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Movimenti al bivio dopo Cancun

Dopo il fallimento del vertice del WTO a Cancun si apre in India il Progressive Global Forum. Un intervento di Alfredo Somoza, presidente dell'Istituto per la Cooperazione Economica Internazionale.

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Dalla contestazione al
WTO di Seattle nel 1999 , la cronaca giornalistica ha coniato diversi
termini per definire quell’insieme di persone che in tutto il mondo si
battono contro le conseguenze della globalizzazione dell’economia. No
global, new global, next global, sono quasi sempre sinonimi con i quali si
rappresenta un movimento dai contorni variabili, che trova i suoi momenti
di unità nel rifiuto del “pensiero unico” di matrice neoliberista che
è prevalso negli ultimi 15 anni, e nel rifiuto della guerra come
strumento di politica estera. Le sfide che potrebbero ora consolidare o
dissolvere questo movimento, sono quelle dell’elaborazione di
alternative concrete e della scelta di alleanze politiche.

La riflessione, anche critica, sui movimenti sociali e politici che si
riconoscono nel percorso iniziato nove anni fa a Seattle, è diventata di
attualità soprattutto dopo la Riunione Ministeriale del WTO di Cancùn
dello scorso mese di settembre 2003. Il fallimento del negoziato
sull’agricoltura, che sicuramente ha impedito che aumentassero i
vantaggi già notevoli per i grandi gruppi multinazionali
dell’agro-business e per i paesi del Nord, ma che lascia intatto il più
gigantesco sistema di sovvenzioni e di protezioni di mercato esistente a
discapito degli agricoltori del Sud del pianeta, ha offerto diverse
letture ed è stato rivendicato in diversi modi. Francesco Gesualdi,
direttore del Centro Nuovi Modelli di Sviluppo (uno dei punti di
riferimento della galassia no global italiana), afferma che “da un punto
di vista politico si è consumato uno scontro di classe e si sono
fronteggiate due visioni dell’economia. Da una parte c’erano gli
interessi delle multinazionali agroalimentari difesi da Europa e USA.
Dall’altra c’era la vita dei piccoli contadini africani, asiatici e
latinoamericani difesa da 21 paesi del Sud del mondo”. Questo nuovo
quadro politico, che esprime - secondo Gesualdi - un punto di vista molto
diffuso nel movimento, “non spunta dal nulla, ma è cresciuto nel tempo
grazie anche all’impegno dei movimenti. Partendo da Seattle e
proseguendo a Praga, Porto Alegre, Genova, siamo riusciti a smascherare il
vero progetto che i potenti intendono aprire con il WTO”. Il ruolo dei
movimenti non è stato però soltanto di testimonianza, Gesualdi conclude
affermando che “il movimento è riuscito ad aprire gli occhi di molti
governanti sulla trappola in cui erano caduti, abbiamo riacceso la voglia
di lottare”. Questa lettura, che si può definire “trionfalistica”,
prende spunto soprattutto dallo stallo del WTO verificatosi a Cancùn. A
ben vedere, uno stallo dovuto più ad uno scontro tra gli interessi delle
grandi multinazionali dell’agro-business del Nord e quelli delle
oligarchie terriere dei grandi produttori agricoli del Sud (Brasile,
Argentina, Sudafrica, Indonesia), che ad un’effettiva soggettività
politica dei contadini di Africa, Asia e America Latina. Secondo Alberto
Castagnola, economista esperto di questioni legate alla globalizzazione,
per quanto riguarda il ruolo dei movimenti “ogni trionfalismo è fuori
luogo”, anche se “le loro contestazioni puntuali e le loro richieste
connotate da un forte realismo hanno dimostrato costituire una analisi
molto più approfondita, intelligente e lungimirante di quelle violente e
ottuse elaborate dal sistema dominante”. Vittoria no insomma, ma
“egemonia culturale” del movimento sulla politica, sì.

Poche mesi prima c’era stato un’altra azione rivendicata unitariamente
dal movimento: l’opposizione di massa alla guerra contro l’Irak, che
aveva dato vita a manifestazioni che non si vedevano da anni in 600 grandi
città del mondo e a fenomeni nuovi di rifiuto della guerra come il
movimento “bandiere per la pace” in Italia. In quell’occasione lo
stesso presidente degli USA, George W. Bush, si era spinto a dichiarare
(riprendendo un’analisi del New York Times) che il movimento era
diventato la “seconda superpotenza” mondiale. Una superpotenza che,
col senno di poi, comunque non è riuscita ad incidere sugli avvenimenti
bellici e che soprattutto non sembra abbia spostato gli equilibri politici
nei paesi che hanno scelto di affiancare gli Stati Uniti nell’avventura
irachena, indebolendo i partiti “interventisti”.

