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Legge Biagi: dalla precarietà lavorativa a quella esistenziale

Un filosofo e un esperto di diritto ne discutono. Da Dirittolavoro.

L’intervento del filosofo Fabio Bentivoglio

 

Che cosa c’entra la filosofia in un dibattito sulla  Legge 30, cioè sul tema della  riforma del mercato del lavoro? La domanda è legittima, perché la filosofia non si occupa di questioni che riguardano  direttamente il mondo dell’esperienza sociale. Il suo specifico oggetto di studio sono i significati permanenti dell’esistenza umana: attraverso la loro definizione, però,  la filosofia illumina indirettamente anche ciò che nel mondo dell’esperienza sociale assume una particolare importanza per la vita degli uomini.
 

L’essere di cui parla la filosofia è l’essere dell’uomo in quanto tale, indipendentemente dall’epoca storica in cui è calato. Ciò non significa che la riflessione filosofica si sviluppi  fuori dalla storia, ma piuttosto che essa cerca di cogliere in ogni epoca storica ciò che appartiene alla dimensione immutabile e all’orizzonte di valore della vita dell’uomo. E tutti gli uomini, sempre,  si sono interrogati sul senso della loro esistenza: a questa domanda di senso la religione ha risposto e risponde con i linguaggi derivati dalle rivelazioni di un dio, la filosofia con i linguaggi propri del pensiero, quindi con i mezzi razionali della ragione.

Ma proprio perché nel cielo della  filosofia si  tematizza e si custodisce il significato e il valore dell’esistenza umana, tutte le volte che nella dimensione storica e sociale si sono determinate situazioni di vita collettiva i cui effetti hanno prodotto una sorta di oscuramento del significato dell’esistenza, similmente agli effetti di oscuramento del cielo prodotti da un’eruzione vulcanica, anche  il cielo della filosofia  ne è stato coinvolto. Quello che intendo dimostrare è che i modi e i tempi del  lavoro così come sono stati  fissati nel quadro della Legge 30 sono una di queste  eruzioni vulcaniche che avrà pesanti  ricadute in termini esistenziali sulla vita delle persone. Non si tratta, è ovvio, solo di una legge, ma del momento conclusivo di un processo più che decennale di deregolamentazione del lavoro,  e di svuotamento della sua funzione sociale così come  si era storicamente determinata nelle società occidentali. Questa è la ragione di fondo per cui la filosofia, oggi, si incrocia con le problematiche poste dall’attuale riforma.
 

Per la nostra analisi prendiamo le mosse da una situazione che ci è familiare: in quali occasioni diciamo di “avere un buon lavoro” o di “essere soddisfatti del nostro lavoro”? Una componente è  la retribuzione, che è condizione necessaria, ma non sufficiente: se ci fosse assicurato un  reddito accettabile per un lavoro che consistesse  nel sostituire ogni giorno, da mattina a sera,  le persone in coda ai più diversi sportelli, potremmo disporre dei mezzi necessari per le spese della vita ordinaria, ma non saremmo certo soddisfatti.

Quel  qualcosa in più   che ci fa giudicare  buono un lavoro, oltre alla retribuzione,  è la gratificazione e la soddisfazione personale, che proviamo  quando il nostro fare ha il doppio predicato dell’utilità sociale e del riscontro positivo nel quadro delle relazioni entro cui operiamo. All’interno di queste coordinate emerge la parte migliore di noi, quella creativa e dell’impegno, che mobilita con generosità  le nostre risorse fisiche e psichiche, e che fa avvertire di meno anche la fatica propria di tutti i lavori.
 

Ma il  riscontro positivo e l’utilità sociale del mio fare chiama in causa gli altri, le relazioni con gli altri.    Ciascuno  può sperimentarlo nell’ambito del proprio lavoro: il valore e la qualità del mio impegno  lo vedo riflesso nell’immagine che gli altri hanno di me. Intendendo per “altri” il mondo delle relazioni entro cui opero: non potrei avere la misura del mio valore di medico se fossi l’unico abitante di  un’isola deserta. E’ nel quadro delle relazioni concrete con gli altri che troviamo e definiamo il profilo della nostra identità. Nel sentimento immediato della gratificazione o della delusione, o comunque di tutti quegli stati emotivi che accompagnano la nostra attività lavorativa, troviamo operante una dinamica intersoggettiva  che rimanda al principio costitutivo e fondativo dell’identità: il principio del riconoscimento. Questo è uno dei punti in cui la questione del lavoro incrocia la filosofia. 
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