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Paolo Borsellino, una strage impunita

Nuovo processo per l'attentato di via d'Amelio. Da Rivist@.it

Rita Borsellino è solita ripetere “le stragi di Capaci e via D’Amelio sono attentati fotocopia. Ma, mentre sulla morte di Giovanni Falcone, della moglie Francesca e dei ragazzi della scorta è stata fatta completa chiarezza, sull’assassinio di mio fratello non si conosce praticamente nulla”. Per quanto questa affermazione sia assolutamente condivisibile, è necessario puntualizzare che ancora diversi interrogativi circondano la morte di Giovanni Falcone.

Qualcuno, il 23 maggio 1992, quando i killer mafiosi si apprestavano a brindare per festeggiare l’attentato, entrò nell’ufficio del giudice a Roma. Con solerzia fece sparire il diario nel quale Falcone annotava quanto gli accadeva, e questo non fu mai ritrovato, oltre ad un databank ed un computer portatile. Il primo si materializzò nell’abitazione romana del magistrato, con i dati completamente cancellati, mentre l’altro venne ritrovato nel suo alloggio palermitano, con i file letti e maldestramente modificati. Le persone che entrarono nell’ufficio di Giovanni Falcone non erano picciotti delle cosche, ma uomini delle istituzioni, con tanto di tesserino e distintivo di ordinanza.

Paolo Borsellino intuì che dietro la strage di Capaci si celavano le connivenze, i segreti tra mafia e politica. Gli rimasero 57 giorni di vita, consapevole che ognuno avrebbe potuto essere l’ultimo. Anche nell’inferno di via D’Amelio qualcuno mantenne i nervi saldi. Tra i corpi maciullati del giudice e dei poliziotti della scorta, da una borsa, che i testimoni ricordano integra nell’auto blindata, sparì l’agenda di Paolo Borsellino. La vedova del magistrato, Agnese, ricorda che “Paolo da quell’agenda non si separava mai e vi annotava tutto”. In quell’agenda c’erano considerazioni sugli appunti di Giovanni Falcone, riscontri da effettuare sulle dichiarazioni dei pentiti Gaspare Mutolo e Leonardo Messina, iter investigativi sulla spartizione degli appalti.

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