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"Serve più attenzione ai temi della Costituzione Europea"

Intervista dell'eurodeputato DS-PSE Giorgio Napolitano al Corriere della Sera.

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«E’
venuto il momento di concludere una lunga stagione di incarichi elettivi»,
dice Giorgio Napolitano. E annuncia al Corriere la decisione, già
manifestata da mesi al suo partito, di non ricandidarsi al Parlamento
europeo, nel quale, dall’ inizio di questa legislatura, presiede la
commissione Affari costituzionali. «Continuerò, in questi mesi, a fare
la mia parte, e anche in futuro non verrà certo meno il mio impegno
europeistico. Ma il compito degli eletti nel Parlamento europeo è
difficile e pesante per chi vi si dedica a tempo pieno. Intendo favorire,
per la parte che mi compete, l’immissione di energie nuove e più fresche:
per ovvie ragioni anagrafiche, ritengo di non potermi più sobbarcare un
simile peso. Un peso che si sente ancora di più perché questo lavoro si
svolge nel silenzio dei mezzi di informazione e nell’ indifferenza delle
forze politiche italiane».

Sta parlando anche dei Ds e degli altri partiti del centrosinistra?

«Sì. Quello che si realizza sul piano legislativo e politico nel
Parlamento europeo viene largamente ignorato anche dalle forze del
centrosinistra, le più legate alla tradizione europeistica italiana. Io
sono critico nei confronti di questa scarsa attenzione. E sono critico per
l’ insufficiente sforzo di elaborazione anche culturale sui temi della
costruzione europea. Specie in una fase cruciale come questa».

E lei come se la spiega, questa distrazione?

«Sul Parlamento europeo, i partiti italiani subiscono il pregiudizio, che
per alcuni governi, come quello britannico, è un giudizio politico
consolidato, sulla sua scarsa rappresentatività e produttività. Ma, più
in generale, i due opposti schieramenti sono talmente dominati, anzi,
divorati, dalla quotidianità delle loro dispute, anche interne, che nello
stesso centrosinistra lo sguardo si fa corto, e finiscono con il mancare
il respiro e lo spessore culturale necessari. E questo è particolarmente
grave quando la destra alimenta il vento dell’ euroscetticismo e mette in
discussione la scelta europeistica dell’ Italia».

Non sarà che la crisi della costruzione europea, e dell’ idea stessa
dell’ Europa per come la abbiamo sin qui concepita, è così grave, e
profonda, da far apparire difficilmente difendibile, come ha scritto il
Riformista, la bandiera europeistica?

«Per rispondere a questa obiezione non possiamo prendere le mosse da
quello che è successo prima con la guerra in Iraq, e poi con il
fallimento del vertice di Bruxelles del 13 dicembre. Occorre partire più
da lontano, dal confronto che si è aperto dopo la deludente conclusione
del trattato di Nizza, nel dicembre del 2000: un dibattito di alto livello
politico, aperto da un importante discorso di Joschka Fischer, che portò,
alla fine del 2001, alla dichiarazione di Laeken. Non venne ignorato
nessuno degli interrogativi che erano maturati sul futuro dell’ Europa, e
a cui occorreva rispondere rapidamente in vista dell’ allargamento dell’
Unione. Nacquero così l’ idea della Costituzione, e la decisione di dare
vita alla Convenzione, nella quale per sedici lunghi mesi si è lavorato
precisamente su come rilanciare e anche rinnovare il progetto e l’
edificio stesso dell’ integrazione europea…».

Capisco. Ma l’ esito del processo è stato quello che è stato.

«Se oggi c’ è da temere una crisi di eurodelusione, è perché si è
bloccato proprio lo sforzo che si era fatto con la Convenzione. A Laeken
era parsa condivisa da tutti la convinzione che le sfide, le minacce, i
problemi del nostro tempo richiedessero più Europa, come recitava il
motto prescelto dalla presidenza spagnola; e che, nello stesso tempo, si
dovessero definire regole e procedure più trasparenti, ed evitare
allargamenti surrettizi delle competenze della Ue, garantendo gli ambiti
di persistente responsabilità di Stati e Parlamenti nazionali».

E adesso?

