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Le Scienze Naturali sulla Scena del Crimine

Nuove branche delle discipline forensi sulla scena del crimine


Normalmente, parlando di medico legale in senso strettamente accademico, si intende designare chi si occupa di autopsie, di perizie su viventi o ancora di accertamenti assicurativi. Ma esiste un’altra branca delle discipline forensi particolarmente importante, spesso trascurata invece dalle serie televisive di ogni ordine e tipo. Infatti, al di là delle ben più tradizionali scienze come la genetica, la tossicologia, la balistica, la dattiloscopia (esame delle impronte digitali) e la chimica, nel vasto mondo della medicina legale risulta determinante l’apporto, assai più vasto e ramificato, delle scienze naturali propriamente dette dove per “scienze naturali” si intende lo studio delle correlazioni esistenti tra organismi viventi e substrato terrestre. Ad esempio tutto quello che attiene lo studio e l’esame dei pollini sugli indumenti di un cadavere, l’esame delle larve rinvenute sui resti umani, oppure l’analisi della stratigrafia e della geologia del suolo, tutti elementi utili per ricostruire cause, epoche e dinamiche del decesso. Ecco che allora in particolari situazioni critiche (ritrovamento di cadaveri carbonizzati, resti scheletrici occultati da decenni, corpi in avanzato stato di decomposizione) oltre alla figura già nota del patologo forense, intervengono sulla scena del crimine anche altri profili altamente professionali, altrettanto fondamentali per l’avanzamento delle indagini e per la soluzione del caso. Figure come quella dell’antropologo forense, deputato ad occuparsi dei resti scheletrici e dei cadaveri depezzati o smembrati, del botanico forense, utile per determinare l’epoca della morte grazie allo studio delle escrescenze floreali, piante o foglie presenti sul corpo, dell’entomologo, in grado di determinare l’epoca della morte in base allo stadio di sviluppo di determinate larve presenti sui resti esaminati, e a volte anche dell’archeologo, determinante per garantire un corretto recupero dei reperti e una loro corretta schedatura in base alle profondità e agli strati geologici di rinvenimento. In alcuni casi e in determinati ambiti viene richiesta anche la presenza di uno specialista ulteriore, il diatomologo, specializzato nello studio degli elementi planctonici di acque dolci o salate. Nell’ipotesi invece di resti scheletrizzati o carbonizzati, o sulla scena di un disastro di massa, come ad esempio sul teatro di un incidente aereo o di un attentato terroristico, è indispensabile anche l’intervento di un odontologo forense atto a identificare, separare, conservare e identificare correttamente i resti dentari. Per quanto poi il rigor mortis, il livor mortis e l’algor mortis spesso bastino da soli a fornire sufficienti indicazioni sull’epoca del decesso, in casi come quelli sopra esposti (resti scheletrici di difficile datazione o corpi carbonizzati) è la botanica a farla da padrone.

In alcuni casi i residui botanici trovati impigliati sul corpo o sugli indumenti che lo ricoprono, possono indicare il mese o la stagione del delitto, o anche la datazione della fossa in cui il corpo è stato sepolto, tutti elementi particolarmente utili nei casi in cui i resti sono scheletrizzati, tenendo presente che in tal caso gli esami di laboratorio (analisi microscopiche o test biomolecari) non riescono a fornire alcuna datazione certa che garantisca un range di errore approssimativo inferiore ai dieci anni. Ecco che allora, molto più spesso di quanto non si creda, risulta più risolutivo ed affidabile l’esame delle condizioni ambientali che non quello dei resti stessi. Anche perché, come gli archeologici ben sanno, esistono particolari fattori collaterali che possono intervenire sulla normale decomposizione di un corpo, falsandone una possibile datazione.

Fenomeni come la saponificazione e la mummificazione, che si possono verificare in determinate contingenze ambientali e climatiche, in più di un caso hanno fuorviato gli inquirenti sulla datazione del decesso.

Rammentando che questi brevi articoli sono scritti per coloro che come lettori o come autori vogliono saperne di più sui metodi di indagine, di perizie, analisi e rilievi effettuati sulla scena del crimine, giova dire che gli elementi che comunemente concorrono alla decomposizione di un corpo sono vari e numerosi, alcuni dei quali tuttora sconosciuti. Vale la pena di ricordare infine una delle specializzazioni fondamentali non solo per identificare la causa della morte ma anche per identificare sesso, età, ceppo razziale di appartenenza e condizioni generali della vittima, ossia l’antropologia forense. Una disciplina che spesso, da sola, è stata risolutiva non solo per indicare epoca e modalità del decesso, ma anche per favorire l’identificazione dei resti grazie a sofisticate tecniche di ricostruzione facciale, effettuate in base a parametri tecnici antropometrici, o all’accertamento di particolari difetti fisici o abitudini alimentari della vittima che hanno consentito di restringere il campo di indagine e di concludere positivamente l’identificazione.

Si tratta del cosiddetto “profilo biologico” della vittima che consente di individuare correttamente i seguenti parametri: sesso, età, statura, taglia e peso probabile, razza, malattie, traumi, fratture, lesioni, stato di sviluppo (nelle donne spesso è possibile sapere anche se hanno o meno partorito), condizioni igieniche, abitudini alimentari, condizioni sociali ed economiche (a volte basta una protesi dentaria per determinare se si tratta dei resti di un senzatetto o di una persona abbiente mentre determinate afflizioni dell’impianto scheletrico possono portare a ipotizzare un tipo di lavoro specifico). Naturalmente non si tratta mai di identificazioni certe, ma sufficienti per ridurre la rosa delle possibilità e per condurre a successivi accertamenti comparativi. Da tenere presente in questo caso, oltre alla tecnica ben nota delle sovrapposizioni dentarie e scheletriche (protesi o radiografie) anche la possibilità di sovrapporre una foto della presunta vittima con le ossa del cranio. Se le foto a disposizione sono frontali e prese alla distanza giusta è possibile ricostruire un volto punto per punto rispetto alle ossa facciali con una precisione a volte sbalorditiva attraverso un esame meglio noto come “sovrapposizione cranio facciale” che si basa su precise misurazioni tra punti noti come la punta del mento e l’estremità laterale dello zigomo. Uno di quei casi in cui insomma, anche i morti parlano.