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Eva Giovanna Antonietta Cattermole - Seconda Parte

Il Conte Mancini cerca la sua pistola ma, non trovandola, corre disarmato sul luogo dell’adulterio, bussa i colpi convenuti alla porta, e si vede aprire dall’amico Giuseppe Bennati di Baylon che,[...]

contessa laraIl Conte Mancini cerca la sua pistola ma, non trovandola, corre disarmato sul luogo dell’adulterio, bussa i colpi convenuti alla porta, e si vede aprire dall’amico Giuseppe Bennati di Baylon che, davanti alla faccia stravolta del Capitano, chiama subito Evelina.

Presto dice, passami la pistola. Evelina accorre impavida e, davanti agli occhi esterrefatti del marito, in veste da camera e a capelli sciolti, porge l’arma all’amante. Ed è la sua pistola, quella che gli viene puntata contro. L’arma che a casa lui non è riuscito a trovare da nessuna parte. In quell’occasione non accade nulla, volano parole grosse, schiaffi, insulti, un colpo di pistola sparato in aria, poi arriva gente, accorrono anche due carabinieri di ronda.

Tutto rientra nei ranghi, fino al momento del duello, che il Conte Mancini pretende a gran voce per lavare il suo onore ferito, mentre nel frattempo ha già avviato le pratiche per ripudiare la moglie. Il giorno del duello Giuseppe Bennati Baylon non fa nemmeno a tempo a impugnare l’arma, o forse non vuole, che viene colpito all’addome. Muore dopo lunghi giorni di agonia mentre il conte viene processato per duello illegale ed Evelina fugge da Milano. Vi tornerà solo per seguire, non vista, il funerale dell’amante, per tagliarsi le folte trecce e deporle sulla sua tomba e per scrivere versi lacrimosi che firma, romanticamente, con il nome “Lina di Baylon”.

Per Evelina Cattermole, futura Contessa Lara, comincia l’epoca della povertà, della fuga, degli espedienti e degli pseudonimi.

Ripudiata dal marito e costretta a vivere con un piccolo appannaggio, Evelina deve accettare tutta una serie di condizioni. Deve abbandonare Milano, impegnarsi a non usare più il nome del marito, tenere una condotta onorata e ineccepibile, ottenendo in cambio una rendita mensile di cento lire. Una buona cifra che corrisponde allo stipendio medio alto di un lavoratore, ma non certo sufficiente per garantirle il tenore di vita a cui è abituata, così è costretta a tornare a Firenze, dove vive miseramente in varie camere ammobiliate e poi ospite della nonna.

La risonanza dello scandalo è enorme, nemmeno la sua famiglia vuole sentirne parlare, e nessuno in società è disposto a riceverla. Il cammino di risalita è lungo e doloroso, la gente impiega tempo a dimenticare e lei è costretta a vendere i suoi versi alle riviste, che presto le pubblicano anche articoli e brevi racconti. Ma quello che minaccia di essere l’inizio della fine si trasforma invece in una benedizione perché è proprio grazie all’editoria aggressiva e rampante di quel periodo che Evelina trova la strada per una rimonta e una pubblica riabilitazione.

Verso la fine del 1875 si trasferisce a Roma, dove frequenta la redazione del “Fieramosca” e si lega in affettuosa amicizia con il poeta Mario Rapisardi che la incoraggia nella scrittura delle sue liriche, la corregge, la instrada e scrive per lei lettere di presentazione per vari giornali, riviste e case editrici. E’ grazie a lui che nel 1883 pubblica con l’editore Angelo Sommaruga il suo secondo volume di poesie, “Versi”, uscito sotto lo pseudonimo di Contessa Lara, che riscuote un enorme successo. Sempre grazie al Rapisardi riesce a reintrodursi gradatamente nei salotti, ma la loro storia termina quando la moglie del poeta, Giselda Foianesi, scappa di casa per una relazione adultera con lo scrittore Giovanni Verga.

