Quali sono stati i coreografi e le tecniche che l’hanno influenzata di più?
Questa domanda mi richiama alla mente le immagini di alcuni artisti che solo apparentemente sono estranei alla danza, ma che hanno sostanzialmente cambiato il mio modo di considerare il movimento.
Penso, ad esempio, a Glenn Gould e al suo coraggio di ritirarsi dalle scene a 32 anni per “fare arte in maniera sensata”, come diceva lui; penso all’anticonformismo di Beethoven, penso ai “colpi d’ascia” di Thomas Bernhard, penso a Schopenhauer, a Celan, Eliot, Stravinskij.
Nessuno dei coreografi che ho conosciuto avrebbe potuto darmi di più di quanto mi hanno dato loro. Per me il movimento e il pensiero non viaggiano su binari separati perché sono la stessa cosa.
Dialogare con una persona intelligente mi arricchisce e mi stimola; invece me ne sto alla larga da chi è solo capace di dire sciocchezze, anche se mette in scena spettacoli gradevoli.
Lo spettacolo SoloS-Tokyo, quali temi affronta?
Lo spettacolo si compone di due parti. La prima, SoloS, è un piccolo gruppo di brevi coreografie in cui i danzatori descrivono loro stessi mentre compiono azioni e fanno stranezze tipiche di quando di pensa di non essere visti da nessuno.
Tokyo invece è stato costruito su una traccia sonora composta da voci e suoni registrati all’aeroporto di Tokyo.
L’elemento comune alle due coreografie è la mancanza di elaborazione del vissuto.
Gli eventi si succedono con rapidità e a volte si accavallano quasi come se fossero flussi di ricordi.
A cura di Elettra Cecilia

Elettra Cecilia








