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Rappresentare la Cina attraverso occhi italiani

Per capire quali sono le rappresentazioni più comuni che noi italiani facciamo riguardo alla Cina, bisogna semplicemente chiedersi cosa ci immaginiamo quando pensiamo ad essa. Forse ricordiamo per prima[...]


Per capire quali sono le rappresentazioni più comuni che noi italiani facciamo riguardo alla Cina, bisogna semplicemente chiedersi cosa ci immaginiamo quando pensiamo ad essa.

Forse ricordiamo per prima cosa il grande impero cinese che storicamente ha coinciso con il grande impero romano e poi Marco Polo e coloro che in Cina si sono recati per mercatare oppure per propagare il proprio credo religioso, come i gesuiti. Ci rammentiamo delle sfarzose residenze imperiali, dei tetti a pagoda, dei templi confuciani e taoisti, delle arti marziali come il kongfu e il taiqiquan.

Pensiamo alla grande muraglia, alla grandezza della Cina dal punto di vista geografico, ai suoi miliardi di abitanti; e quindi alle loro caratteristiche fisiche, ai loro occhi a “mandorla”, al colore della loro pelle, ai loro capelli neri e dritti, alla loro bassa statura; al fatto che sembrino instancabili, duri lavoratori e abilissimi commercianti.

Pensiamo allo loro “strana” scrittura, così diversa dalla nostra, fatta di caratteri e non di lettere, e che in origine ogni carattere rappresentava il disegno stilizzato del significato di cui era portatore, mentre poi, nel corso del tempo ha assunto questa forma semplificata; e pensiamo anche allo “strano” suono di questa lingua, alla velocità con cui viene parlata.

E poi ci ricordiamo di Mao Tse Dong, della nascita della Repubblica Popolare Cinese, della Lunga Marcia, della Rivoluzione culturale e degli avvenimenti del quattro maggio 1989 in Piazza Tian’an men a Pechino; quindi di questa grande piazza e della capitale della Cina, ma anche di Shanghai, di Hong Kong, dell’esercito di terracotta a Xi’An e del primo imperatore Qin Shi.

Pensiamo al suo sviluppo economico degli ultimi anni, al suo essere entrata con forza nel mercato mondiale e, ahimè, alle copie e contraffazioni cinesi di prodotti commerciali americani e europei. Ma anche alla bellezza delle sue sete e alla bontà dei suoi the; al riso, alla soia e alle bacchettine che i cinesi utilizzano per mangiare.

Alla celebrazione del nuovo anno cinese, che ogni anno i media ci invitano a seguire, all’oroscopo cinese, al dragone e alla sua danza, alle China Town in Italia e nel mondo, al popolo cinese che poco si apre e si confronta e che si costruisce una piccola Cina in ogni luogo in cui emigra; alla difficoltà di rapportarsi con i cinesi, di comunicare con essi se non si conosce la loro lingua.

Andiamo con la mente alla mafia cinese, a un governo che censura e che non lascia libertà di informazione, al mancato rispetto dei basilari diritti umani, al Tibet che vuole l’indipendenza e alla Cina che reprime le manifestazioni pacifiche con le forze armate. Pensiamo a ciò che i media ci propongono sulla Cina, attraverso i film e i documentari, i telegiornali e i libri.

Queste sono probabilmente le prime immagini che permeano l’immaginario di un italiano quando gli viene chiesto di riflettere su ciò che sa della Cina. Soltanto colui che cercherà di oltrepassare queste prime rappresentazioni e vorrà approfondire la sua conoscenza della cultura cinese, saprà cogliere e capire la vera Cina.