbe la benevolenza in lui. Pervenire alla benevolenza dipende da noi stessi, non dagli altri!» (Dialoghi, XII, 1)

I Riti (li) sono modelli di comportamento da seguire nel relazionarsi con gli altri, a partire dai propri familiari fino ad estenderli verso tutti gli uomini, che conducono all’armonia nella società. Il raggiungimento del Rén rappresenta la dedizione ai li. Ciascuno di noi perviene alla benevolenza in modo unico e diverso dalle altre persone. Tuttavia esso non ha nulla a che vedere con la dimensione interiore intesa in senso psicologico, tutto è infatti sempre riferito al rapporto con il mondo esterno. Rén è un legame morale tra gli uomini. Ogni uomo, seguendo i Riti Antichi, dovrebbe rinunciare a se stesso e dedicarsi agli altri: ecco ciò che Confucio intende per “disciplinare se stessi”.

Il Rén si manifesta quindi nelle relazioni umane, il cui esempio più elevato è dato dal rapporto tra padre e figlio, rappresentato dalla Pietà Filiale, cioè dall’amore e dal rispetto che un figlio nutre per i suoi genitori. La deferenza e il rispetto che si provano verso gli altri sono l’espressione dell’amore umano, che Confucio identifica con il Rén.

L’uomo, partendo da se stesso, disciplinandosi attraverso lo studio, comprende di essere orientato alla benevolenza verso i suoi simili, desiderando solo il bene per se stesso e per gli altri. Ecco ciò che il Maestro esprime appieno con l’adagio: “non imporre agli altri quel che non desideresti per te stesso”. Questa è la strada che Confucio ci esorta a seguire, la Via del Dao.

Ciò che è importante sottolineare, ciò che è fondamentale nella dottrina di Confucio, è che l’uomo si innalzi moralmente, staccandosi dalla dimensione personale intesa come brama di successo e di visibilità. Quella materia grezza di cui alla nascita l’uomo si trova provvisto, va coltivata affinché prenda una forma definita. L’uomo rimane sulla retta Via solo confrontandosi con gli sta intorno, dapprima con coloro che gli sono più vicini, e poi allargando il cerchio verso tutti gli uomini. Perché è solo dal confronto con gli altri che si possono scorgere in sé le tendenze maligne ed estirparle, fino al conseguimento del Rén.

Il carattere Rén può dunque essere definito in tutti quei modi di cui sopra. Tuttavia, ritengo che il suo significato sia espresso appieno con “umanità reciproca”, poiché il termine “umanità” contiene il significato di amore umano, di profonda comprensione che l’uomo sviluppa in sé e poi attua nei confronti degli altri, e la parola “reciproca” rimanda alla reciprocità a cui molte volte Confucio ha fatto riferimento per esprimere il più alto valore, il Rén.

Realizzando la propria benevola umanità ed estendendola alla molteplicità delle persone, l’uomo può davvero giungere al Rén.

(tutte le citazioni sono tratte da “Confucio. Dialoghi” a cura di Tiziana Lippiello, Torino, Einaudi, 2003)