Non c’è zona della geografia mondiale dalla quale non siano state introdotte cause di martirio presso la Congregazione dei Santi, tenuto conto che l’intera storia della cristianità è costellata da persecuzioni di carattere religioso, che hanno causato migliaia di morti. Ma forse nessun eccidio è ricordato come quello, devastante, che ha insanguinato l’alba del XX secolo, voluto da un editto della potente imperatrice della Cina, Tzu-Hsi, episodio passato alla storia come la “rivolta dei Boxer”.
Nel 1900 sulle missioni della Cina si abbatte una delle più violente persecuzioni a memoria d’uomo, promossa dall’ “Associazione per la giustizia e l’armonia” e dalla “Società dei Pugni Uniti”. Colpiti da un editto imperiale voluto dall’imperatrice Tzu-Hsi, il 10 luglio 1900 migliaia di missionari innocenti di tutte le nazionalità e i loro fedeli vengono massacrati.
Chiamata dai tedeschi “il solo vero uomo” di tutta la Cina, Tzu-Hsi nasce nel 1835 e viene assegnata come concubina all’imperatore Hsien Feng. Grazie alle sue arti amatorie e alla tempra straordinaria del carattere, presto diviene la sua preferita e ha la fortuna di dargli un figlio maschio, grazie al quale assurge all’ambito ruolo di imperatrice assieme alla moglie principale dell’imperatore, Tzu-Han.
Districandosi abilmente tra giochi di potere, complicità e trame di corte, intrighi a base di seduzione e lusinghe, Tzu-Hsi da semplice concubina riesce a farsi strada nel soffocante microcosmo del Palazzo imperiale nel cuore della Città Proibita di Pechino.
Nel clima incerto di fine secolo, Tzu-Hsi regna in nome del figlio, prima come imperatrice vedova e poi come imperatrice madre, opponendo una fiera resistenza agli influssi delle potenze straniere, operando con fitte trame diplomatiche per preservare fino ai limiti del possibile il proverbiale isolamento del Celeste Impero, e contrastando al tempo stesso colpi di Stato e complotti interni che tentano di indebolire il suo potere.
Nettamente antiriformista e reazionaria, nel pieno della decadenza della dinastia Manciù, a un passo appena dalla rivoluzione cinese ormai alle porte, che scoppia nel 1911, l’imperatrice lotta per mantenere in vita un mondo ormai datato la cui anacronistica sopravvivenza è stata ormai dilatata oltre ogni ragionevole limite. Solo pochissimi occidentali hanno la possibilità e il privilegio d’incontrarla, tra cui un italiano, il tenente piemontese Luigi Piovano che, nel suo diario, racconta questo episodio: «Nel 1902 Tzu-Hsi ritornò a Pechino con la sua corte e per mia fortuna o sfortuna ebbi lo strano onore di incontrarla.
Tzu-Hsi, l’attuale imperatrice vedova il “solo vero uomo” di tutta la Cina, come sono soliti chiamarla i tedeschi. Sì, ho incontrato quella donna, ho preso alcune fotografie, ho visitato la Città Proibita. Non fui il solo straniero che fece ciò ma sicuramente fui l’unico a vederla come un essere umano e non come una dea o un’imperatrice.
Era un’anziana signora gentile e curiosa, che studiava l’inglese ahimè con pessimi risultati, aveva una vera e propria venerazione per la regina Vittoria di Inghilterra, ed era molto… golosa. Sì, come tutte le anziane signore aveva strani gusti!». Schiacciata inesorabilmente dal progredire dei tempi, che non risparmiano nemmeno la Città Proibita, Tzu-Hsi passa alla storia soprattutto per la sanguinosa insurrezione dei Boxer.
Membri di una società segreta cinese e assidui promotori di un movimento estremo xenofobo nato all’indomani della sconfitta della Cina da parte del Giappone, nel 1895, il loro attivismo si manifesta con particolare violenza nella zona dello Shan-tung, dove, forti dell’appoggio dell’imperatrice vedova Tzu-Hsi e del suo consigliere personale, il principe Tuan, giungono a sterminare centinaia di missionari e di cinesi convertiti al cattolicesimo. Per sedare l’insurrezione e far cessare le persecuzioni religiose, tutte le potenze europee mandano in Cina i loro reparti di intervento, compresa l’Italia che allestisce un intero corpo di spedizione, composto da due battaglioni, salpato da Napoli.
