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Eva Giovanna Antonietta Cattermole - Prima Parte

Roma, 30 Novembre 1896 “E’ in corso il processo per l’uccisione della Contessa Lara, che da più giorni appassiona in modo così straordinario il pubblico romano, da farlo accorrere in folla[...]

contessa laraRoma, 30 Novembre 1896

“E’ in corso il processo per l’uccisione della Contessa Lara, che da più giorni appassiona in modo così straordinario il pubblico romano, da farlo accorrere in folla all’aula in cui si combatte una lotta accanita e quanto mai interessante, così per la disgraziata che, dopo una vita agitata e piena di avventure, ebbe una fine cotanto triste, come per il valore degli oratori che sostengono l’accusa e la difesa.”

Da “La Tribuna Illustrata” del 14 novembre 1897

Eva Giovanna Antonietta Cattermole nasce a Firenze nel 1849 dal terzo matrimonio di William Cattermole, esponente della borghesia scozzese, insegnante di inglese, con Elisa Sandusch, virtuosa di pianoforte. E’ molto graziosa ed avvenente, portata per le lingue e per la musica, impara rapidamente e si impone presto come affascinante protagonista dei salotti fin dal momento del debutto in società. Bionda, diafana, esile, leggermente miope, caratteristica che la costringe a tenere costantemente socchiusi i begli occhi color delle viole. Gli uomini sono tutti ai suoi piedi e la bella Evelina se ne rende conto presto.

Avviata a divenire una delle icone femminili di fine secolo, impara presto anche a mentire, tanto che per i suoi biografi la sua vera nata di nascita, per lungo tempo, è stata quella da lei accreditata, che sposta la sua età anagrafica di dieci anni avanti e le attribuisce anche una famiglia di origine assai più affascinante. Evelina Cattermole racconta infatti di essere nata nel 1858 a Cannes, da un diplomatico britannico e da una nobildonna russa.

Viene tratta in inganno perfino Matilde Serao che alla sua morte scrive sul “Mattino” “Gli amici dicevano: Che sarà mai di lei più tardi? La vecchiaia, che sarà per questa povera donna senza ricordi che non sieno di rossore, senza compagnia, senza conforto, senza mezzi, forse? Ahimè, ella non è stata vecchia!”. Credeva che avesse appena 38 anni e invece ne ha 47 al momento della sua morte. Ne sa di più invece la stessa Evelina che in un sonetto pronostica, quasi, la sua fine.

O povere mie carte, e resterete

con secchi fiori e ciocche di capelli,

rinchiuse entro uno stipo, in fra segrete

ricordanze de’miei giorni più belli!

Non è per voi di gloria avida sete

il duel che fa che in pianto io vi favelli,

io che sol chiedo a l’arte intime e liete

larve onde il ver per poco si cancelli.

Ma egli è il desio d’una manaccia bianca

che vi scompigli un dì, ne la parola

cercando questa offesa anima stanca:

la man che chiude gli occhi e che consola

quando la vita ne la madre manca.

Voi, carte, ingiallirete, io morrò sola.

Dopo aver furoreggiato nei salotti e nei cenacoli letterari, dove ha già stupito tutti per la sua precoce vena poetica e letteraria, Evelina nel 1867 pubblica, grazie a un amico di famiglia piuttosto insigne, Francesco Dell’Ongaro, la sua prima raccolta di versi, “Canti e Ghirlande”, appena diciottenne si avvia a diventare un mito, mentre di lei si favoleggia che già a sette anni sapesse parlare tre o quattro lingue straniere.

La raccolta viene stroncata da Benedetto Croce che la considera troppo impostata e poco originale, ma rappresenta comunque un debutto d’eccezione soprattutto in un’epoca in cui per le donne non è certo facile arrivare al successo. Nel 1867, Firenze è la capitale del mondo letterario ed artistico, e la bella Evelina fa strage di cuori e di intelletti. Fioriscono i salotti letterari, tra cui il più famoso è quello di Maria Letizia Bonaparte, nipote di Napoleone III e moglie dell’Onorevole Urbano Rattazzi, futuro presidente del Consiglio dei Ministri.

