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Litigi democratici in Usa

Da "The Nation". Traduzione di Federico Guerrini.

Litigi democratici in Usa

Può sembrare che i conservatori stiano implodendo in questo momento, ma i liberali hanno un serio problema di lungo termine da risolvere. Malgrado l’elettorato sia diviso pressoché equamente, in pratica l’intero governo e la maggior parte dei mezzi di informazione sono controllati da reazionari di estrema destra. Il loro vantaggio, per di più, può solo crescere dato che un sistema di rappresentanza fatto a regola d’arte per favorire le zone rurali e i caposaldi degli “Stati rossi” (in Usa, gli stati conservatori, n.d.t.), associato a una tradizionale ma crescente superiorità nel reperimento di fondi, offre alla destra al potere ulteriori opportunità di cementare le sue conquiste e di perseguirne di nuove.

Secondo gli studiosi dei Nuovi Democratici (e precedenti funzionari di Clinton) Elaine Kamarck e William Galston, autori dello studio The Politics of Polarization, la soluzione per i democratici consiste nello sbarazzarsi della loro base liberale e nell’abbracciare una serie di proposte politiche di stampo conservatore e centrista. Per l’editore del New Republic Peter Beinart, si tratta di espellere chiunque e qualsiasi cosa sia legato all’associazione, Move On, composta da tre milioni di membri che, guarda caso, sembra essere lo strumento più efficace di raccolta di fondi e di organizzazione che i liberali abbiano messo in piedi negli ultimi tre decenni. Entrambe le soluzioni sono non soltanto fuorvianti, ma controproducenti. (Quella di Beinart, per di più, è totalmente impossibile. Come farebbero i liberali a espellere i membri di Move On? Con giuramenti di fedeltà? Macchine della verità? Quale candidato rifiuterà mai il loro supporto? Ed è proprio il momento giusto per i cosiddetti “falchi liberali” di dare lezioni a quelli di noi che avevano ragione riguardo alla catastrofica guerra di George Bush?).

Il ragionamento di Kamarck e Galston, d’altro canto, sembra basarsi pesantemente su un semplice malinteso. Il semplice fatto che i votanti abbiano rifiutato di dirsi “liberali”, non significa che essi respingano le soluzioni di politica liberale. Come ho fatto notare nel mio precedente articolo, in realtà, è vero l’opposto. Kamarck e Galston suggeriscono di cedere proprio sul terreno in cui i liberali sono più forti: le scelte di politica sociale sulle quali i moderni - dichiaratamente moderati - liberali trovano ampio accordo con la maggior parte degli americani, questioni come la sanità, le tasse, la protezione dell’ambiente, regolamentazione, libertà di scelta e perfino la maggior parte delle questioni di politica estera.
In maniera non meno significativa, gli elettori americani spesso danno più importanza al fatto che un certo candidato creda veramente in quello che sta dicendo, rispetto a quali siano questi o quei dettagli della sua politica.

Arrendersi ai conservatori di entrambi gli schieramenti darebbe l’impressione di confermare il devastante motto di spirito di Robert Frost: un “liberale” è qualcuno di così ampie vedute, che in una discussione non difenderà il suo stesso punto di vista.

Per di più, come ogni candidato democratico vi potrà dire, può darsi che tu non ti definisca un “liberale”, ma è così che sarai chiamato, sia dai repubblicani, che dai mezzi di informazione compiacenti. Non è una coincidenza che i sondaggi mostrino come fossero il doppio i votanti che consideravano John Kerry un “liberale”, rispetto a quelli che si autodefinivano tali.

Ciò che serve non è che i liberali sfuggano la passione - o peggio che rivolgano le loro armi contro le proprie truppe - ma che contrattacchino in maniera brillante e strategica. Non c’è un modo semplice per farlo, dati gli impedimenti strutturali, ma di certo l’inizio della saggezza consiste nel fatto di accettare che esista un problema e nel dargli un nome. I liberali devono trovare un modo di colmare il gap fra la fiducia degli americani nella soluzioni liberali e loro volontà di affidarsi ai liberali affinché le mettano in pratica. Sarà un compito dalle molte sfaccettature, ma le sue basi consistono nel trovare un linguaggio che parli sia ai valori degli americani che ai loro interessi, motivando allo stesso tempo la gente ad andare al di là della tossicità del “discorso” politico. Allo stesso tempo, deve trattarsi di un linguaggio che trascenda le politiche identitarie e la gara al vittimismo delle decadi appena trascorse, che hanno indebolito il liberalismo dall’interno e macchiato il suo buon nome fra le classi lavoratrici.

Sotto molti aspetti, è lo stesso compito che deve affrontare il movimento contro la guerra. Una maggioranza significativa dell’opinione pubblica ritiene che la guerra sia stata un grave errore, commesso in malafede. Ma questo non vuol dire essere fiduciosi nella vittoria dei suoi oppositori.
Per guadagnarsi tale fiducia, i contrari alla guerra devono articolare sia una critica che una visione che siano in sintonia con una vasta maggioranza di americani patriottici e con i valori e le credenze liberali. Se i leaders dei movimenti condividono un palco con un pugno di androidi stalinisti dell’organizzazione internazionale Answer e con i loro simili che sostengono, non la pace, ma la dittatura di Saddam, senza dissociarsene, allora i liberali stanno in realtà rafforzando i propri nemici e spargendo i semi della propria impotenza.

D’altra parte, la purezza negli intenti può condurre altrettanto facilmente a una povertà di risultati. Può essere perdente chiedere fedeltà al 100 per cento ai nostri obiettivi e traguardi, senza alcun calcolo basato sul pragmatismo o sull’efficacia. In risposta agli attacchi ai senatori democratici che sostenevano la candidatura di John Robert alla Corte Suprema, il senatore Barack Obama — che vi si opponeva — malgrado ciò affascinò i lettori del popolare weblog Daily Kos con un eloquente monito sul fatto che “il tono di molta della nostra retorica è di impedimento alla creazione di una fattiva maggioranza progressista in questa nazione”.

Se i liberali stanno per raggiungere quest’obiettivo e avantaggiarsi del rifiuto degli americani dell’agenda reazionaria dell’estrema destra, devono prima di tutto trovare un modo di stabilire le basi per una reciproca comprensione mediante un argomentare rispettoso.

Su questo fronte Obama ha spiegato validamente alla blogosfera liberale, a volte troppo accesa, “Quando ci scagliamo contro coloro che condividono i nostri valori fondamentali, solo perché non rispondono ai criteri di ogni singolo punto della nostra ‘lista’ progressista, noi stiamo essenzialmente impedendogli di considerare in maniera nuova i problemi. Stiamo costringendoli in una camicia di forza e forzandoli a discorrere soltanto con i convertiti. Oltre a ciò, con queste prove di ammissione, stiamo minando la nostra capacità di costruire una maggioranza”.

Il senatore Obama, l’incarnazione vivente e parlante del sogno del Dr. King e un eloquente oppositore della prima ora della guerra di Bush–sta indicando così anche la strada per trovare un linguaggio che offra ai liberali una chance di coinvolgere gli americani sul terreno delle loro speranze e dei loro sogni piuttosto che su quello delle loro paure e insicurezze. Lo spazio non consente qui una dettagliata spiegazione, ma leggete il suo saluto d’inizio di giugno al 4 Knox College, che ha avuto larga diffusione, (www.knox.edu/x9803.xml ) e vedete se siete d’accordo.

di Eric Alterman
da The Nation
traduzione di Federico Guerrini

Pubblicato anche su Megachip