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GULLFOSS

Sempre più all'interno dell'isola.

Il diluvio universale sembra essersi abbattuto su Lauvgarten quando
usciamo la mattina per fare colazione.
I 100 metri che separano la nostra
guesthouse dal vicino ostello sono sufficienti a renderci conto che, in
caso di persistente maltempo la nostra visita a Geysir e Gullfoss
rischia di essere un’odissea.
La zona di Geysir, è una delle
attrattive turistiche da non perdere.
Un vasto campo geotermico accoglie il
visitatore con il solito profumino di acido solfidrico e una serie di cartelli
di pericolo che invitano il turista a non toccare le sorgenti che possono
raggiungere temperature fino a 100 gradi.
Passiamo un oretta attorno allo
Strokkur Geyser, che erutta in continuazione, talvolta con tre fiotti di
seguito, nel tentativo di effettuare il maggior numero possibile di fotografie.

Ci rendiamo conto che le panchine si trovano solo sulla destra del
geyser e ci piazziamo lì, mentre una seconda comitiva si posiziona dalla parte
opposta.
I vestiti inzuppati degli sventurati turisti dall’altro lato ci
confortano sulla bontà della nostra scelta.
La vista del geyser è qualcosa
di meraviglioso: la vasca che si riempie lentamente di acqua fredda, le
bollicine che affiorano in superficie sempre più numerose fino alla formazione
di una bolla d’acqua enorme che poi esplode dando luogo ad una colonna d’acqua
di circa 20 metri sono uno spettacolo indimenticabile.
Non oso immaginare
cosa potesse rappresentare l’eruzione del padre di tutti i Gesyer (ormai
estinto) che si trova a fianco di Strokkur (circa 90 metri di getto
comunica un cartello).

Risaliamo una collina retrostante per scattare
delle foto panoramiche ed una nuvola di vapore viene sprigionata dal grande
Geysir, e una piccola flebile speranza che accada il miracolo mi
pervade.
Così non è, e ripartiamo alla volta di Gullfoss.
Non ci
sono parole per descrivere questa cascata che si origina dal tumultuoso fiume
Hvita e si riversa in un canyon tanto profondo quanto esteso generando
immense nuvole di vapore che richiedono la presenza di un K-Way impermeabile e
non mancano di inumidire gli obiettivi delle nostre macchine fotografiche.

Percorriamo quindi il canyon fino a raggiungere l’inizio della cascata,
ove scalando una piccola parete possiamo godere di una stupenda vista dall’alto.

Non ci resta che tornare verso la macchina e partire alla volta dell’ostello
, dove arriveremo nel tardo pomeriggio.
Dopo aver girato in lungo ed in
largo le valli della zona (avventurandoci anche su strade riservate a fuori
strada e rendendoci immediatamente conto che con la nostra baracca questa non
era stata un’idea geniale) ci dirigiamo nella stupenda valle di
Thorsmork.

Questa valle glaciale, molto ampia è caratterizzata da
una parete verticale sulla sinistra costellata di cascatelle e fattorie, ha una
zona centrale molto paludosa (tanto da non essere attraversabile in macchina e
si chiude in una conca in cui uno stupendo ghiacciaio la fa da
padrone.
Percorriamo affascinati da questo splendido scenario gli ultimi
chilometri dissestati di una strada sterrata che porta al nostro ostello.
Va
detto che lo standard degli ostelli islandesi è eccellente, camere pulite in
fattorie ristrutturate, accoglienza amichevole e una cucina sempre attrezzata.

Forse per questo non siamo riusciti a capire con quali parametri
hostelling international abbia permesso alla stamberga di Hvoll di
fregiarsi del titolo di ostello.
Una ripida salita porta infatti ad una casa
con tetto di torba.

Entriamo, dopo aver scavalcato il cancello con una
scaletta, nel giardino fiorito avendo cura di non utilizzare il cancelletto ché
se lasciato aperto lascerebbe alla mercé delle pecore i fiori gelosamente
custoditi dal nostro ospite.
Facciamo il nostro ingresso trionfale armati di
borsoni nell’officina dell’ostello e veniamo accolti da utensili d’ogni tipo.

Se non fosse per la foto sul libro degli ostelli e per l’insegna penseremmo
immediatamente di aver sbagliato posto.
Il nostro ospite, un inglese
importato in Islanda, ci accoglie, non proprio calorosamente e ci conduce
alla nostra suite : una specie di camera con 3 spartani letti a castello di 180
cm (in cui potevo stare a malapena), il pavimento in legno in discesa (la bolla
da queste parti non sanno cosa sia).

Ora voi sapete che io giro per
rifugi alpini ma una sistemazione così becera l’ho trovata raramente.
In
compenso veniamo subito ragguagliati sul fatto che non esiste acqua calda
pertanto c’è sempre una pentola sul fuoco: se dovessimo prelevare acqua per
lavarci dovremmo poi riempire di nuovo la pentola.
Decido di sdraiarmi a
letto e mi accorgo che le “doghe” del letto superiore altro non sono che assi di
legno marce e storte (alcune assi mancano del tutto) e mi auguro vivamente che
non vi debba dormire nessuno quella notte (e così sarà).
In compenso
visitiamo l’altra camerata dove 7 materassi buttati per terra saranno giacigli
per 7 sfortunati ospiti.
Non ci resta che prepararci una cena e tra un
cigolio e l’altro andare a dormire.

Roby

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