La danza contemporanea in Italia

Terza parte dell'intervista a Federicapaola Capecchi

Federicapaola Capecchi

Elettra:_ La danza contemporanea in italia….quale futuro ha o potrebbe avere?

Federicapaola Capecchi:_ Argh…devo confessare che rispetto all’Italia sono molto scettica, in crisi. Sono appena tornata da Berlino poi…Non mancano danzatori o coreografi capaci. Ce ne sono. È che non hanno spazi né reali chances. In italia manca, di base, l’investimento nella cultura, nell’arte e nello spettacolo. Sono i soliti discorsi e quindi non inizierò l’orrido elenco. Le piccole gemme di alcuni bandi come quello del Teatro Vascello che nel 2007 ha messo a disposizione una direzione artistica biennale per la danza, come Choreographic Collision, Venezia e poche altre iniziative, per quanto meritorie non bastano a modificare l’andamento delle cose. È fondamentale che ci siano però.

Quindi, veramente, onore al merito. La danza, tutta, in Italia, può avere un futuro importante, che la aiuterà a salvarsi anche dall’assenza di investimento politico ed economico, se tornerà a parlare davvero e direttamente alle persone. Se instaurerà una comunicazione umana.

Tempo fa scrissi un reportage sul perché “spopolava” il teatro di narrazione e le trasmissioni come Report o Paolini in Televisione…(si perché in Italia, tra le altre cose, difficilmente campi facendo solo la danza ed io, di secondo mestiere, per pagare tutte le onerose spese in questa società, faccio la giornalista freelance) ed uno dei grossi nodi da risolvere per la danza contemporanea in Italia è proprio in quel motivo semplice: la narrazione ha successo perché parla direttamente alle persone.

Le persone vogliono riconoscere e riconoscersi, cercano un legame, vogliono riscoprirsi comunità, ache solo per un attimo. Se la danza farà questa fatica, di voler ricreare quel legame ogni volta, di rifondare, anche microscopicamente, una comunità, avrà un buon futuro.

Come dice Elio De Capitani l’arte scenica, ci vuole una vita, ma quella la si impara, la vera fatica è nel creare un legame, nell’avere una necessità da dire o da condividere.

Oggi, mi duole dirlo, i danzatori/coreografi sono invece soliti prendere grosse distanze dalla comunità: da quella dei colleghi che sono tutti incapaci, da cui guardarsi anziché collaborarvi, da quella dei predecessori e dei maestri dei quali, ogni tanto, nemmeno ci si documenta, dalla comunità del pubblico… “che tanto non capisce, che tanto non si crea per lui ma per se stessi, che tanto a me basta che capisca uno solo e sono contento”.

Follia! Le persone avvertono tutto questo distacco, tutta questa involuzione e incistarsi in, tra, fra, con solo se stessi e il proprio ego. Se la danza comincerà o tornerà a rendere lo spettatore attivo e partecipe, a fargli cercare nel proprio patrimonio di memoria e immagini qualcosa che lo faccia sentire parte integrante di quello che succede, a fargli aprire il suo bagaglio di esperienze e fargli percepire quel momento in cui si è sulla scena come un momento estremamente personale; se comincerà o tornerà a raccontare davvero qualcosa, a segnalare perdite o conquiste, a fare provocazioni, a rompere l’impianto di convenzioni legate al vedere trasformando i suoi interpreti e gli spettatori in esseri immaginativamente attivi…se succederà tutto questo la danza sarà il primo e più usitato linguaggio teatrale europeo e internazionale.

Danza e teatro sono davvero in grado di cambiare lo stato delle cose e il futuro, perché no. Come ho già detto rispondendo alla prima domanda, la danza, il teatro, la musica sono un valore in sé, perché dànno coraggio e speranza ai cittadini, perché possono produrre ricchezza (checchè se ne dica) e soprattutto perché sono l’unico sistema linguistico capace di trasmettere in tempi brevi e in modi efficaci, un’immagine positiva di tutto un sistema sociale e non sol delle sue componenti specificamente culturali. Di questi tempi sarebbe bene ricordarlo.

Elettra:_Parlami della tua esperienza alla Biennale di Venezia.

Federicapaola Capecchi:_ È passato troppo poco tempo, per me, per poterne parlare ampiamente e approfonditamente. Sono tornata a Milano a fine giugno 2008. E sto ancora elaborando tante cose. Lenta la ragazza potrei dire per prendermi un po’ in giro che non fa mai male.
Ho bisogno di molto tempo per elaborare 2 anni di un’esperienza come questa dove sono successe molte cose. Mentre sostengo questo elogio della lentezza posso dirti che Venezia, dall’aprile 2007, è stata un’esperienza formativa, umana e artistica che, sicuramente, ha segnato la mia persona, la mia Compagnia, le mie amicizie e la mia visione di molte cose. È stata un’esperienza importante.

Ogni suo aspetto, positivo e negativo, mi ha insegnato qualcosa, cose da fare e da non fare, coreograficamente e umanamente. Il viaggio di Choreographic Collision è iniziato nell’aprile 2007 quando, con un’audizione tenuta dal Direttore Artistico della Biennale Di Danza Contemporanea, Ismael Ivo, siamo stati selezionati in 18. In quella fase, terminata a luglio 2007, abbiamo approfondito il nostro lavoro/studio di coreografi e danzatori con Ismael Ivo, Reinhild Hoffmann, Jacopo Godani, Ted Stoffer e Mi Na Yoo.

Ci siamo messi in gioco dal primo all’ultimo giorno, tutti, senza mai risparmiarci. Confrontandoci anche con i nostri limiti e i nostri vantaggi cosa che formativamente e creativamente è stata fondamentale.

Poi, nel febbraio 2008, a 4 di noi arriva la comunicazione che siamo stati scelti per proseguire il percorso fino a debuttare all’interno della 6° Biennale di Danza Contemporanea di Venezia con una creazione originale sul tema “Beauty. Art is beautiful!”.

Da marzo 2008 abbiamo lavorato con l’equipe scelta da Collision e Biennale che comprendeva, tra gli altri, un musicista compositore Paki Zennaro, l’assistente di Ismael Ivo, Karl Schreiner e il film director Lutz Gregor. Ci hanno seguito nella creazione, elaborazione e messa in scena. Il risultato doveva essere una performance di massimo 20 minuti. L’esperienza di Venezia, con gli apporti ed eventuali migliorie derivanti da questo biennio pilota, continuo a ritenere sia un progetto importante e coraggioso che deve poter essere proseguito. Sarebbe bello che altri coreografi e danzatori abbiano le possibilità che abbiamo avuto noi.

Choreographic Collision, Viviana Palucci e Manola Bettio, che ne sono le ideatrici, Ismael Ivo col suo investimento in prima persona con noi direttamente e di fronte agli altri, sono stati un passo valoroso e audace, ardito sicuramente in Italia; una forte, spericolata e risoluta fiducia in giovani sconosciuti italiani. Questa per me è cosa da non dimenticare e l’importanza e il senso dell’esperienza Collision-Venezia che viene prima di
qualsiasi altra considerazione possibile…che, direi, fa parte di quella lentezza di riflessione ed elaborazione che ancora mi prendo.

Intervista a cura di Elettra Cecilia

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