In seguito alla sconfitta subita nella guerra contro il Giappone, la Cina feudale imperialistica si trova costretta a raccogliere la somma ingente richiesta dall’Impero Nipponico come risarcimento, e nel medesimo tempo, tra il 1898 e il 1899, le provincie della Cina settentrionale sono messe in ginocchio da una lunga serie di disastri causati da un’alluvione. Interi raccolti vanno perduti, migliaia di contadini sono ridotti alla fame, il disagio popolare aumenta sempre di più e presto si accusa degli eventi la corruzione interna dei funzionari e il nefasto influsso degli invasori stranieri.
La sommossa parte dalla provincia dello Shan-tung, dove gli imperialisti tedeschi, a seguito della conquista di Kiaochow, impongono un vero e proprio dominio di stampo coloniale. Gli animi sono particolarmente esacerbati a causa delle continue ingerenze straniere e in quegli anni si rafforzano particolarmente le tendenze anti-imperialiste e anti-governative.
Nelle azioni di protesta e rappresaglia si distingue particolarmente la società segreta nota come “I-ho-ch’üan” (Il pugno alzato in nome della giustizia e della pace), un ramo secondario di un’altra assai più famigerata associazione, quella del “Loto Bianco” nota in Occidente come la società dei “Boxer”. In grado di organizzare una vera e propria propaganda politica, quest’associazione arruola i suoi componenti sottoponendoli a giuramenti di fedeltà e li addestra in veri e propri reparti militari armati; una ferrea disciplina e un’obbedienza assoluta alla gerarchia e agli ordini superiori fanno di questa militanza segreta una forza notevolmente pericolosa.
I loro obiettivi, come frangia estremista armata, sono costituiti da tutte le organizzazioni straniere presenti sul territorio, che siano industrie, consolati, impianti commerciali o missioni religiose, nonché la rappresaglia contro tutti i cinesi che a queste organizzazioni sono legati o che da esse dipendono. Caratterizzati da una forte componente esoterica, i componenti di questa setta credono fermamente nella santità della loro missione e nel supporto miracoloso di forze occulte e soprannaturali.
Data la difficile situazione delle provincie settentrionali, la popolazione, già gravemente provata dalle calamità naturali e dal disastroso conflitto con il Giappone, nutre una sviscerata simpatia per questi estremisti armati, e presto al movimento dei Boxer si associano anche contadini, artigiani, piccoli borghesi, proprietari terrieri e funzionari governativi, tutti più o meno angariati dalla forte presenza imperialistica tedesca.
A capo del movimento alcuni personaggi celebri tra cui il già veterano combattente e capo dell’insurrezione dei Taiping, Li Lai-chung, il barcaiolo Chang Te-cheng e il popolano Ts’ao Fu-tien. Presto la loro influenza diviene tale che il governatore della provincia dello Shan-tung si vede costretto a giungere a un compromesso con i militanti della società segreta, che viene ufficialmente riconosciuta dalle autorità locali e tacitamente autorizzata ad agire.
Forti del nuovo appoggio governativo, i Boxer annunciano la cessazione delle attività anti-imperialiste interne, schierandosi al fianco della cadente dinastia Manciù e votando la loro attività verso altri scopi primari, come la totale eliminazione degli stranieri dal loro territorio. Così, il movimento muta nome e da “I-ho-ch’üan” diventa “I-ho-t’uan” (Reparti per la giustizia e la pace). Nonostante le forze tedesche e americane riescano a destituire il governatore Yü Hsien per l’appoggio fornito ai Boxer, sostituendolo con un loro fantoccio, la rivolta si estende e raggiunge anche la provincia di Pechino. Con il solo ausilio di armi bianche e arti marziali, la militanza dei Boxer riesce a respingere gli attacchi delle truppe tedesche e gli agguati delle forze governative, allargando il proprio consenso e la sua sfera di attività sempre più verso Nord.

Sabina Marchesi








