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Pop Art in mostra a Roma

Il carpe diem, l'effimero, la fugacità della vita nella mostra della pop art a Roma

Dal 1956 al 1968 è il periodo che interessa le opere appartenenti alla Pop Art in mostra dal 26 ottobre 2007 al 27 gennaio 2008 alle Scuderie del Quirinale di Roma. La Pop Art è un fenomeno artistico che prende avvio dalla metà degli anni 50 e che ha raggiunto l’apice del successo mondiale durante gli anni 60.
Pop è un termine che rimanda all’inglese popular con precisa connotazione alla cultura e ai mezzi di comunicazione di massa.
Le icone della cultura, dello spettacolo e del fumetto di massa diventano fonte di ispirazione di artisti inglesi e successivamente di artisti negli USA e in Europa, rinnovando così il linguaggio artistico mondiale.

La mostra alle Scuderie del Quirinale a Roma, disposta su due piani, espone le opere di una cinquantina di autori.
Spiccano le opere di Andy Warhol e di Roy Lichtenstein che accentrano su di sè l’attenzione dello spettatore e restano un po’ in ombra e smaterializzate nell’impatto emotivo, le opere degli altri autori.

Un’opera che ci introduce come prima tappa della mostra che ha tono molto provocatorio ed inquietante alla luce dei recenti fatti di cronaca, è “The Pistol” di Roy Lichtenstein. Tragico simbolo di morte, un po’ screditato dalla vivacità dei colori usati tanto da assuregere a giocattolo di plastica usa e getta, ma pur sempre veicolo e simbolo, nell’immaginario collettivo, di morte e violenza nella società post bellica degli anni 50 ma anche emblema della nostra società post-post moderna e contemporanea alla luce delle tragiche e violente notizie di cronaca, sulla violenza nelle strade e negli stadi di calcio, che in questi giorni in Italia hanno allarmato i nostri animi e coscienze di cittadini europei.

In quale Europa?
Forse l’Europa del disagio giovanile e della guerriglia dei tifosi negli stadi che invade con ferocia anche le strade delle città, scontrandosi con le forze dell’ordine, come in una guerriglia di cui sfugge il senso se non quello della violenza fine a se stessa.
The pistol di Lichtenstein pone la nostra attenzione sulla pistola come arma puntata verso lo spettatore come ad aggredirlo, inquiedarlo in un gioco di non-sense dadaista!