Il poeta chiede a Evelina di andare a Catania per vivere con lui, ma questa rifiuta, è già rientrata nel giro giusto e non ha più bisogno del suo aiuto, o più semplicemente non ne è mai stata innamorata, anche se i versi che gli ha dedicato all’inizio della loro relazione dicono il contrario. “Era di maggio un dì, sull’imbrunire - Ei mi gettò una rosa entro ‘l balcone - Io la raccolsi e mi sentii morire…”. Per Rapisardi la delusione è enorme, ma lei è già lanciatissima. Alla redazione del “Nabab” conosce Giosuè Carducci, Gabriele d’Annunzio, Matilde Serao e Edoardo Scarfoglio, collabora con le maggiori riviste, pubblica le sue opere con l’esotico pseudonimo di Contessa Lara che conquista la fantasia del pubblico.

Presto diventa un’icona della sensualità e della seduzione, la donna del mistero. Indovinate campagne promozionali lanciano ogni sua nuova pubblicazione con la promessa di rivelazioni piccanti sulla sua vita sentimentale. D’Annunzio le dedica versi piuttosto espliciti e compromettenti, consentendo ai suoi biografi di annoverarla tra le sue possibili amanti. “Sta Lady Phoebe Cynicythere su’ damascato letto ampio e profondo: splende la nudità, nell’ombra e il biondo capo sorride da l’origliere. Erto su l’esili zampe il levriere di Scozia le lambisce il sen rotondo…”.

Proprio in questo periodo Evelina, ormai Contessa Lara, si lega a Giovanni Alfredo Cesareo, giovane promessa della letteratura siciliana. Lui ha venticinque anni e lei trentasei, la loro relazione, tra alti e bassi, ne dura dieci. Vivono insieme dal 1886 come una coppia regolare ma per misteriose ragioni non si sposano, e finiscono per lasciarsi quando lui, nel 1894, ottiene una cattedra all’Università di Palermo. Nel 1924 sarà nominato senatore per le benemerenze ottenute nel campo letterario. In questi anni Evelina viaggia spesso, è a Parma, a Milano, a Firenze, poi torna definitivamente a Roma dove l’editoria è più vivace e le nuove testate si moltiplicano e proliferano. In questo periodo Evelina scrive molte delle sue opere, Così è, L’innamorata, Novelle di Natale, Una famiglia di topi, Il romanzo della bambola e pubblica diverse raccolte di liriche tra cui Storie d’amore e di dolore, E ancora versi.

Ora Evelina è di nuovo libera e la sua prossima conquista non è molto lontana. Collabora in quel momento con le migliori testate dall’Illustrazione Italiana alla Tribuna Illustrata, dal Corriere della Sera al Fanfulla della Domenica, dal Germinal diretto da Enrico Corradini alle Cronaca Bizantina di Angiolino Sommaruga. Per la Tribuna Illustrata tiene la rubrica “Il salotto delle signore” dove fornisce consigli e indicazioni di comportamento, piuttosto in contrasto con il suo reale stile di vita, seguitissima dall’alta borghesia femminile che ne divora ogni puntata. Il pubblico l’adora. Ormai per tutti è la Contessa Lara. La sua vita è felice, appagata, le sue attività ben retribuite, le sue pubblicazioni alzano le tirature dei giornali. Anche se la critica non l’ama e non la loda particolarmente, i lettori sono tutti con lei.

A Roma tiene anche un salotto che riscuote un discreto successo, molto ben frequentato che vede ospiti illustri come Arturo Graf, Angelo De Gubernatis, lo scultore americano Moë Ezekiel, il pittore Boggiani, lo scultore Niccolini, la pittrice Anna Forti, Luigi Capuana, lo scrittore Pierre Loti, e anche alcuni parlamentari. D’estate si reca in vacanza a Riva Trigoso dove dà scandalo prendendo bagni di mare in costume succinto. Ma nonostante uno stile di vita piuttosto alternativo Evelina offre prova di una certa lungimiranza e riesce a conservare anche i rapporti con coloro che l’hanno osteggiata o che hanno stroncato le sue opere a livello critico, come fa con Matilde Serao, nonostante le recensioni negative scritte in occasione della pubblicazione della sua raccolta “Versi”.

