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Incubi iracheni per Bush

Dal New York Times. Traduzione di Federico Guerrini.

 




Al di là di come la Casa Bianca voglia rigirarla, il Senato degli Stati Uniti ha epresso un voto di sfudicia sulla guerra in Iraq, la settimana scorsa. Ed era tempo. Il contenuto effettivo della risoluzione, passata con 79 voti contro 19, non aveva alcuna importanza. Il Senato chiedeva al governo di fornire dei regolari rapporti sui progressi in Iraq, ed esprimeva il convincimento che l’anno prossimo ci dovrà essere “un periodo di significativa transizione ad una piena sovranità irachena”. È stato il disperato annuncio di legislatori vincolati alle elezioni per sganciarsi da un disastroso pantano militare. I leader repubblicani, che hanno sostenuto la proposta, hanno argomentato che questo voto ha avuto il valore di rigettare una mozione democratica volta a stabilire dei tempi limite per il ritiro delle truppe americane.





Ma la proposta non sarebbe mai stata sul tappeto se i membri del partito del presidente non avessero sentito l’esigenza di far registrare, in qualche modo, la loro insofferenza della situazione.

L’incubo iracheno più recente, che sembra ogni giorno farsi più vivo, è quello di una violenta frattura del Paese, con il nord curdo e il sud est arabo-sciita che si staccherebbero dal resto, lasciando l’occidente dominato dagli arabi sunniti che diventerebbe una terra di nessuno e un terreno di coltura per i terroristi internazionali. Le conseguenze di una tale scissione sarebbero una terribile guerra civile senza fine, la persecuzione delle minoranze nei nuovi stati, un’alleanza fra gli sciiti e l’Iran, e un completo collasso dell’influenza morale e militare americana nel Medio Oriente.

Nessuno vuole che ciò accada, ma gli americani si devono chiedere ogni giorno se le truppe che stanno rischiando le loro vite in Iraq non stiano facendo nient’altro che posporre l’inevitabile.

L’unica fragile speranza per un esito migliore sta nello sforzo in atto di creare un governo centrale democratico in Iraq. Ci incoraggia la alta partecipazione alle elezioni, compreso l’enorme incremento di votanti sunniti nell’ultimo ballottaggio, e la volontà dichiarata dai funzionari di vertice iracheni e dai capi delle sezioni di fare delle concessioni politiche per mantenere la nazione cucita insieme.

È molto probabile che la maggioranza dei votanti sta semplicemente riempiendo delle schede per garantire la supremazia della propria fazione etnica o religiosa, e che i funzionari stiano semplicemente portando avanti le mozioni con la speranza di soddisfare un minimo gli Stati Uniti, mentre si dedicano ai propri interessi particolari. Ma in questo momento, sia la gente che i suoi capi, stanno raggiungendo almeno il livello minimo di misurazione dei loro progressi. Un ritiro precipitoso a questo punto sarebbe controproducente.

E, se una scaletta è sicuramente da tenere in considerazione, chi davvero necessita dei tempi limite, sono gli iracheni. Il loro governo deve essere ammonito che gli Stati Uniti si aspettano che l’Iraq mostri un veloce, significativo progresso nel prendere garantire da solo la propria sicurezza, e deve dimostrare che non sta semplicemente temporeggiando quando si tratta di garantire la democrazia e i diritti umani.

La costituzione corrente è insoddisfacente, non considera in maniera adeguata la minoranza sunnita e tralascia di fornire alle donne irachene la garanzia di non ritrovarsi peggio sotto il nuovo governo rispetto a quando erano sotto Saddam Hussein. I leader iracheni hanno promesso di cambiarla dopo le elezioni del prossimo mese. Washington deve controllare con attenzione quanto pienamente onoreranno questa promessa.

Il governo dominato dagli sciiti darà una prima prova del suo impegno nel costruire una società giusta e inclusiva, col modo in cui risponderà alla terribile accusa di questa settimana, che i poliziotti membri della potente milizia scita abbiano portato via con la forza degli arabi sunniti e li abbiano torturati in una prigione segreta nel cuore di Bagdad.

Il presidente George W. Bush ha perso la fiducia del popolo americano e del suo stesso partito, sul tema della gestione dell’Iraq. Se la vuole recuperare, deve produrre delle linee guida molto chiare su quello che si aspetta, sia militarmente che politicamente, dal governo iracheno. Se gli iracheni non raggiungeranno questi obiettivi, deve mostrare chiaramente che il prezzo dello sbaglio è il ritiro americano.

Se il presidente mancherà di fare questo, l’opinione pubblica americana ha una propria scaletta. Le elezioni per la Camera e il Senato sono fra meno di un anno.

 
da The New York Times
traduzione di Federico Guerrini

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