«E adesso qualcuno scopre tutti questi problemi per dire che l’ Europa è
finita. Certe polemiche contro il “vecchio europeismo” e la
“vecchia Europa” ricordano l’ antica massima di Tecoppa,
“non muoverti, ché ti infilzo”. Ma erano state costruite
esattamente le condizioni per muoversi, e per muoversi in 25: il
fallimento, indiscutibile, è stato quello del Consiglio europeo di
dicembre».

Già. Ma proprio questo fallimento, in un clima di eurodelusione, ha
riaperto interrogativi di fondo.

«Tutto il bla bla dei fogli di destra e persino di sinistra sul
fallimento dell’ Europa franco-tedesca e del trattato di Roma è
stupefacente e mistificatorio. E anche l’ allarme su un’ ipotesi di Europa
a due velocità è confuso e strumentale: la Costituzione deve garantire
un quadro di princìpi, di obiettivi e di regole comuni per l’ Europa a
25, ma in questo ambito vanno considerate del tutto fisiologiche forme di
integrazione differenziata. Comunque, adesso c’ è da riprendere il
cammino interrotto il 13 dicembre a Bruxelles, e dunque il progetto di
Costituzione varato dalla Convenzione. Tutti i governi che vogliono
effettivamente esprimere il loro impegno europeistico devono muoversi per
superare il punto morto e porre di fronte alle loro responsabilità il
governo spagnolo e quello polacco che hanno di fatto posto un veto all’
accordo».

E il governo italiano? Romano Prodi ha sostenuto che, durante i sei
mesi di presidenza di turno, il nostro impegno è mancato. E le reazioni
polemiche sono state aspre.

«Mi ha colpito la violenza delle risposte, ma prima ancora mi ha stupito
lo stupore di Frattini e di altri di fronte alle parole di Prodi: critiche
e riserve sul comportamento finale della presidenza italiana erano state
manifestate da Giuliano Amato, perlomeno adombrate Giscard d’ Estaing,
espresse nel Parlamento europeo. E poi, se pensiamo al continuo
controcanto dei Bossi e dei Castelli, ma anche dei Tremonti e di altri,
che ha indebolito il ruolo dell’ Italia già nella Convenzione, nonostante
gli sforzi di Fini, e ai commenti di tanti esponenti e consiglieri del
centrodestra dopo il fallimento di Bruxelles, ebbene, non si può non
convenire con Prodi».

Ma lei sostiene che, almeno sin qui, neanche il centrosinistra ha fatto
la sua parte.

«Il centrosinistra ha una grande occasione per promuovere un vigoroso
rilancio della visione e della cultura dell’ integrazione europea, perché
l’ Italia torni a giocare, in Europa, il ruolo che ha avuto in passato. E’
la scelta sollecitata dal manifesto di Prodi, è il senso che dovrebbe
avere la lista unitaria dell’ Ulivo».

A proposito: Prodi dovrebbe o no, secondo lei, capeggiare questa lista?

«La sua assunzione di responsabilità politica non implica affatto una
candidatura che io considero del tutto sconsigliabile, perché
richiederebbe le sue dimissioni da presidente della Commissione sei mesi
prima della scadenza del mandato, e nel pieno di un passaggio molto
delicato».

Lei dice: la lista unitaria dell’ Ulivo ha una grande occasione. Pensa
che saprà coglierla?

«Spero di sì. Ma certo la credibilità di questo impegno è inficiata
dall’ inerzia dei gruppi parlamentari del centrosinistra rispetto alla
necessità evidente di modificare una legge elettorale vecchissima per il
Parlamento europeo. E’ scandaloso che né il governo né i gruppi
parlamentari del centrodestra e del centrosinistra abbiano presentato un
progetto per recepire la decisione del Consiglio europeo che, nel 2002, ha
sancito l’incompatibilità tra il mandato parlamentare europeo e quello
nazionale. Un’ inerzia ingiustificabile. Siamo l’unico Paese europeo che
continua ad eleggere in Europa parlamentari nazionali. E magari c’ è chi
pensa anche a ricandidare uomini di governo, per i quali l’incompatibilità
è in vigore da sempre. E’ ammissibile un simile atteggiamento verso gli
elettori? E’ ammissibile che non si introduca alcun correttivo a un
sistema iperproporzionalistico che ha consentito di eleggere dei deputati
europei con lo 0,7 per cento dei voti? Ed è ammissibile che, nelle
prossime elezioni europee, si torni alla guerra delle preferenze? Io penso
proprio di no».