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Mobbing, una storia allucinante

L'incredibile vicenda di Mario Meucci, esperto di diritto del lavoro ed egli stesso in causa per aver subito mobbing. Da Diritto Lavoro.

La mia storia di Mobbing lunga vent’anni,
di Mario Meucci.

Da Diritto Lavoro

Per dirla con le parole di Gibran, io del lavoro ho sempre nutrito e maturato la seguente concezione, ispirata e finalizzata all’autorealizzazione individuale nel breve periodo di transito su questa terra:
“ Sempre vi è stato detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura.
Ma io vi dico che quando lavorate esaudite una parte del sogno più remoto della terra, che vi fu dato in sorte quando il sogno stesso ebbe origine.
Vivendo delle vostre fatiche, voi amate in verità la vita.
E amare la vita attraverso la fatica è comprenderne il segreto più profondo.
Il lavoro è amore rivelato.
E se non riuscite a lavorare con amore, ma solo con disgusto, è meglio per voi lasciarlo e, seduti alla porta del tempio, accettare l’elemosina di chi lavora con gioia.
Poiché se cuocete il pane con indifferenza, voi cuocete un pane amaro, che non potrà sfamare l’uomo del tutto.
E se spremete l’uva controvoglia, la vostra riluttanza distillerà veleno nel vino.
E anche se cantate come angeli, ma non amate il canto, renderete l’uomo sordo alle voci del giorno e della notte” (Kahlin Gibran, 1833-1931, Il Profeta)
Partendo da questi convincimenti, potrete facilmente sin d’ora immaginare quanto doloroso sia stato per me il “mobbing” che mi è stato inferto nell’azienda di credito ed ente pubblico economico Istituto Mobiliare Italiano, tramite l’inutilizzo prima ed il confinamento nella forzata inattività poi, ad opera dei gestori aziendali ai vari livelli. Ma procediamo con ordine.
Il “mobbing” l’ho subito a 36 anni (a partire dal 1976) ad opera del management e di alcuni colleghi – quindi “mobbing verticale ed orizzontale” assieme - di quello che nell’inserzione del Corriere della sera cui avevo risposto si qualificava un “primario Istituto di credito nazionale” ed è durato 21 anni, fino all’epoca (1997) in cui, per sottrarmi all’inattività e all’emarginazione in cui ero stato confinato, ho aderito ad un piano di “esodi incentivati” e mi sono posto in “pensione d’anzianità” (con una contrazione del reddito, rispetto a quello retributivo, di circa il 35-40% e il sostanziale divieto di cumulo, ex lege, della pensione con redditi di lavoro dipendente o autonomo).
A tale primario Istituto di credito nazionale con sede in Roma ero pervenuto – dopo la laurea con 110 e lode, l’assistentato e l’incarico universitario in diritto del lavoro e la docenza anche presso il centro Studi sindacali Cisl di Firenze (città di nascita e di studi), dopo le esperienze di responsabile nell’area della formazione e delle relazioni sindacali, prima, e di direzione del Personale, poi, rispettivamente in IBM Italia a Milano, nella Esso a Genova e a Roma, nella Federmeccanica a Roma, in Saimp-IRI-Finmeccanica a Padova ed in Liquigas a Milano – a seguito di vincita, in una selezione fra 42 candidati, di una posizione offerta con una inserzione sul Corriere della sera, per il ruolo di “Responsabile delle relazioni sindacali” del suddetto Istituto di credito (implementato, per dissolvere le mie perplessità di ex dirigente d’azienda-direttore del personale, con la “formazione” del personale), che mi offrì il grado di “funzionario” e una retribuzione pari a quella già goduta in precedenza quale “Dirigente d’industria”. Accettai perché ero interessato a rientrare a Roma.

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