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Il sopralluogo giudiziario

Come si svolge un'analisi della scena del crimine


Solitamente noto come analisi della scena del crimine, il sopralluogo giudiziario è un’operazione che viene svolta dagli addetti ai lavori secondo rigidi protocolli che hanno il duplice intento di non spezzare la catena delle prove e di conservare i reperti rinvenuti nella massima sterilità possibile, mantenendoli esenti da corruzione e da contaminazione. Tutto deve essere fatto bene e in fretta, prima che la scena del crimine si deteriori o venga esposta al passaggio di altre persone. Alcune prove, se mal repertate, potranno risultare poi inservibili per le successive analisi di laboratorio o, ancora peggio, dichiarate inutilizzabili in sede di dibattimento processuale.

A far scattare la richiesta di un sopralluogo giudiziario, in genere, è una morte sospetta. Dopo la prima chiamata al pronto intervento, fatta da chi per primo ha rinvenuto il corpo, parte subito una pattuglia di carabinieri o di poliziotti. Una volta giunte sul posto e valutata la situazione, le forze dell’ordine avvertono il magistrato o il Pm di turno. A seconda del tipo di relazione che riceve, il magistrato potrà decidere se inviare la salma all’obitorio, passando le competenze all’autorità sanitaria, o se far scattare il complesso meccanismo di un’indagine in piena regola. Basta il minimo dubbio che ci sia di mezzo un reato (omicidio, suicidio su istigazione, omissione di soccorso, morte in conseguenza di altro reato) a far innescare il procedimento. In ogni caso quando il magistrato, in piena e totale autonomia, ritiene che si debba dar via alla prima attività tecnica (il sopralluogo giudiziario), intervengono le squadre omicidi locali e i reparti scientifici, che si incaricano di registrare e repertare tutto, immortalando la scena del crimine tramite fotografie e video, effettuando misurazioni e rilievi, repertando le prove rinvenute che siano esse oggetti, macchie di sangue, tracce, impronte o segni evidenti sul corpo della vittima. È solo a questo punto che scende in campo il medico legale, il quale potrebbe anche non far parte delle forze investigative vere e proprie, ma essere preso in prestito dalle università o dalle Asl locali. Il compito del medico legale sarà dunque quello di raccogliere il maggior numero possibile di elementi che possano contribuire a far luce sui tre punti che maggiormente interessano il magistrato: chi è la vittima, come è avvenuto il decesso e qual è l’epoca della morte.

Nel sud dell’Europa, in Italia e in Francia spesso il medico legale si reca da solo sulla scena del crimine a bordo della propria auto, convocato telefonicamente a casa sua da una chiamata del magistrato oppure provenendo dall’Istituto di appartenenza, se inserito nell’elenco dei medici di turno. Altre volte può essere prelevato ed accompagnato dalle volanti. Quando giunge sul posto, reca con sé una valigetta contenente tutto il necessario per effettuare un sopralluogo, il suo compito, in breve, è quello di cercare di stabilire se vi siano indicazioni cruciali per indirizzare le indagini in una determinata direzione piuttosto che in un’altra. Prima che il corpo venga inviato all’obitorio, ogni singola impronta da contatto e ogni minima lesione vengono riprodotte dettagliatamente, misurate, fotografate e preservate tramite appositi calchi in un lungo e complesso esame che termina con il prelievo di tamponi per l’analisi di eventuali sostanze organiche presenti. Per quanto riguarda l’epoca della morte, l’esame, assai complesso, ruota attorno a tre fattori fondamentali: il livor, il rigor e l’algor.

Il rigor mortis è la rigidità che si instaura in seguito alla morte delle cellule. Quelle dei muscoli, per effetto dell’incipiente decomposizione, tendono a sovrapporsi l’una sull’altra provocando così una sorta di contrazione. Questo fenomeno inizia a manifestarsi circa otto ore dopo la morte per concludersi solitamente entro tre giorni dal decesso. Può subire variazioni in base alla temperatura e alle condizioni atmosferiche o ambientali, ma in genere è considerato un buon indicatore.

Il livor mortis (meglio noto come ipostasi) è la tipica colorazione rosea che il cadavere assume in determinate parti del corpo a causa dell’accumulo di sangue. In gergo tecnico sui verbali viene così descritto “sangue che si accumula nelle zone declivi rispetto la giacitura supina”. In pratica il sangue si riversa per via della forza di gravità nelle zone più basse del corpo, il che conferisce ad alcune parti del cadavere un anomalo color rosa rispetto al generale colorito bianco verdastro. Non solo, grazie al livor si può anche determinare se il corpo è stato spostato dopo la morte e anche con una certa approssimazione “quando”. Questo perché il sangue, se non è trascorso troppo tempo dalla morte, tende ancora a defluire quando si vari la posizione del cadavere, mentre se è trascorso molto tempo si fissa nei tessuti non lasciando più tracce in seguito ad ulteriori spostamenti. Se la colorazione rosata si sposta facilmente muovendo il corpo, sono trascorse meno di sei ore dal decesso, se non si sposta più si sono oltrepassate le dodici ore mentre se il fenomeno è presente solo parzialmente si è in un arco di tempo intermedio compreso tra le sei e le dodici ore. Nel caso in cui premendo le dita sulle zone interessate dalle ipostasi, non appare nessun segno biancastro, sono passate quasi certamente più di dodici ore dalla morte.

Il rigor mortis invece, è un indicatore derivante dal raffreddamento progressivo del corpo. Partendo da una temperatura ipotetica di circa trentasette gradi, un cadavere tende a perdere normalmente un grado ogni ora. Anche qui può intervenire tutta una serie di fattori variabili in base alle condizioni del corpo, al tipo di temperatura esterna e alle condizioni ambientali, riassunte in una complessa formula nota come “monogramma di Hennsge”. La temperatura del cadavere viene presa per via rettale con l’ausilio di uno specifico termometro chiamato tanatoscopio. Riprodurre qui la formula con tutte le sue variabili sarebbe troppo complesso ma, tanto per fare un esempio, se la temperatura ambientale è di trentadue gradi e quella interna di diciotto si può presumere un intervallo dalla morte di circa quindici ore.

Nessuno di questi fattori è determinante, solamente se tutti e tre indicano una datazione compatibile con gli altri, il medico legale può pronunciarsi in maniera più specifica, sempre in riferimento però ad un arco di tempo variabile. Questo è il motivo per cui nelle fiction si sente spesso il medico proferire la fatidica frase “indico come epoca della morte un periodo compreso tra le sei e le quindici ore”.

Una volta ultimati tutti gli esami necessari, il medico legale dà il via libera per il trasferimento del corpo all’obitorio, le squadre della scientifica sono libere di proseguire le loro attività sulla scena del crimine, mentre ulteriori analisi di laboratorio condotte sul cadavere indicheranno successivamente agli investigatori eventuali piste da seguire. In questa seconda fase il medico legale chiama a raccolta un team di esperti, ciascuno dei quali fornirà il suo contributo alle indagini. Periti balistici, genetisti, biologi, entomologi, chimici, anatomopatologi, artisti forensi, archeologi, esperti di etnie, radiologi e tecnici di laboratorio. In questo, veramente, la realtà corrisponde a quanto vediamo nelle finzioni televisive, il cuore dell’indagine è un lavoro di gruppo che si basa in gran parte su esperienze precedenti, su dati tecnici, ma anche e soprattutto sulla sensibilità e sull’intuizione del singolo individuo.