Accanto a The pistol è collocata, come in un contrasto tematico, una coloratissima istallazione al neon francese di Martial RaysseProposition to escape:Heart Garden“.
Dal terrore evocato da The pistol, si passa al tema dell’amore evocato dai cuori che si accendono ad intermittenza in luce azzurra, molto spettacolari, spensierati, leggeri, surreali, in un eterno contrasto tra odio-violenza ed amore-erotismo nel classico dualismo eros-thanatos: amore e morte.
Nelle altre opere del percorso espositivo, si esaltano gli oggetti ed i marchi pubblicitari dell’immaginario usa e getta che accompagnano la nostra società dei consumi, emblemi ed enigmi del nostro vivere quotidiano messi in arte in modo ludico, critico, ironico, provocatorio. Tra questi spicca il Marchio della Esso dell’americano Allan D’Arcangelo. Si tratta di un marchio che oggi ormai rientra nella quotidianità nei nostri spostamenti in automobile in cerca di rifornimento di benzina.
Tra gli oggetti d’arte più appariscenti appare il tavolo da ping pong in celeste e bianco, “The ping pong table” di Claes Oldensburg.
Sulla scia dell’effimero e della quotidianità nella nostra società dei consumi, appare “The toaster” di Richard Emilton e il pacchetto di cibi di Claes Oldensburg a ricordarci quanto siamo legati, mentre facciamo spesa nei supermercati, alla pubblicità delle confezioni seriali del cibo come la clamorosa lattina di zuppa Campbell di Warhol.
Molto interessante e di forte impatto emotivo, essendo uno dei territori più noti ai mass media e più amati dal pubblico, le icone dello spettacolo nei ritratti di Marilyn Monroe di Warhol, al “Love wall” di Peter Blake con immagini dedicate all’amore e ancora a Marilyn, al suo sorriso e ai suoi occhi sognanti e pieni di vita, un volto reso celebre e senza tempo dalle fotografie dei giornali d’epoca che appaiono nell’opera d’arte tramite il collage.
Icone storiche di quegli anni come Marilyn, Brigit Bardot, Virna Lisi, Cassius Clay, Elvis Presley.
Molte opere della mostra a Roma sono dedicate anche all’erotismo artistico del corpo, segno tangibile dell’atmosfera culturale degli anni 60 e del suo immaginario collettivo che vede nell’esaltazione del corpo un gesto affermativo di identità sia maschile che femminile, espressa con estrema libertà e senza tabù.
Fermenti culturali ed espessivi, questi, che trovano spazio nelle tele di Evelyn Axell in “Permis dans le deux sens” che esprime, inquadrando il corpo femminile, una sorta di voieurismo maschile reso in tono ludico e frizzante dai colori vivaci, come fosse un fumetto pubblicitario.
Su questo tema c’è anche il suggestivo quadro “Adamo ed Eva” di Enrico Baj, di grandi dimensioni che domina la sala al secondo piano, con colori che esprimono la carnalità e la sensualità del corpo nudo dei personaggi mitici su uno sfondo metropolitano di colori accesi e di blu elettrici tipici dei fumetti e delle riviste.
Le donne pin-up, tanto care all’immaginario del tempo anni 50-60, trovano luogo d’esperssione ed enfatizzazione in “Custom Painting no 5” di Peter Phillips e in “Paysage campetre en quinze tons” di Martial Raysse in cui il corpo umano femminile, nella sua forza erotica, è tutto giocato sul kitsch e sullo stile delle riviste di allora, un corpo sensuale, immerso in colori artificiali, forti, sgargianti, innaturali e tecnologici.

Nella mostra ci sono anche delle opere che dissacrano anche la pittura del passato impressionista fino a quella rinascimentle, con un tono molto ironico fino al distruttivo, come si può vedere in “Leonardo” dove Mario Schifano affronta il ritratto di L. Da Vinci partendo da un suo disegno dell’epoca ma riducendolo a pura lunea ondeggiante e smaterializzata, quasi caricaturale.
Dissacrazione dell’arte passata anche in “Le dejeuneur sur l’herbe” di Manet rivisto da Alain Jacquet che si ispira all’opera di Manet, ma la decontestualizza, la smaterializza in una linea molto marcata e pigmenti ingranditi, che dissolvono quasi tutto il capolavoro di Manet nei soggetti, nelle forme ed atmosfere che sono moderne ed ambientate sul bordo di una piscina ed in abiti e costumi moderni.

Pop Art tra effimero, consumi di massa e realtà post-post moderna, nei suoi toni dissacranti, ci emoziona e a volte ci fa indignare, ci fa pensare, ci fa riflettere se tutto questo movimento d’arte possa esssere considerato vera arte.
Ma come dimenticare il sorriso del volto di Marilyn Monroe, divenuta icona della Pop Art per eccellenza grazie all’arte di Andy Warhol il quale ha ripetuto all’infinito la foto della diva-icona holliwoodiana attraverso continue variazioni di colore?
L’icona di Marilyn infatti resta il ricordo d’arte più bello ed accattivante della mostra perchè l’ha resa indimenticabile, colta nell’attimo in un ricordo senza tempo fino alle soglie del nuovo millennio.
La Marilyn di Warhol è sempre uguale e sempre diversa, enigmatica quasi come la Monnalisa di Leonardo, icona e simbolo di femminilità nell’immaginario collettivo dagli anni 60 fino ad oggi.

Recensione Di Elettra Cecilia

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