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Il Polo prepara la dittatura del premier

Perché nessuno possa dire: "io non c'ero, io non sapevo".

L’intervento di Romano Prodi alla riunione in Senato dei capigruppo dell’Unione dell’11 marzo scorso.

Cari amici,

la ragione di questa riunione è particolarmente importante.

E’ all’ordine del giorno del Senato la approvazione di un progetto di riforma costituzionale che cambia profondamente la nostra Costituzione. Il numero degli articoli coinvolti, la quantità di settori della Costituzione toccati, il contenuto delle modifiche sono tali da obbligare a dire che siamo di fronte a un mutamento radicale della nostra Carta costituzionale. Qualcuno anzi, anche con grande autorevolezza, ha parlato persino di una nuova Costituzione.

La Maggioranza intende dedicare all’esame e all’approvazione di questa modifica solo una quindicina di ore: un tempo che toglie oggettivamente ai senatori ogni possibilità di discutere, approfondire, esaminare compiutamente ciò che sono chiamati a votare.
Dopo aver anticipatamente chiuso la fase dell’esame in Commissione ora la Maggioranza pretende che l’Aula del Senato si trasformi in una pura macchina per votare.

Questo è un comportamento così fortemente in contrasto con ogni regola e con ogni rispetto della sacralità stessa che caratterizza la Costituzione, da obbligarci a porre a noi stessi un interrogativo gravissimo.
In che Paese viviamo? Quale è l’idea di Costituzione, di Democrazia, di Convivenza civile che hanno i parlamentari che sostengono questa maggioranza? Essi sono persone che, pur avendo idee politiche diverse dalle nostre, sono come noi, vivono accanto a noi, operano insieme a noi, hanno spesso toni garbati e modi civili, sanno l’importanza delle regole e i grandi valori in gioco.
E dunque, perché si comportano così?
Perché accettano di tenere comportamenti che se dovessimo oggi leggerli sui libri di storia come accaduti in un’altra epoca ci farebbero rabbrividire?
E ancora, mi chiedo: cosa dobbiamo fare noi?
Quali iniziative dobbiamo assumere per dire ai nostri cittadini cosa sta accadendo?
Anni e anni di dibattiti sulle riforme costituzionali hanno fatto sì che l’attenzione su questi temi sia calata e la sensibilità della gente sia diminuita. Le difficoltà che il Paese attraversa possono spingere molti a ritenere che vi siano cose più importanti delle regole costituzionali da tutelare e difendere. Che sia più importante guardare all’economia in frenata, alle tensioni internazionali, alle difficoltà quotidiane piuttosto che a dibattiti difficili su regole lontane.
Noi sappiamo che non è così.
Sappiamo che quello che si vuole fare mina alle fondamenta la nostra convivenza civile, mette in crisi la legalità costituzionale intesa come grande patto comune su cui si basa la convivenza della comunità. Sappiamo che proprio nell’anno in cui si celebra il sessantennale della resistenza e della Liberazione dalle quali è sorta la nostra Repubblica si vuole cancellarne di fatto il frutto più prezioso: quella Costituzione che da essa è nata e sulla quale abbiamo ricostruito il Paese. Sentiamo che non possiamo tacere.
Dunque che fare?, Quali iniziative dobbiamo assumere? Come dobbiamo richiamare l’attenzione di tutti su quello che sta accadendo affinché nessuno domani possa dire che non sapeva e non conosceva? E ancora: come possiamo prepararci alla prossima inevitabile battaglia referendaria?
Quello che sta accadendo dimostra che la maggioranza intende andare fino in fondo nel suo tentativo di cambiare in solitudine e secondo logiche del tutto interne alla maggioranza stessa la nostra Costituzione, la Costituzione di tutti.
Sappiamo dunque che sarà inevitabile per noi ricorrere al referendum, chiamare tutto il popolo a raccolta, chiedere a tutti un atto di orgoglio e, consentitemi, un atto di unione di tutti i cittadini di fronte a tanta protervia.
Ma non possiamo rimandare a domani, alla inevitabile prova referendaria, la nostra più fiera opposizione.
Abbiamo il dovere di reagire.
Deve cominciare per noi, e badate che sono consapevole del peso delle parole che uso, una forte risposta.
Una risposta che deve sempre mantenere una forma democratica, come è nostro costume.
Una forma pacata nei toni e forte nei ragionamenti, come noi crediamo debba essere la azione politica in democrazia.
Ma deve essere una risposta forte, non più confinata solo alle Aule parlamentari o alle iniziative, importantissime di molti amici a noi vicini, e che io ringrazio per quanto hanno fatto, che in questi mesi hanno organizzato su questi temi una prima importante serie di azioni pubbliche.
Quello che sta succedendo è infatti inammissibile.
Pur di far votare in sole quindici ore una riforma che di fatto cambia tutta una Costituzione si imbavaglia l’opposizione consentendole di parlare per non più di un minuto su ciascuno degli articoli da modificare, e si impedisce alla stessa maggioranza di esprimere qualunque opinione che non sia dire sì.
E’ giunto il momento che anche noi, le forze politiche dell’opposizione, unite nell’Unione, assumiamo tutte intere le nostre responsabilità davanti a questi fatti.
Questa è dunque la ragione di questa riunione.
Queste sono le domande fondamentali alle quali dobbiamo dare una risposta.