Dalla protesta alla proposta

La critica più frequente che è stata fatta in questi anni ai movimenti
che si oppongono alla globalizzazione liberista è quella di essere molto
incisivi nella critica dell’esistente, ma poco fecondi
nell’elaborazione di politiche alternative realizzabili. Critica in
parte ingiusta, come ad esempio sul grande tema delle risorse idriche sul
quale sono state definite proposte non soltanto di buon senso, ma anche
applicabili. Lo stesso si può dire della campagna condotta contro lo
strapotere del cartello delle industrie farmaceutiche multinazionali, che
ha portato ad una maggiore coscienza sui temi della salute nel Sud del
mondo, al diffondersi dei farmaci generici (cioè farmaci a minor costo
rispetto a quelli di “marca”) e all’abbassamento dei prezzi dei
farmaci salvavita per i malati di HIV in Africa.

Pochi risultati, ma significativi e soprattutto tangibili, rispetto ad
esempio alla suggestione indotta dalla cosiddetta “Tobin Tax”, cioè
la tassazione dei capitali speculativi che piace come idea a politici di
diversa provenienza, dall’italiano Bertinotti al francese Chirac, ma di
difficile applicazione in un sistema finanziario “senza frontiere”,
costellato da paradisi fiscali dai quali manovrare senza controlli i
capitali speculativi. In questo senso, hanno potuto di più,
paradossalmente, le misure per la lotta al terrorismo introdotte dopo
l’11 settembre 2001 che, intaccando il segreto bancario nelle piazze
off-shore utilizzate assiduamente dai gruppi legati alla galassia di Al
Queda, hanno reso meno appetibili per gli speculatori questi paesi.

Entrando più in profondità nella struttura del movimento
anti-mondializzazione, forse la principale difficoltà incontrata al
momento di essere propositivi è da attribuirsi proprio alle sue
contraddizioni interne. Si riconoscono in questa galassia gruppi che si
rifanno al movimento trozkista e comunista, alla dottrina sociale della
chiesa, all’ambientalismo, al riformismo. Una varietà che costituisce
sicuramente una ricchezza e una grande novità politica, ma anche un
limite dal momento che è sempre più difficile conciliare le proposte di
coloro che vorrebbero fermare la globalizzazione (spingendosi ai confini
dell’utopia), perché immodificabile e quelli di coloro che pensano che
sia possibile riformarla in profondità e renderla un’opportunità per
lo sviluppo del Sud del mondo. Questa frattura è venuta alla luce con
forza durante le oceaniche contestazioni al Vertice dei G8 di Genova nel
2001, e non soltanto relativamente a questioni teoriche, ma anche riguardo
all’utilizzo della violenza. C’è chi rivendica, come i Dissobedienti
italiani, la messa in scena della violenza in piazza e la risposta attiva
alla repressione, avvicinandosi pericolosamente ai gruppi estremisti
battezzati dalla stampa come “black bloc”, e chi invece sostiene con
determinazione l’uso esclusivo della non violenza anche a rischio della
propria incolumità. Questi ultimi gruppi più moderati, e maggioritari,
preferiscono definirsi, da Genova in poi, New Global per distinguersi dai
“contestatori puri” e hanno dato vita a reti tematiche sui diversi
argomenti di attualità, dove il punto focale non è più il rincorrere
gli eventi promossi dal potere, ma dar vita ad un embrione di società
mondiale nuova ed alternativa. Il Forum Sociale Mondiale, nato a cavallo
tra Europa e America Latina nel 2001 e quest’anno approdato in Asia, è
il contenitore per eccellenza di questa sensibilità: dimostrare che si è
in grado di creare una rete di rapporti tra movimenti e politica, tra
società civile e amministratori, per cominciare, dal basso, a costruire
un’altra globalizzazione, “un altro mondo possibile”

I “movimenti al potere” in Sudamerica?

E’ innegabile che in questi ultimi anni molte aspirazioni del movimento
sono diventate tema di dibattito nelle stanze del potere. Si pensi ad
esempio al cosiddetto “bilancio partecipativo”, una modalità di
governare le città applicato da amministrazioni del Partito dei
Lavoratori in Brasile, che ha trovato proseliti in diverse città
dell’Europa. Il cuore del bilancio partecipativo è appunto la
“partecipazione attiva” del cittadino alle decisioni dei governi
locali. Da una democrazia delegata attraverso il solo voto, ad una
democrazia partecipata nella quale eletto ed elettore camminano insieme
costruendo spazi di consenso e di dibattito attorno alle scelte
strategiche per le città.

