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Un Paese vagamente orwelliano

Intervista a Vincenzo Consolo. A cura di Piero Ricca. Da Centomovimenti.com

I furbastri, gli opportunisti e i venduti oggi pretendono di fare tutto, con ogni mezzo, anche il più disonesto”, così il romanziere Vincenzo Consolo sintetizza la cosiddetta anomalia italiana. “Confido in un cambiamento, ma ci vorranno anni per riparare a tutti i guasti fatti, prima di tutto culturali, e il riscatto non può che passare per una tv pubblica di qualità”. Ecco la sintesi di una conversazione che ho avuto con lui.

Com’è il suo rapporto con i media?
Leggo tre o quattro quotidiani al giorno. Vedo il meno possibile la tv, con la quale non ho mai avuto un rapporto sereno. Ma ora si è toccato il fondo, è il regno della volgarità e della stupidità. Sento qualche volta la radio, ma i conduttori delle rassegne stampa sono spesso personaggi sgradevoli.

E Internet?
Ne sono tagliato fuori. Scrivo a mano o con la mia Olivetti 42. La Rete è l’infinito e mi smarrisce. Ma devo imparare.

Che cosa la infastidisce di più in tv?
Ha espulso il pensiero. L’intrattenimento è avvilente. I dibattiti sono all’insegna dell’insolenza. Il linguaggio è insignificante. I portavoce politici sembrano personaggi alla Orwell, replicanti senza alcun rapporto fra cervello e lingua.

Lei spesso fa riferimento alla “mutazione genetica” della lingua italiana.
L’impoverimento della lingua italiana è contestuale alla trasformazione antropologica degli ultimi cinquant’anni. Una lingua ricca e varia è diventata un linguaggio standardizzato, invaso dall’americanismo e in via di estinzione: il linguaggio della tv.