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La televisione spazzatura

una riflessione sulle critiche del Financial Times. Da: Comunitazione.

Alcune settimane fa l’autorevole giornale inglese, il “Financial Times”, ha dedicato un lungo articolo alla situazione televisiva italiana e, mischiando una severa critica a Berlusconi ad un’analisi sommaria dei palinsesti, ha scosso tutto il precario mondo televisivo italiano. Pochi i programmi salvati dalla pesante penna del giornalista inglese (Lerner e  Blob) e feroci sono state le critiche lanciate contro l’intrattenimento in genere sia quello serale che quello domenicale.
Sul banco degli imputati ci sono, secondo il giornale inglese, tutte quelle trasmissioni che speculano sul dolore della gente, che propongono costantemente varietà leggeri, privi di contenuto e di basso profilo televisivo. Non vengono fatte distinzioni fra televisioni pubbliche e private, né vengono risparmiati gli stessi presentatori.
Ai critici e ai censori della spazzatura via etere non pareva occasione più ghiotta per potersi esporre in prima persona nel dibattito sulla qualità televisiva, non riuscendo ad andare al di là di sommarie dichiarazioni di fede alla consorte del nostro illustre Presidente della Repubblica.
Come non si può essere d’accordo con il “Financial Times”. Direi  che quell’articolo ha svegliato il mondo televisivo da quel suo torpore che da troppi anni lo contraddistingue e i cui effetti sono constatabili purtroppo sull’offerta televisiva.

Ma non preoccupiamoci, il risveglio è durato giusto il tempo delle polemiche: una settimana. Il problema è che non si va (e non si è mai andati al di là) della semplice critica, talvolta scandalizzata o talvolta urlata alla televisione e il problema è sempre lo stesso: riuscendo ad innovare poco la televisione, si rispolvera il vecchio e si ripropone la medesima minestra sotto forme diverse. Da “Rischiatutto” di Mike Bongiorno sono passati moltissimi anni, eppure gli stessi format attuali poco riescono a  proporre di nuovo rispetto ai vecchi programmi.
Quel poco che si è innovato o è durato poco o è stato fatto a scapito del buon gusto televisivo: ecco spiegato il ricorso ai format stranieri che risparmia fatica e lavoro agli autori televisivi italiani.
Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire e soprattutto gli inglesi hanno scoperto l’acqua calda. Da quanto non vediamo alla tv un programma che proponga volti nuovi, attori o comici irresistibili, donne che non siano popolari perché in perizoma e reggiseno?
L’analisi del “Financial Times” mi pare dunque corretta anche se necessita di alcune precisazioni. Innanzitutto il chiaro intento politico che, condivisibile o meno, rende meno obiettive le critiche sulla televisione italiana la cui mediocrità non è colpa esclusiva (anche se un pesante “concorso di colpa” c’è!) dell’attuale premier.
Inoltre oltre Manica la situazione della televisione non è tanto migliore della nostra, nonostante l’antica tradizione che i mezzi di comunicazione, la radio prima e la televisione dopo, hanno in questo paese.
Ritorna alla mente il monito del primo mitico direttore della BBC  (inglese anche lui, ma il conflitto d’interessi in questo caso è sopportabile…), che in questi periodi è utile sia al nostro paese che al loro: “L’obiettivo della televisione è quello di informare, istruire, intrattenere”.
In modo serio, mai noioso aggiungo io.

 

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