L’area del mondo nella quale si sono verificati negli ultimi tempi i
cambiamenti più profondi, seguiti con particolare attenzione dal
movimento, è il Sud America. Dopo il tracollo dell’Argentina nel
dicembre 2001, che molti hanno interpretato come il capolinea del
neoliberismo nel sub-continente, si è aperto in tutta l’area una
dinamica che sta portando al rinnovamento della politica a partire delle
due potenze regionali: Brasile e Argentina.

In Brasile Lula ha saputo raccogliere anni di buon governo del suo partito
nelle grandi città e, senza dubbio, il prestigio internazionale derivato
dall’aver appoggiato fin dall’inizio il percorso del Forum Sociale
Mondiale nato a Porto Alegre. Nell’Argentina del crack economico, Nestor
Kirchner, eletto in modo rocambolesco con un esiguo 22%, è riuscito a
dare nuova speranza ai cittadini movendosi controtendenza in campo
economico e riuscendo a strappare al FMI un accordo per il rinnovo del
debito estero nel quale - per la prima volta nella storia dell’organismo
- si prendono in considerazioni indicatori quali l’occupazione e la
povertà.

Sempre in Sud America, altri paesi sono “sotto osservazione” da parte
del movimento: il Venezuela bolivarista dell’ambiguo Chavez, l’Ecuador
dei movimenti indigeni e la Bolivia dei cocaleros. In Uruguay infine, per
la prima volta nella storia, quest’anno si aspetta il trionfo del
centrosinistra che da verificarsi renderebbe molto omogenea la linea del
Mercosur nei prossimi anni.

Il Sudamerica è oggi caratterizzato dall’emergere di movimenti che in
diversi paesi sono diventati soggetto politico in grado di gestire
direttamente il potere o di condizionarlo fortemente. Così come il PT
(Partito dei Lavoratori) di Lula è il frutto di una lunga storia dei
movimenti brasiliani (sindacati, comunità cattoliche di base, nuova
sinistra) anche la base sociale che oggi sostiene Kirchner in Argentina è
in parte formata dalla CTA, l’unica centrale sindacale non compromessa
con il menemismo, dai movimenti dei “piqueteros”, gruppi di
disoccupati organizzati che bloccano le strade come metodo di lotta e
dagli operai che hanno mantenute aperte in autogestione le fabbriche
abbandonate dai proprietari nel 2001. Nessuno dei due attuali presidenti,
e meno ancora i politici boliviani, ecuadoriani o uruguayani, può fare a
meno dei movimenti sociali perché dopo la crisi e la caduta del
neoliberismo, con la conseguente dissoluzione della politica tradizionale
in diversi stati, i movimenti hanno occupato il centro dello spettro
politico e soprattutto controllano le piazze.

Credere però che questo scenario abbia, anche lontanamente, una qualche
possibilità di ripetersi in Europa o negli Stati Uniti, come spesso viene
affermato dai settori più radicali del movimento, rasenta l’ingenuità.
La caduta del neoliberismo in Sudamerica ha sì delle valenze universali,
soprattutto per prevenire il ripetersi degli aspetti più deleteri di una
dottrina economica che, a distanza di oltre 30 anni della sua
formulazione, è fallita completamente nel suo obiettivo di migliorare le
condizioni di vita dei soggetti deboli della società a partire dalla
completa liberalizzazione dei mercati. Ci vuole comunque molta fantasia
per immaginare che in Europa si possano ripetere le condizioni strutturali
e congiunturali che hanno consentito il decennio neoliberista in
Sudamerica.

La “contaminazione” con la politica in Europa?

La linea scelta soprattutto in Europa dai movimenti new global pare essere
quella della “contaminazione” e dell’”egemonia culturale” nei
confronti della politica partitica. Concetti cari alla storia della
sinistra italiana di matrice gramsciana, ma tutti ancora da verificare
nell’attuale quadro politico europeo. I movimenti ad esempio hanno perso
una grande opportunità per affermare una posizione concreta nei concitati
giorni della Convenzione europea conclusasi con un nulla di fatto. Si è a
favore o contro la creazione di un’area di cittadinanza transnazionale?
E, oltre al sostegno incondizionato ai movimenti che in America Latina si
battono contro l’ALCA (l’area di libero commercio delle Americhe
voluta da Washington), come si colloca il movimento nella partita che vede
schierati apertamente Francia e Germania a favore di un’Europa solida e
politicamente autonoma e Gran Bretagna, Italia e Spagna per un’Europa
debole e vassalla degli USA?

