
Stefania sottolinea una cosa molto significativa per capire la diversità e la complessità del lavoro di danceability: osserva infatti con tono riflessivo:
Troppo spesso a noi disabili viene offerto un tipo di movimento a senso unico: la fisioterapia, volta a fini riabilitativi e generalmente subita passivamente. C’è anche lo sport, ma non per tutti è praticabile o per mancanza di attrezzature adeguate o per limiti fisici.
Con la danceability siamo tutti alla pari, possiamo tutti partecipare secondo le nostre possibilità e soprattutto seguendo il nostro desiderio, senza nessuna rigida impostazione e con tempi assolutamente personali.
Vedi, io credo che Alito Alessi abbia trovato una formula geniale per insegnare ciò che è importante nella vita: creare rapporti di uguaglianza fra le persone, far star bene gli uni con gli altri e soprattutto trovare un’ unità in se stessi. Vedi, spesso noi disabili siamo vittime di luoghi comuni e forse ce ne facciamo influenzare più di quanto pensiamo. Mi riferisco alla scissione corpo-mente che crea degli esseri spezzati , non delle persone complete.
A proposito del vedere il disabile come un essere spezzato e quindi un frammento di umanità, vorrei fare riferimento a quanto Franco Larocca ci invita a riflettere che rappresenta nodo centrale nell’educazione speciale.
Egli sottolinea infatti (e qui viene spontaneo il rimando alle parole di Stefania) come anche l’educatore speciale lavora con i frammenti, con le parole, i pensieri frammentati dell’autistico, dell’afasico, con i frammenti dei gesti dei sordi, con i frammenti percettivi del cieco, frammenti d’azione, di memoria, di pensieri del debole mentale. Sintetizza evidenziando che i disabili, nell’immaginario dell’uomo della strada, sono considerati “frammenti di umanità”. Al riguardo si può osservare che c’è chi li considera preziosi perché vede in quello scarto l’intero e chi invece li vede come scarti ingombranti e da eliminare. Il frammento non è semplicemente rinvio all’intero, ma è l’intero in senso forte e nell’accettare di esserci ci dovremmo scoprire a nostra volta frammenti.
In conclusione alla sua testimonianza di partecipazione al workshop di danceability, Stefania evidenzia che per lei è stata un’esperienza molto bella perchè l’ha fatta sentire non una testa che si chiama Stefania; non una donna “forte” da ammirare o una “poverina” da compatire, né un bel cervello che gestisce la vita di un corpo mutilato, ma una persona fatta di testa ma anche di corpo, di un corpo che se non è bello, può comunque provare piacere e offrire piacere, un corpo che serve per comunicare, per creare relazioni, per esprimere sensazioni, sentimenti. E tutto questo assume un valore ancora maggiore in quanto non si è trattato di una bella teoria, ma le è stato possibile agire in tal modo all’interno di una piccola comunità .
Stefania conclude, dicendo:
Già, erano anni che non mi muovevo così, anzi credo di non averlo mai fatto. In libertà, con i miei tempi, scoprivo dove appoggiare una mano, quanto lontano potevo metterla dal resto del corpo senza perdere l’equilibrio, oppure perderlo e ritrovarmi in una posizione sconosciuta e trovare il modo di rimettermi seduta. Era quasi un gioco, un gioco che io facevo sul mio corpo, con ironia anche, perché più di una volta mi sono domandata “e adesso come esco di qui?”. Però ero io che giocavo con le mie gambe, con il busto, con il collo, colle braccia, colle mani, le mie mani, il mio collo… e non solo non era frustrante, ma anzi mi divertivo.
Di Elettra Cecilia

Elettra Cecilia