Personalmente ho più volte detto che credo che le nostre istituzioni debbano essere adeguate ai molti e importanti cambiamenti intervenuti in seguito al vertiginoso aumento dei compiti pubblici.
E’ questo del resto che ha condotto alla necessità di ampliare il ruolo delle regioni e delle autonomie locali e di dare più ampio riconoscimento alle autonomie funzionali e alla sussidiarietà orizzontale.
Il sistema politico saldamente attestato sul modello bipolare giustifica certamente, ed anzi richiede con urgenza, un irrobustimento del ruolo del governo e contemporaneamente un irrobustimento forte del ruolo del parlamento e di tutte le istituzioni di garanzia, prima fra queste il Presidente della Repubblica. Nel sistema bipolare ispirato al principio di una democrazia di governo deve essere riconosciuto un ruolo istituzionale all’opposizione e devono essere rafforzati i poteri di controllo e di sindacato del Parlamento, così come deve essere rafforzato il ruolo della Corte costituzionale, del potere giudiziario e delle Autorità di garanzia, alle quali occorre riconoscere anche formalmente quel ruolo e quel rilievo costituzionale che già oggi di fatto svolgono. Essenziale infine in una democrazia bipolare ispirata al principio del governo della maggioranza assicurare la imparzialità e il pluralismo nell’informazione e in generale nella comunicazione politica, impedendo non solo il conflitto di interessi, il che appartiene alle regole minime del rispetto dello Stato di diritto ma anche il condizionamento di fatto dell’informazione da parte di chi detiene il governo.
A questi punti, da me sempre richiamati, se ne aggiunge ora un altro legato alla approvazione della nuova Costituzione europea.
L’integrazione fra ordinamenti nazionali ed ordinamento europeo impone ormai di considerare l’ adeguamento del nostro ordinamento alla nuova Costituzione europea come un problema di diritto costituzionale interno.
Non sarò certo io, dunque, né saremo noi a negare che vi siano questioni, anche urgenti, di adeguamento delle nostre istituzioni e delle nostre regole, anche di rango costituzionale. E del resto nella scorsa legislatura noi ci siamo assunti la responsabilità di modificare il Titolo V della nostra Costituzione proprio per ampliare ruolo, funzioni e competenze delle regioni e delle autonomie locali in un quadro di consolidamento del ruolo, anche di governo, delle nostre realtà regionali e locali e di avvicinamento delle decisioni pubbliche ai cittadini che ne sono destinatari. Riforma, quella, che certo ha presentato nell’esperienza concreta luci ed ombre e che richiede oggi di essere rivisitata per meglio adeguarla alle necessità di un sistema ben funzionante, ma riforma che io credo giusto difendere. Così come è giusto ricordare che quella riforma, pur adottata solo dalla maggioranza assoluta delle Camere , ha costituito il punto di approdo di una lunghissima riflessione istituzionale che ha caratterizzato tutta la scorsa legislatura e che ha visto sempre un dialogo approfondito con l’opposizione di allora.
Oggi però noi non ci troviamo di fronte a uno sforzo di adeguamento di una parte che non tocca i principi fondamentali della nostra Costituzione. Non ci troviamo davanti ad un onesto tentativo di modernizzare le nostre istituzioni, cercando con buona fede e senso dello Stato il modo più opportuno per rafforzare la nostra democrazia.
Voglio dirlo con pacatezza: noi ci troviamo di fronte a un inaccettabile tentativo di usare la Costituzione come terreno di scambio fra le forze politiche della maggioranza. Ci troviamo di fronte a una maggioranza che dichiaratamente, e talvolta anche impudentemente, considera la Costituzione come una cosa propria, da poter modificare a proprio piacimento e secondo le proprie convenienze.
La stessa accelerazione che in questi giorni si vuole imprimere all’approvazione in Senato di questo testo lo testimonia.
Quello che guida chi vuole che questa riforma sia approvata qui ed ora, con questi ritmi che neanche la più arretrata delle democrazie potrebbe accettare, è una ragione di maggioranza: dare soddisfazione a una componente della coalizione di governo, ed assicurare questa forza politica che il patto di governo è rispettato dai suoi alleati.
La Costituzione come merce di scambio, dunque.
Del resto che sia così lo dimostra il fatto stesso che mentre, per impulso, e vorrei dire per ricatto di una componente della maggioranza, si accelera la approvazione della riforma costituzionale italiana anche a costo di strozzare ogni possibilità di dibattito e di serio esame delle norme proposte, contemporaneamente si rinvia a dopo le elezioni regionali l’esame e l’approvazione della ratifica della Costituzione europea.
Per esaminare e ratificare la Costituzione europea, atto fondamentale per i popoli europei e fortemente voluto dal nostro Paese e dai nostri cittadini, atto la cui rapida ratifica da parte nostra ha un valore simbolico e di esempio anche per gli altri Paesi europei, non c’è tempo e occorre rinviare.
Per la riforma costituzionale italiana, invece, il tempo si trova e la si vuole approvare anche se si schiaccia l’opposizione e si umilia il Paese agli occhi del mondo.
Se poi si pensa che, caso unico nella storia delle Costituzioni, si vuole approvare una riforma che in molte parti fondamentali, quali il nuovo Senato, è destinata ad entrare in vigore solo nel 2011 non si può che provare un moto di ribellione a tanta prepotenza.