Altro argomento scottante sul quale però non si registrano novità è
quello che riguarda il cosiddetto “diritto di ingerenza”. Dopo
l’intervento illegale in Iraq degli Stati Uniti e degli alleati è come
se gli argomenti pace e guerra, diritto internazionale e giusta (o
ingiusta) ingerenza umanitaria, non si ponessero più. Se la risposta
bellica a regimi dispotici che mettono in pericolo la sicurezza dei propri
cittadini e del mondo è ritenuta troppo costosa (soprattutto in termini
di vite umane), quali sono gli strumenti che la comunità internazionale
dovrebbe utilizzare per isolare i regimi senza punire la popolazione?

Finora disponiamo soltanto dell’embargo economico, utilizzato contro
l’Iraq di Saddam Hussein senza grandi risultati, ma lo stesso embargo,
arma legittima prevista dal diritto internazionale, era già stato
contestato dai movimenti perché impoveriva la popolazione irachena.

E rispetto all’ONU? Durante i giorni del dibattito sull’intervento in
Iraq c’era un grande consenso sul fatto di salvaguardare la massima
istanza multilaterale, l’ONU appunto, malgrado l’urgente bisogno di
riforme di cui ha bisogno per renderlo veramente lo strumento della
comunità internazionale in grado di guidare un ipotetico “governo
mondiale”, almeno per quanto riguarda la gestione della sicurezza
collettiva. Dopo lo strappo degli Stati Uniti, che in modo chiaro hanno
scelto la via unilaterale e illegale dell’uso della violenza,
l’attenzione sull’ONU è calata fino quasi a dimenticare il problema,
come se le riforme non fossero più urgenti. Non si era detto che si
voleva avviare un confronto tra la società civile di tutto il mondo per
ipotizzare un pacchetto di riforme dell’ONU sul quale lanciare una
campagna transnazionale?

Alla prova dei fatti, è come se il movimento esprimesse il meglio di sé
in piazza in opposizione agli eventi organizzati dagli altri (G8, guerre,
WTO), ma poi si rinchiudesse in se stesso (anche all’interno dei Forum
sociali) quando si tratta di discutere proposte capaci di anticipare i
fatti invece di rincorrerli, soprattutto sui temi più caratterizzanti.

Tra contraddizioni e limiti personali e collettivi, i movimenti sono però
una delle più importanti novità politiche dell’Europa del XXI secolo.
I partiti tradizionali, anche qui in crisi, ma sicuramente non vicini alla
scomparsa come in Sudamerica, li guardano con curiosità e alcuni, come i
socialisti francesi e belgi, dimostrano un particolare interesse al
confronto diretto, affrontando anche vivaci contestazioni. Ma quanti voti
rappresentano i gruppi organizzati della società civile? E’ un calcolo
quasi impossibile da fare in questo momento, perché sino ad ora le
sperimentazioni di liste “di movimento” sono fallite miseramente, ma
non vi è dubbio che i partiti della sinistra non possano fare a meno di
confrontarsi su una serie di argomenti che compongono l’agenda del
movimento. Egemonia culturale? In parte sì, ma che per diventare
“governo” dovrà ancora maturare molto e soprattutto declinare
l’interdipendenza economica tra nord e sud del mondo come una
potenzialità e non come una condanna. Non si può chiedere
l’eliminazione delle ingiuste e antieconomiche sovvenzioni
all’agricoltura europea pensando soltanto ai contadini senegalesi. Anche
il contadino laziale ha il diritto di continuare a lavorare, ed è giusto
che sia ancora aiutato se pratica un’agricoltura tradizionale, che
presidia il territorio in modo sostenibile. E’ giusto ed urgente mettere
al centro delle proprie priorità la tutela dei soggetti più deboli, ma
difficilmente questo basta per trovare soluzioni eque e soprattutto che
raccolgano consenso oltre la soglia delle persone già sensibilizzate.

La grande opportunità che il movimento offre alla politica nei Paesi del
Nord del mondo è quindi proprio quella di dare un contributo alla
ricomposizione di uno sguardo d’insieme sui rapporti politici ed
economici internazionali a partire da una causa comune. Per la sinistra
questo equivale a rinnovare il proprio passato internazionalista, non più
su interessi “di classe”, ma su interessi “di genere”, quello
umano. Dalla politica il movimento potrà imparare a pensare a se stesso
come forza che si candida a dare un contributo fattibile, e non soltanto
utopico, per migliorare il governo dei problemi che determinano le grandi
tensioni che attraversano il mondo del XXI secolo.