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Shù: la Regola d'oro confuciana nei Dialoghi

«La Via del Maestro consiste nell'agire con la massima lealtà e non imporre agli altri quel che non si desidera per sé; null'altro.»

Il Maestro disse: «Maestro Zeng, lungo la mia Via vi è un filo che tutto unisce.» Il Maestro Zeng rispose: «Capisco.» Quando il Maestro se ne andò, gli altri domandarono: «Cosa intendeva dire?» Il Maestro Zeng rispose: «La Via del Maestro consiste nell’agire con la massima lealtà e non imporre agli altri quel che non si desidera per sé; null’altro.» (Dialoghi, IV, 15)

All’interno dei Dialoghi, vi è un unico carattere ad esprimere la Regola d’oro confuciana, cioè la frase “non imporre agli altri ciò che non desidereresti per te stesso”: Shù. Il carattere Shù, che compare nell’immagine, è composto da due caratteri con significato proprio: nella parte superiore vi è ru, che significa “essere come” e nella parte inferiore vi è xin, il “cuore-mente”. Esso indica quindi un modo di agire che sia in accordo con il cuore-mente.

Shù esprime appieno il rapporto di reciprocità tra gli uomini ed è, per questo motivo, strettamente connesso al Rén, quella disposizione benevola propria di ciascun uomo verso gli altri, che si realizza con lo studio, la disciplina interiore, la pratica dei Riti Antichi e il dominio del proprio lancio egoistico. Gli uomini giungono al Rén anche attraverso l’attuazione della Regola d’oro. Quest’ultima è dunque una componente essenziale per realizzare la virtù più alta.

Leggendo la citazione all’inizio dell’articolo, comprendiamo che la Via proposta da Confucio si realizza anche attraverso l’attuazione di un’altra virtù fondamentale, la lealtà (zhong). “Agire con la massima lealtà” significa agire con fedeltà e dedizione. Nella via che conduce al Rén non basta essere amorevoli con chi ci sta intorno, desiderando per costoro soltanto bene, ma occorre anche comportarsi con lealtà nei loro confronti. La lealtà è una virtù importantissima, che però va posta accanto ad altre virtù, come la sincerità, la Pietà Filiale, la deferenza, la generosità, lo zelo, affinché si giunga alla benevolenza.

È interessante precisare come la relazione tra la Regola d’oro e la lealtà sia stata spesso al centro dei dibattiti degli studiosi, tra i quali Herbert Fingarette, che ha trovato un’analogia tra Shù e le parole di Gesù, precisamente in riferimento al Vangelo secondo Matteo 22, 35-4:

«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?» Gli rispose: «Amerai il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.»

Fingarette ha fatto corrispondere la lealtà al primo comandamento e la Regola d’oro al secondo comandamento.

Tuttavia, non essendoci in Confucio alcun riferimento a una dimensione soprannaturale, ritengo, per quanto riguarda la prima analogia, che essa non sia possibile. Infatti, la lealtà indica un modo di agire che conduca l’uomo, insieme all’esercizio delle altre virtù e a Shù, sulla Via del Dao. Questa Via porta alla realizzazione dell’armonia tra gli uomini. Non c’è quindi alcun riferimento a una divinità.

Ritengo invece che la seconda analogia sia molto appropriata e davvero sorprendente. Anche se, come già abbiamo detto, la dottrina confuciana è tutta rivolta all’uomo, mentre la religione cristiana si sviluppa partendo da Dio, penso che il comandamento «Ama il prossimo tuo come te stesso» esprima pienamente il concetto confuciano «Non fare agli altri quel che non desideri sia fatto a te».

Nonostante questo concetto sia espresso in termini negativi, indica che l’uomo, partendo da se stesso e disciplinandosi attraverso lo studio, comprende di essere orientato alla benevolenza verso i suoi simili, attuando quella amorevole disposizione per cui desidererà soltanto il bene per se stesso e per gli altri. Questo medesimo concetto viene espresso dal comandamento cristiano.

(citazione tratta da “Confucio. Dialoghi” a cura di Tiziana Lippiello, Torino, Einaudi, 2003)