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Prologo: la professione dell'intellettuale

di Maria Teresa Fumagalli e Beonio Broccheri. Da Golem, l'indipensabile.

E’ in un testo del 1100, nell’autobiografia del filosofo Pietro Abelardo, che possiamo trovare per la prima volta la definizione chiara di un lavoro nuovo e singolare, quello dell’intellettuale. Il lavoro nel mondo antico e fino a quel secolo era per definizione qualcosa che impegnava il corpo, le mani più che la mente: del resto, solo chi non aveva bisogno di lavorare e viveva di rendita poteva studiare e si sentiva dunque veramente “libero”. Ma Abelardo, messo alle strette dal bisogno, in un momento difficile della sua vita, si inventa un lavoro nuovo, l’unico che - dice - è capace di fare: si propone di guadagnarsi il cibo e la casa “lavorando con la mente e la parola”, ossia studiando e insegnando. I suoi allievi, poveri quasi come lui, lo pagheranno per quel poco che possono, spesso con cibo e aiuti materiali.
   Da allora la professione intellettuale si estende e si precisa in quei secoli che dopo il Mille segnano il “decollo dell’Europa”, quando con la città e nella città nasce la divisione del lavoro.
Parliamo dunque dell’intellettuale che - nel significato degli “Intellectuels” solidali con Zola nell’affaire Dreyfus - per secoli, fin quasi a tutto il Novecento, ha avuto un profilo così ben individuabile e orgogliosamente preciso: la questione non è interessante soltanto da un punto di vista storico, perché oggi la figura dell’intellettuale ha assunto contorni sfumati e copre una gamma molto estesa di figure professionali - giornalista, professore, pubblicitario, medico, pittore, orafo, scrittore, architetto, dentista, stilista di moda, astronauta, informatico, responsabile marketing e infine anche maître à penser. Mi domando, ha ancora senso oggi questa definizione?
L’aggettivo “intellettuale” non si applicava nel Medioevo all’uomo: era “razionale” la qualità che definiva tutto il genere umano indicando una potenzialità comune, la capacità di ragionare. Con “intellectualis” si indicava una qualità superiore, un grado in più, ad esempio la conoscenza delle idee distinta da quella “sensibile”, oppure la sostanza intellettuale (anima immortale) opposta al corpo. Intellettuale era chiamato anche il piacere (voluptas) che derivava dallo studio e dalla ricerca, che per alcuni, molto pochi, era permanente e sublime felicità, ben diversa da quella “dei sensi” transitoria e fragile.

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