Qui Evelina compie il suo debutto in società e i primi passi nel mondo letterario, e dal salotto della Bonaparte passa a quello di un’altra famosa dama letteraria del tempo, la poetessa Laura Beatrice Oliva, moglie del famoso giureconsulto Pasquale Stanislao Mancini, prima eroe del Risorgimento e poi Ministro della Pubblica Istruzione sotto il governo Rattazzi del 1862, futuro Ministero della Giustizia e poi degli Esteri con De Pretis. Proprio qui la fanciulla conosce il Conte Francesco Saverio Eugenio Mancini dei Marchesi di Fusignano, figlio del giurista campano.

E’ un matrimonio d’amore che vede contrari e perplessi i membri della famiglia Mancini, ma i due sono innamoratissimi e nel 1871 convolano a nozze. Lui è Tenente e la coppia inizia a condurre una vita mondana e itinerante, seguendo le destinazioni militari del marito, prima Napoli, poi Milano. Mancini diventa Capitano dei bersaglieri, Evelina si trasforma in una fine e colta letterata, animatrice di salotti, scrittrice, poetessa e giornalista.

Si avvicina molto agli ambienti intellettuali della Scapigliatura milanese che le sono congeniali e le consentono di esibire quel senso di anticonformismo che è caratteristica costante di tutta la sua vita. Alcuni suoi versi però fanno dubitare che il matrimonio più che una scelta d’amore sia stato un ripiego per sfuggire alla rigida disciplina della casa paterna.

Oh, verrà il dì che di se stessa ignara
senz’amor fu condotta a nuzial festa,
e rassegnata, genuflessa all’ara,
sotto il suo velo piegherà la testa.

Spregiudicata, anticonvenzionale, coraggiosa, impavida, Evelina si distingue presto per carattere e disinvoltura. Ma la vita matrimoniale non è come lei avrebbe desiderato, già dai primi anni tra i due coniugi emergono screzi e incomprensioni. Lui esce spesso per le corse dei cavalli, le partite a carte e le serate nei cafè chantant, lei rimane sola ad aspettarlo.

Ed eccomi qui sola a udir ancora

il lieve brontolìo de’tizzi ardenti;

eccomi ad aspettarlo: è uscito or ora

canticchiando, col sigaro tra i denti.

Gravi faccende lo chiaman fuora;

gli amici a ‘l giuoco de le carte intenti,

od un soprano che di vezzi infiora

d’una storpiata melodìa gli accenti.

E per questo riman da me diviso

fin che la mezzanotte o il tocco suona

a l’orologio d’una chiesa accanto.

Poi torna allegro, m’accarezza il viso,

e mi domanda se son stata buona,

senza nemmeno sospettar che ho pianto.

L’incanto si spezza, lei presente i suoi rapporti adulterini e presto si adegua, trovando anche per sé adeguate consolazioni. Il prescelto è il giovane veneziano Giuseppe Bennati di Baylon, impiegato al Banco di Napoli, carissimo amico di Eugenio Mancini. Il corteggiamento è prima esitante e romantico, poi si concretizza in una vera e propria relazione adulterina, consumata in uno stabile a pochi passi da casa Mancini, durante l’ora della siesta. Una cameriera ha l’incarico di correre ad avvertire la Contessa quando il marito si sveglia, perché questa corra e si faccia trovare in casa al momento adatto, senza rischiare di essere sorpresa. Hanno perfino un segnale convenuto e con questo sistema la coppia clandestina, con la complicità della domestica, riesce a incontrarsi quasi tutti i giorni. Ma un giorno la cameriera confessa tutto al padrone e rivela ogni cosa, posto, orario e segnale convenuto.

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