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I grandi nomi dell'alimentazione sotto accusa

L'accusa dei ricercatori è che, in linea di massima, i grandi marchi fanno finta di niente fino a quando non si verifica qualche caso mediatico che mette a repentaglio la reputazione dell'azienda. Solo allora qualcosa si muove, con il risultato che non si può in alcun modo parlare di un qualsivoglia rinnovamento concreto nelle politiche che stanno dietro alla scelta di prodotti e ingredienti da immettere sul mercato. Inoltre, nulla si fa nemmeno nell'ambito della consapevolizzazione.

Di Serena Patierno corriere.it L’argomento alimentazione, si sa, è sempre attuale: fra nuovi tipi di dieta, nuovi ordini da studiosi e medici, e l’arrivo dell’estate, non si smetterebbe mai di parlarne.

Ma dalla Gran Bretagna arriva uno studio della City University che tratta di salute da un punto di vista ben più ampio rispetto al solito spauracchio per la cellulite o le cosiddette maniglie dell’amore, ovvero in relazione al mercato dell’alimentazione, alla grande distribuzione e alla responsabilizzazione dei consumatori. La ricerca, condotta dal professor Tim Lang, ha confrontato la condotta di 25 fra le più grandi industrie alimentari del mondo con le direttive emanate nel 2004 dall’Oms, per accorgersi che la loro politica è stata irresponsabile o, nel migliore dei casi, fallimentare.

«Il risultato della nostra ricerca è preoccupante» avverte Lang, «troppe compagnie sembrano non interessarsene affatto». L’accusa dei ricercatori è che, in linea di massima, i grandi marchi fanno finta di niente fino a quando non si verifica qualche caso mediatico che mette a repentaglio la reputazione dell’azienda. Inoltre, nulla si fa nemmeno nell’ambito della consapevolizzazione.

Secondo l’Oms, malattie mortali come cancro, disturbi cardiovascolari, diabete e obesità sono la causa del 60 per cento delle morti nel mondo, percentuale destinata a salire fino al 73 per cento entro il 2020. La risposta a questo allarmante quadro proveniente da chi ha in mano la sorgente del problema – l’alimentazione – è stata scandagliata dallo studio, che ha analizzato le prime 10 industrie alimentari, le prime 10 compagnie fra la grande distribuzione, e le 5 più importanti catene di ristorazione e catering fra cui anche McDonald’s e Burger King.


Proprio in questi casi sembra che vicende come quelle di Morgan Spurlock - il giovane regista statunitense che ha voluto sperimentare per 30 giorni una dieta integralmente fornita da McDonald’s, arrivando al punto di compromettere seriamente la propria salute - siano in grado di smuovere qualcosa.

Ma si tratta di reazioni ancora marginali che, a parte il merito di diffondere qualche barlume di consapevolezza e responsabilizzazione (perlomeno nel consumatore), sono di controversa utilità: se al consumatore «responsabile» non è offerta la possibilità di una scelta concretamente diversa, i casi mediatici contano poco e continuano a essere la facciata restaurata di problemi irrisolti.