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Fabrizio e Alessandro. Insieme in un destino ridicolo...

Storie di uomini e di contrabbando, ma anche di donne. La puttana dal cuore tenero e la bella istriana, un po' meno bonaria. Tracce. Da "Un Destino ridicolo", scritto con Alessandro Gennari, che lo avrebbe seguito nell'aldilà dopo pochi mesi...Un destino veramente ridicolo. In questo brano, versi prestati alla prosa, si riconosce, inconfondibile, la penna di Fabrizio De Andrè.

Capitolo undicesimo

II racconto di Fabrizio
Ti è mai capitato di osservare quei mari in mattutina tempesta dove il confine tra un medesimo grigio di nuvole e d’acqua è segnato dagli spruzzi delle onde rotte? Non dissimile da quel paesaggio era la trama di inquietudini che tormentava il volto di Carlo mentre diceva di un passato non abbastanza antico per sottrarlo ad un violento pulsare di arterie che gli insanguavano i pensieri di rancori e rimpianti, aggrumandosi in briciole di schiuma agli angoli della bocca.
Fu verso la metà di marzo del ‘92, in una mattinata di tramontana fredda e cosi pulita che la città mi apparve con la nitidezza surreale di una diapositiva. Ero appena sbarcato dal traghetto proveniente da Olbia quando mi sentii chiamare:
«Fabrizio!… Cristo, Fà!… Ma guarda te, dopo tanti anni… Fatti vedere, belin, ci hai sempre la faccia un po’ incazzata, ma non sei mica cambiato».
Lui invece lo era, al punto che li per li mi sembrò un estraneo: completamente calvo, con una barba lucida e rotonda, quasi si fosse tolto lo scalpo per appiccicarlo al mento, aveva gli occhi infossati in due sacche gonfie e giallastre, come contenitori di lacrime pronte all’uso. Lo riconobbi dal timbro della voce, nell’accento scanzonato di eterno ragazzo, e dalla giovinezza del naso ancora stretto e affilato come se al sopraggiungere dell’età matura le cartilagini si fossero astenute dal proliferare, risparmiandone il profilo sottile, da uccello di rapina.
«Carletto, cosa ci fai qui?»
«Qui arriva e parte di tutto, sai, un giorno o l’altro…Senti, ce l’hai mezz’ora? Dai che ti porto a casa. Oramai di te leggo sui giornali, una volta ti ho anche visto alla televisione. Eh, tu ne hai fatta di strada, Fà, io invece mi sono perso in un mucchio di sentieri».
«A volte è più eccitante arrampicarsi per i sentieri, Carletto».
«Non dire belinate; dai, vieni, che beviamo qualcosa,ci raccontiamo e passiamo un’oretta a ridere».
Lo seguii più per curiosità che per affetto, e mentre mi strappava di mano la borsa e la immergeva nel cofano di una spropositata Mercedes verde zingaro, mi venne da pensare che proprio la curiosità per un luogo o per una persona, è forse la sola forma d’amore di cui un uomo riesca ad essere onestamente capace. Abitava all’ultimo piano di un palazzo alle Mura degli Angeli, sul crinale roccioso che un tempo divideva Genova da Sampierdarena; un appartamentino modesto per la metratura e l’arredo, ma altisonante nella panoramica veduta sul porto: definitiva premura di quell’intraprendente angelo custode che glielo aveva lasciato in eredità insieme alle moltipllcate sterline. Sedemmo l’uno di fronte all’altro su due divanetti ricoperti in tela di vela, i piedi appoggiati sulla groppa non più fuggente di quello che dovette essere l’antico monarca di qualche remota savana. Mi offri un whisky che lasciai nel bicchiere e se ne versò tre, che bevve uno di seguito all’altro con la smorfia di un sacrificio, come se ingurgitasse delle ostie roventi.
«Ci dai ancora come una volta, eh ? O hai aumentato ?»
«Cosa vuoi che sia. Aveva ragione quella vecchia bagascia della Alda, te la ricordi l’astrologa di Piazza delle Vigne ? Tanti anni fa mi aveva detto che col passare del tempo mi sarei indebolito e avrei potuto cadere vittima di malattie di ogni genere».
« Bella profezia del cazzo ! Hai mai visto un vecchio ringiovanire, o qualcuno cagare al contrario ? E che a differenza di ogni buon vino, un uomo più diventa vecchio e più fa schifo».
«Ah, ah, l’hai detto: prima l’appendice, poi l’ernia del disco, l’anno scorso la cistifellea: ogni anno che passa me ne levano un pezzo, come se mi togliessero un’arma, e io non voglio soffrire, non voglio neanche pensarci a un altro giorno d’ospedale, con quell’odore di tanti saluti mentre ti trascinano in sala operatoria sopra un lettino che non ti ci stanno neanche le braccia e pensi che ti portano a scaricare nella rumenta: che forse sarebbe meglio, cosi eviteresti di svegliarti pieno di tubi, di aghi e di sofferenze».
Dagli occhi, che la memoria del terrore era riuscita quasi a spalancare, gli cadde una larga vena di pianto, che immediatamente ingoiò insieme al quarto whisky. Non era più il Carletto dello Scandinavia, quando maramaldeggiava convinto che se la morte avesse tentato di sorprenderlo sarebbe morta con lui. Al contrario adesso pregava di non dover agonizzare sotto una raffica di dolori, sperando che sul punto di dimenticarsi del mondo e il mondo di lui, lo abbandonassero le urgenti pretese della vita nel sopravvenire di una pacata rassegnazione, non dissimile da una gioia tranquilla.
[ Seconda parte ]
 

FONTE: “Un destino ridicolo” De André F. - Gennari A., Einaudi, Torino 1996 , pagg. 134 -140