C’è da dire comunque che le varie riviste che richiedono i lavori di Evelina, offrono una retribuzione in base al numero delle collaborazioni offerte, e questo alla lunga causa un certo livellamento nella qualità della sua produzione. Inoltre gli editori meno scrupolosi approfittano largamente della sua fama di donna indipendente e anticonformista enfatizzando gli scandali e le vicende sentimentali, per ottenere un aumento delle tiratura e facendo immaginare ai lettori che nelle sue prossime pubblicazioni potranno leggere i dettagli più scabrosi delle sue avventure. Durante la sua carriera giornalistica Evelina collabora con Il Quotidiano di Fieramosca, il Nabab, Il Pungolo della Domenica, il Corriere del Mattino, il Fanfulla della Domenica, la Tribuna Illustrata, il Corriere di Roma, il Caffaro di Genova, il Fracassa, l’Illustrazione Italiana, la Cronaca Bizantina e il Margherita. Mentre come scrittrice si cimenta con la poesia e la narrativa, pubblicando romanzi, racconti e anche libri per ragazzi.

Nel 1894 il direttore della rivista “Vita Italiana” sulla quale Evelina tiene una rubrica di moda, le presenta un giovane pittore napoletano, Giuseppe Pierantoni, perché provveda ad illustrare i suoi articoli che comprendono consigli di eleganza e di galateo. I due si piacciono al primo incontro, lui bruno, lei bionda, lui giovane, lei già matura. Lei libera e disinibita, ricca e indipendente, lui avvenente e arrogante, spiantato ed arrivista.

Ne nasce un rapporto tumultuoso, si prendono e si lasciano a più riprese. Lui le fa grandi scenate di gelosia ma anche lei non è da meno. In almeno un’occasione sono stati visti litigare aspramente, lei lo butta fuori casa ma lui rientra dalla finestra, e da quella passa nel suo letto. Ma tra i due chi tradisce di più è proprio lei, Evelina Cattermole, che nella vita non è mai riuscita a trovare un rapporto stabile e duraturo. Spesso chiede all’amante un po’ di libertà, un attimo di respiro, un breve allontanamento perché, dopo, il rapporto sia più infuocato e passionale. Nell’agosto del 1896 Evelina lascia a casa il Pierantoni e si accinge a una breve vacanza, si ritira a Portofino presso amici di famiglia. Qui intreccia una relazione platonica o amorosa con Ferruccio Bottini, giovanissimo ufficiale di Marina appena imbarcato sulla Real Nave Morosini.

E’ figlio di una sua carissima amica e lei è la sua madrina, ha sempre vigilato sulla sua educazione e su quella del fratello, Ezio, tenente di Fanteria. Da qui in avanti i rapporti non sono chiari, Evelina ha quasi cinquant’anni, i due ragazzi ne hanno a mala pena venti, lei potrebbe, e dichiara di essere, la loro zia, ma le lettere che si scambiano lasciano intendere ben altro. O almeno questo è quello che crede di leggervi Giuseppe Pierantoni quando, nel corso di un litigio, dopo il rientro a Roma di Evelina, trova nella sua borsetta le malcustodite quanto compromettenti missive.

E’ il 30 Novembre del 1896, la lite è furibonda, senza esclusione di colpi la coppia si rinfaccia ogni tradimento e incomprensione del passato, lei vuole interrompere il rapporto, lui sembra poco disposto a cedere. Alla fine impugna l’arma giocattolo di lei, un gingilletto da poco, una pistola gioiello, con il calcio intagliato in madre perla, e spara. La ferita non è mortale, colpisce la donna poco sotto l’ombelico, ma Pierantoni comunque solleva l’arma contro di sé e tenta di spararsi, anche se il colpo lo scalfisce appena. I soccorsi sono tardivi, si tenta prima di curare Evelina in casa, pur di soffocare lo scandalo, quando si manda a chiamare il medico è già troppo tardi. All’arrivo all’ospedale della Consolazione la ferita della Contessa Lara è già in setticemia e l’intervento chirurgico non fa che aggravare definitivamente le condizioni della donna.

Muore dopo aver denunciato Giuseppe Pierantoni al delegato di Pubblica Sicurezza. Non solo, si premura anche di far capire chiaramente che il movente è di natura economica, niente attenuante per motivi passionali, vuole essere ben certa che Pierantoni paghi il suo crimine. E dire che c’è chi sostiene di averla sentita pronunciare, come un’eroina dei suoi romanzi, “Solo chi ama fa così…”. Nel suo testamento lascia ogni suo avere a Ferruccio Bottini che però rifiuta il lascito, avendo il suo bel da fare a tentare di dimostrare che la loro relazione è sempre stata equivalente a quella di zia e nipote.