Di fatto si vuole una nuova Costituzione che frammenta e disarticola il sistema dei diritti sociali fondamentali dei cittadini e proprio per questo esaspera il regionalismo italiano fino al punto di mettere in discussione nei fatti concreti, nella quotidianità di tutti i giorni, nei diritti sociali che i cittadini sentono più importanti quali il diritto alla salute e all’istruzione, l’unità nazionale.
Unità nazionale, infatti, significa prima di tutto unità di diritti e di doveri. Nelle società contemporanee, che fondano la cittadinanza stessa sui diritti sociali non meno che su quelli di libertà individuale, la solidarietà nazionale è la dimensione moderna della stessa unità nazionale.
Dunque un decentramento, o se volete uno pseudofederalismo che mette in crisi la nostra stessa unità di popolo e di nazione.
Contemporaneamente però, sul versante del governo e dello Stato questa riforma introduce un fortissimo accentramento, che, attraverso una utilizzazione tutta politica ma senza limiti dell’interesse nazionale, mette nelle mani della maggioranza parlamentare e del governo ogni effettiva leva di comando.
Questo è un accentramento che presuppone uno stato di perenne tensione del sistema, una sorta di crisi istituzionale permanente nei rapporti tra Stato e gli altri livelli di governo o, almeno, la possibilità di una minaccia continua.
Tutto il contrario di quello che è necessario per garantire un ben oliato e corretto funzionamento dei moderni sistemi di democrazia basati su una pluralità di livelli di governo.

