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Autopsia: Le cause della morte

Il termine autopsia deriva dal greco ed era già in uso più di 2500 anni fa


Uno degli scopi principali nell’esecuzione di un’autopsia è quello di determinare la causa della morte e, nel caso della presenza di più ferite contemporaneamente, stabilire quali siano state inferte prima e quali dopo, quali avrebbero potuto essere fatali e se alcune di esse risultino inflitte dopo il decesso. Non ultimo ci si pone anche l’obiettivo di determinare se tali ferite, sia mortali che no, siano da addebitarsi a cause volontarie o accidentali, da un’autopsia può dipendere l’avvio o meno di un’inchiesta e il verdetto definitivo se la causa della morte sia da ascriversi a incidente, suicidio o delitto. Per questo, all’occorrenza, agli scrittori può tornare utile avere un minimo di dimestichezza con la terminologia tecnica e familiarizzarsi con il vario tipo di ferite che si possono riscontrare in un cadavere e che possono condurre al decesso.

Sarà anche utile sapere che il termine autopsia deriva dal greco e che appunto in Grecia questa pratica era già in uso 2500 anni fa, sia pure effettuata senza la dissezione completa. Nel nostro paese le autopsie vengono effettuate nei reparti di anatomia patologica o negli istituti di medicina legale da un medico specializzato, in genere un patologo legale. Secondo le norme vigenti in Italia, riportate nel regolamento di Polizia Mortuaria, l’esame autoptico può essere richiesto sia dal medico curante (qualora vi fossero dubbi sulla causa della morte), sia dalla Direzione Sanitaria della struttura ove è avvenuto il decesso, dai familiari o direttamente dalla Procura della Repubblica. Scopo finale è quello di determinare la storia clinica del soggetto, la causa reale della morte, la reale concatenazione degli eventi patologici occorsi, la gravità e la causa delle ferite riportate, l’ora precisa e le modalità del decesso.

L’autopsia segue normalmente delle fasi prestabilite e documentate. Prima si effettua un esame esterno seguito da una serie di accertamenti interni. Dopo aver osservato gli indumenti, le lacerazioni degli stessi e il loro stato di conservazione, si prosegue con un esame esterno del cadavere. Nel frattempo gli indumenti, sottoposti ad esame e repertati, vengono fotografati, catalogati e inviati alla sezione di Medicina Legale per gli altri accertamenti di laboratorio. Una volta che la vittima giace nuda sul tavolo settorio si procede poi ad esaminare le caratteristiche somatiche generali: peso, sesso, età, altezza, razza, stato generale, segni caratteristici, eventuali lesioni o fratture di epoca precedente per giungere poi alla ricerca delle cause della morte e all’analisi delle ferite presenti sul cadavere. Che si dividono in varie tipologie e possono dipendere da cause differenti, anche se spesso simili in apparenza.

Per Ferita Cutanea si intende qualsiasi tipo di interruzione della continuità della cute prodotta da un corpo contundente. La famosa ferita lacerocontusa è quella che mostra una lacerazione per strappamento con un alone intorno da addebitarsi ad ecchimosi. Si distingue poi la ferita da punta, se prodotta da un oggetto appuntito come un ago o un punteruolo, da taglio se provocata da una lama (coltello, forbici, rasoio, vetro), da punta e da taglio se provocata da un’arma appuntita e tagliente penetrata inizialmente con la punta, da fendente se invece prodotta da un oggetto tagliente e pesante (spada, roncola, ascia, scure, sciabola …).

La Ferita d’Arma da Fuoco è una ferita prodotta sulla cute da un corpo esplosivo (proiettile) e può essere trapassante, con foro di entrata e di uscita, a fondo cieco, quando il proiettile rimane imprigionato tra i tessuti, oppure a semicanale se la superficie cutanea viene intaccata di striscio. Nel caso di fori di proiettile va ricordato che, di norma, la ferita, simile a un foro a stampo con margini sfrangiati, è di diametro inferiore rispetto alle dimensioni reali del proiettile, a causa della ritrazione elastica della pelle. Il proiettile nel suo passaggio attraverso la cute viene “pulito” da tutte le sostanze grasse che lo ricoprono e questo tipicamente produce un orlo di detersione concentrico rispetto alla ferita, meno visibile se il colpo viene sparato attraverso gli indumenti. Se il proiettile colpisce a distanza ravvicinata si nota spesso la pelle annerita e i peli bruciacchiati (non a caso si parla di un colpo sparato a bruciapelo). Se invece, quando il proiettile è partito, l’arma si trovava direttamente a contatto con la pelle non è raro riscontrata una ferita a forma stellata, a causa dei gas presenti nell’esplosione. Il percorso del proiettile nel corpo poi può proseguire in linea retta oppure essere deviato dalla presenza di ossa o organi interni, in molti casi la traiettoria del proiettile (linea immaginaria che si traccia tra il foro di ingresso e il foro di uscita) può essere utile per determinare la posizione della vittima (se seduta, sdraiata, eretta, accovacciata) e la distanza dell’aggressore al momento dello sparo, nonché in taluni casi anche la sua altezza e posizione. Il foro d’uscita del proiettile, invece, ha generalmente l’aspetto di una normale ferita lacero-contusa e spesso può venir confuso, ad un esame superficiale, con una ferita a sé stante.

Quando invece la causa della morte è un’ Asfissia Meccanica Violenta, si è in presenza di una forma di anossia causata meccanicamente, tale da impedire l’afflusso di aria ai polmoni. In questi casi il decesso può esser fatto risalire a varie casistiche, ognuna delle quali da ricondursi a situazioni accidentali, ad omicidio o a suicidio. Ad esempio l’ Asfissia da Posizione in genere è dovuta a difficoltà nei movimenti respiratori legata alla posizione del corpo (persone legate e ammanettate rinchiuse in un portabagagli). Anche nei casi di Annegamento si riscontra un’asfissia meccanica violenta determinata dalla penetrazione nelle vie respiratorie di un liquido esterno all’organismo. Ma anche in questo caso è importante procedere con gli accertamenti per distinguere tra l’annegamento accidentale e l’annegamento volontario (suicidio o omicidio). Altra forma di asfissia meccanica violenta è l’Impiccamento, dove l’asfissia viene generata da un laccio posto attorno al collo e messo in tensione a causa del peso del resto del corpo, in tal caso la causa della morte è per lo più da ascrivere a un suicidio, tenendo presente che lesioni più importanti a carico della colonna cervicale stanno a indicare un’impiccagione in cui la persona precipiti da una certa altezza e la caduta sia fermata dal laccio. Eventuali ipostasi agli arti inferiori e superiori possono aiutare a individuare il lasso di tempo in cui il corpo è rimasto in sospensione. Lo Strangolamento invece è un impedimento alla penetrazione di aria nei polmoni causata dalla compressione del collo della vittima, attuata mediante un laccio od altro mezzo che produca una pressione omogenea su tutta la circonferenza del collo. Lo Strangolamento incompleto si verifica quando la forza agisce solamente in una porzione del collo (un arto o un bastone premuto contro la trachea o lo schiacciamento contro il battente di una porta). Anche in questi casi è tipicamente presente un solco in corrispondenza dei punti ove ha agito il mezzo. Lo Strangolamento è quasi sempre di natura omicida, raramente accidentale. Diverso invece lo Strozzamento, cioè l’impedimento alla penetrazione di aria nei polmoni attraverso la compressione del collo della vittima da parte di un aggressore che utilizzi le mani o parti del suo corpo (avambraccio, ginocchio). In questi casi si è in presenza quasi sempre di omicidio volontario o preterintenzionale.