Il processo che inizia il 3 Novembre del 1897 alla Corte di Assise di Roma si preannuncia tumultuoso, difende l’imputato l’onorevole Salvatore Barzilai, deputato repubblicano. Quello è che certo è che dal dibattimento né la vittima né l’imputato ne escono bene. I giornali riportano inclementi le parole di fuoco che emergono nel corso delle testimonianze. “Il difensore tracciò un ritratto della «contessa Lara», quale appariva dalle sue liriche e quale egli stesso l’aveva conosciuta: una sensuale priva di qualsiasi freno morale.” E ancora “Mentre persone attendibili, testimoniavano a favore dell’imputato: servette ciarliere e portiere pettegole lo accusavano di essere uno sfruttatore e un volgare assassino.”. Ma il più lapidario nei confronti della Contessa è Giuseppe Pierantoni: “Avevo notato che quando la Cattermole era al diapason dell’amore giungeva fino a forme di pazzia: quando invece maturava il disegno di farsi un nuovo amante, allora pretendeva che io aspettassi pazientemente che essa facesse il suo comodo, salvo riprendere l’antico amore con nuovi slanci, nuove pazzie”.

L’accusa ribatte “Pierantoni aveva capito che Evelina Mancini stava attraversando un momento difficile psicologicamente, perché sentiva che l’età le stava pesando addosso e la piegava. Con arti basse aveva sfruttato a proprio vantaggio questo stato di debolezza per cavarne denaro. Non qualche pranzo o qualche vestito, come diceva la difesa, ma denaro, tanto denaro”.

Il pubblico è diviso a metà. Per il popolino Pierantoni è un truffatore e un assassino, un uomo malvagio che si è approfittato di una povera donna, le classi nobili e l’alta borghesia invece pensano che in fondo Evelina la sua fine se l’è proprio cercata. Ma le ultime parole del Pubblico Ministero hanno colto nel segno. Gli animi sono inferociti, mentre si attende il verdetto il Presidente è costretto a far sgomberare l’aula per evitare risse e tafferugli, all’imputato viene riconosciuta solo l’attenuante dell’ingiusta provocazione, che gli vale comunque una pena ridotta, undici anni e dieci mesi di reclusione.

Allo scadere della carcerazione nessuno più si ricorda di Giuseppe Pierantoni, che muore solo e abbandonato da tutti in estrema povertà al Vomero nel 1925. Chi sopravvive invece, come l’araba fenice, anche a se stessa, è la fiera poetessa, l’indomita scrittrice, l’anticonvenzionale animatrice dei salotti letterari, la donna del mistero creata da editori avveduti e senza scrupoli, la femme fatale che ha cavalcato la fine di un secolo e ha scritto la sua storia a lettere di fuoco che parlano di amore, passione e sensualità erotica. Tutte parole che ha pagato con la vita e con una ben misera fine.

Alla sua scomparsa la favolosa fortuna di cui si è favoleggiato viene meno, i suoi beni sono venduti al pubblico incanto, dei proventi editoriali e dei compensi redazionali non c’è più traccia, i suoi favolosi levrieri, le pellicce, gli abiti costosi, i cappellini e i gioielli svaniscono come neve al sole. Al momento del funerale una grande folla commossa segue il suo feretro, ma i fondi raccolti per l’inumazione svaniscono nel nulla e i suoi resti vengono seppelliti in una fossa comune. Finisce così la vita di Evelina Cattermole in un cimitero senza lapide, su cui si potrebbero porre come epitaffio le parole del suo unico romanzo, L’Innamorata, pubblicato nel 1892. “II suo cuore, improvvisamente, era entrato nel buio, si era chiuso come una tomba, dove non c’era più né desiderio, né speranza, né dolore, né nulla. Era questo, dunque, l’amore?”.

Mentre invece la Contessa Lara, immortale, continua a esistere nella mente e nella fantasia di chi ha letto le sue opere, fortemente autobiografiche, o quelle che a lei sono state dedicate, tra cui le immortali rime di D’Annunzio:”….ed io vidi alcuni giorni fa passare pe’l Corso la contessa Lara, accompagnata dal suo serpentesco levriere caucaseo, stretta in quel velluto, con un corpetto…”.