Vi sono altri due grandi pericoli in questa riforma:
Il primo è il rafforzamento della figura del Presidente del Consiglio e del suo governo all’interno di un sistema nel quale contemporaneamente si indeboliscono tutte le istituzioni di garanzia e non si crea nessuno dei contrappesi che, a cominciare dal ruolo del Parlamento e da quello dell’opposizione in Parlamento devono caratterizzare invece un sistema ben funzionante di democrazia governante.
In queste condizioni è vero che, come è stato detto, si rischia il Primierato assoluto e cioè una forma di governo che vede tutto incentrato intorno al ruolo del Presidente del Consiglio senza che vi sia alcun altro potere capace di esercitare un significativo ruolo di contrappeso.
Lo stesso indebolimento del Presidente della Repubblica è in questo contesto emblematico.
Limitando fino a sopprimere il ruolo di arbitro del conflitto politico che oggi il Presidente della Repubblica svolge nel nostro sistema costituzionale e indebolendo il ruolo della Corte costituzionale non si rafforza solo il governo: si rischia di creare la dittatura di maggioranza. Una dittatura di maggioranza che in un contesto in cui il Presidente del Consiglio ha sostanzialmente un diritto forte di vita o di morte sulla sua stessa maggioranza rischia di diventare quasi necessariamente una dittatura del Premier.
Ma vi è un secondo e ancora più grave rischio. un sistema come quello che si vorrebbe imporre non può in alcun modo funzionare secondo le regole della legalità costituzionale.
Le inevitabili tensioni tra centro e periferie legate al coesistere insieme di una devolution che disfa l’unità nazionale e un potenziale accentramento che soffoca ogni autonomia; le inevitabili tensioni tra Camera e Senato, costruite come due collegi di diversa natura e diverse competenze, antagonistiche tra loro fino al punto di richiedere un articolo sulla formazione delle leggi lungo più di una circolare ministeriale; l’indebolimento complessivo di tutte le strutture di garanzie e di quelle che possono svolgere, come in questi anni hanno svolto, un ruolo fondamentale di collante del sistema complessivo; tutto questo è funzionale a una cosa sola:
per far funzionare questo sistema sarà necessario e inevitabile un fortissimo accentramento politico e una assoluta concentrazione di potere politico nelle mani dell’unica figura monocratica forte esistente nel quadro costituzionale: il Presidente del Consiglio appunto.
Il pericolo più grave si chiama dunque dittatura del Premier. Una forma moderna di dittatura, ma non per questo meno pericolosa. Una dittatura organizzata su una incredibile commistione di rafforzamento del Presidente del consiglio e di indebolimento di tutti gli altri organi costituzionali e che fonda la sua forza nell’inevitabile e permanente conflitto tra centro e periferia e tra periferie che la devolution porta con sé.

Concludo.
Ho detto pochi giorni fa che l’Unione ha in sé tutte le forze che hanno dato vita alla nostra Costituzione e che hanno concorso pur tra tante difficoltà e tensioni a consolidare il nostro quadro istituzionale e la nostra convivenza civile. Ho detto anche che proprio questo ci dà il diritto e il dovere di pensare anche alla necessità di adeguamenti delle nostre istituzioni ai nuovi tempi in cui viviamo. Dico ora però, con tutta la forza che mi è possibile usare, che ora prima di tutto e avanti a tutto abbiamo un dovere essenziale al quale adempiere: fare tutto ciò che è in nostro potere per avvisare il nostro popolo dei pericoli che incombono su di noi. Batterci in ogni modo perché nessuno possa dire domani che non sapeva, che non vedeva, che non capiva.

(11 marzo 2005)