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Il grande business italiano: le ecomafie

Che bell’azienda florida quella delle ecomafie, un’impresa in grado di inserirsi con forza tra i dieci big dell’industria nazionale subito alle spalle di colossi come Eni, Fiat, Enel e davanti di parecchie spanne rispetto a Finmeccanica, Pirelli o Erg. Da Legambiente.

Dalle parti in cui vivo, in due giorni hanno trovato due discariche abusive, una in un’azienda agricola e una vicino al mare. Allora ho pensato: vuoi vedere che non è un problema solo nostro?
Sentiamo cosa dice Legambiente, nell’introduzione al suo rapporto 2005 

La concorrenza cinese? Non è un problema. Irap, Iva, Irpeg e tutte le altre imposte che gravano sul costo della produzione? Mai state un problema. L’attuale fase di stagnazione e recessione dell’economia? Di sicuro non è un problema, forse è addirittura un incentivo. Che bell’azienda florida quella delle ecomafie, un’impresa in grado di inserirsi con forza tra i dieci big dell’industria nazionale subito alle spalle di colossi come Eni, Fiat, Enel e davanti di parecchie spanne rispetto a Finmeccanica, Pirelli o Erg. In un contesto che ha visto la nostra produzione industriale aumentare soltanto dello 0,9% in un quinquiennio e ha fatto registrare una crescita contenuta dell’intero Paese tra 2003 e 2004 (1,3%) gli affari della criminalità organizzata in campo ambientale recitano il ruolo della tigre.

Qualche cifra? I tradizionali business dell’ecomafia scoperti da Legambiente (cemento, abusivismo edilizio, appalti illegali, traffico di rifiuti, commercio clandestino di opere d’arte, racket degli animali…) hanno generato, nell’anno appena trascorso, 24 miliardi e 600 milioni di fatturato. Tra le industrie italiane un bilancio così, a dieci zeri, ce l’hanno solo l’Eni (58,383 miliardi di fatturato), la Fiat (46,703 miliardi), l’Enel (36,489 miliardi), la Telecom (31,231 miliardi), le ecomafie appunto e la Tim (12,900 miliardi). Le altre a confronto sono cenerentole. Edison ad esempio, al decimo posto di questa classifica, ha un fatturato che è solo un quarto di quello delle imprese criminali. Più dei numeri assoluti impressionano però quelli percentuali. Il fatturato Fiat ad esempio è calato di più di un punto; quello di Telecom è salito di un punto; quello delle ecomafie ha fatto un balzo in avanti da un anno all’altro: 30 punti percentuali, performance che non ha eguali in Italia. E chissà che cedola che avrà distribuito ai suoi azionisti di riferimento che si spartiscono il gruppo: la mafia siciliana, la camorra, la ’ndrangheta, la sacra corona unita.

È questo l’aspetto più inquietante del Rapporto sull’Ecomafia 2005 di Legambiente. L’ecomafia si è fatta impresa, impresa criminale naturalmente, lucra su tutto, si insinua negli appalti pubblici, sfrutta le debolezze del Paese in alcuni settori (la gestione dei rifiuti al Sud è catastrofica ed è un ottimo volano per chi vuole guadagnarci illegalmente), può reinvestire gli utili senza alcuna pressione fiscale, gode anche di insospettati “aiuti di stato”: cos’altro è il condono edilizio se non un incentivo a costruire case fuorilegge e a realizzare una rendita straordinaria col mattone illegale? E come si può definire il ritardo del Parlamento nell’approvare una modifica al codice penale che introduca nel testo i reati contro l’ambiente?

Il decimo Rapporto Ecomafia di Legambiente, realizzato con la consueta collaborazione delle forze dell’ordine, è stato presentato nel corso di un incontro che ha visto la partecipazione di Roberto Della Seta, Presidente di Legambiente, Altero Matteoli, Ministro dell’Ambiente, Paolo Russo, Presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, Piero Luigi Vigna, Procuratore Nazionale Antimafia, Enrico Fontana, responsabile settore Ambiente e Legalità di Legambiente, dei rappresentanti delle forze dell’ordine.

II dossier realizzato da Legambiente è un viaggio nell’Italia aggredita e sfregiata dai fenomeni di criminalità ambientale: i reati sono 25.469 (tre ogni ora), le persone denunciate crescono del 10,4%. Il 49,1% degli illeciti si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

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