D. Lgs. 502/1992

untitled Decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 (in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff. , n. 305, del 30 dicembre 1992). Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’art. 1 della[...]

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Decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502

(in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff. , n. 305, del 30 dicembre 1992).

Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’art. 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421.

Preambolo

Il Presidente della Repubblica: Visti gli articoli 76 e 87 della Costituzione; Visto l’art. 1 della legge 23 ottobre
1992, n. 421; Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 1º
dicembre 1992; Acquisito il parere delle commissioni permanenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 23 dicembre 1992; Sulla proposta
del Ministro del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro della (1) sanità, di concerto con
il Ministro del tesoro; Emana il seguente decreto legislativo:

(1) [Così rettificato in Gazz. Uff., 14 gennaio 1993, n. 10]

Art. 1. Programmazione sanitaria nazionale. e definizione dei livelli uniformi di assistenza.

1. Gli obiettivi fondamentali di prevenzione, cura e riabilitazione e le linee generali di indirizzo del Servizio
sanitario nazionale nonchè i livelli di assistenza da assicurare in condizioni di uniformità sul
territorio nazionale sono stabiliti con il Piano sanitario nazionale, nel rispetto degli obiettivi della programmazione
socio-economica nazionale e di tutela della salute individuati a livello internazionale ed in coerenza con l’entità
del finanziamento assicurato al Servizio sanitario nazionale. Il Piano sanitario nazionale è predisposto
dal Governo, sentite le Commissioni parlamentari permanenti competenti per la materia, che si esprimono entro trenta
giorni dalla data di presentazione dell’atto. Il Governo, ove si discosti dal parere delle Commissioni parlamentari,
è tenuto a motivare. Il Piano è adottato, ai sensi dell’art. 1 della legge 12 gennaio 1991, n. 13,
d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome. Ove l’intesa
con la Conferenza non intervenga entro trenta giorni dalla data di presentazione dell’atto, il Governo provvede
direttamente.

2. Il Piano sanitario nazionale, che ha durata triennale, è adottato dal Governo entro il 31 luglio dell’ultimo
anno di vigenza del piano precedente. Il Piano sanitario nazionale può essere modificato nel corso del triennio,
con la procedura di cui al precedente comma, anche per quanto riguarda i limiti e i criteri di erogazione delle
prestazioni e le eventuali forme di partecipazione alla spesa da parte degli assistiti in relazione alle risorse
stabilite dalla legge finanziaria.

3. Il Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-1996 è adottato entro il 31 luglio 1993.

4. Il Piano sanitario nazionale indica:

a) le aree prioritarie di intervento anche ai fini del riequilibrio territoriale delle condizioni sanitarie
della popolazione;

b) i livelli uniformi di assistenza sanitaria da individuare sulla base anche di dati epidemiologici e clinici,
con la specificazione delle prestazioni da garantire a tutti i cittadini, rapportati al volume delle risorse a
disposizione;

c) i progetti-obiettivo da realizzare anche mediante la integrazione funzionale e operativa dei servizi sanitari
e dei servizi socio-assistenziali degli enti locali, fermo restando il disposto dell’art. 30 della legge 27 dicembre
1983, n. 730, in materia di attribuzione degli oneri relativi;

d) le esigenze prioritarie in materia di ricerca biomedica e di ricerca sanitaria applicata, orientata anche
alla sanità pubblica veterinaria, alle funzioni gestionali ed alla valutazione dei servizi e delle attività
svolte;

e) gli indirizzi relativi alla formazione di base del personale.

5. Le regioni, entro centocinquanta giorni dalla data di pubblicazione del Piano sanitario nazionale, adottano
o adeguano con le modalità previste dai rispettivi statuti, i Piani sanitari regionali, uniformandoli alle
indicazioni del Piano sanitario nazionale, e definendo i modelli organizzativi dei servizi in funzione delle specifiche
esigenze del territorio e delle risorse effettivamente a disposizione.

6. La Relazione sullo stato sanitario del Paese espone i risultati conseguiti rispetto agli obiettivi fissati
dal Piano sanitario nazionale e fornisce indicazioni per l’ulteriore programmazione.

Art. 2. Programmazione sanitaria e indirizzi delle regioni.

1. Le linee dell’organizzazione dei servizi e delle attività destinate alla tutela della salute, i criteri
di finanziamento delle unità sanitarie locali e delle aziende ospedaliere, le attività di indirizzo
tecnico, promozione e supporto nei confronti delle predette unità sanitarie locali ed aziende, anche in
relazione al controllo di gestione e alla valutazione della qualità delle prestazioni sanitarie, rientrano
nella competenza delle regioni.

Art. 3. Organizzazione delle unità sanitarie locali.

1. L’unità sanitaria locale è azienda e si configura come ente strumentale della regione, dotato
di personalità giuridica pubblica, di autonomia organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile,
gestionale e tecnica, fermo restando il diritto-dovere degli organi rappresentativi di esprimere il bisogno socio-sanitario
delle comunità locali.

2. L’unità sanitaria locale provvede ad assicurare i livelli di assistenza di cui all’art. 1 nel proprio
ambito territoriale.

3. L’unità sanitaria locale può assumere la gestione di attività o servizi socio-assistenziali
per conto degli Enti locali con oneri a totale carico degli stessi, ivi compresi quelli relativi al personale,
e con contabilità separata. L’unità sanitaria locale procede alle erogazioni solo dopo l’effettiva
acquisizione delle necessarie disponibilità finanziarie.

4. Sono organi dell’unità sanitaria locale il direttore generale ed il collegio dei revisori. Il direttore
generale è coadiuvato dal direttore amministrativo, dal direttore sanitario e dal consiglio dei sanitari
nonchè dal coordinatore dei servizi sociali, nel caso previsto dal comma 3 in conformità alla normativa
regionale e con oneri a carico degli enti locali di cui allo stesso comma.

5. Le regioni disciplinano, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, nell’ambito
della propria competenza le modalità organizzative e di funzionamento delle unità sanitarie locali
prevedendo tra l’altro, sentite le province interessate:

a) la riduzione delle unità sanitarie locali, prevedendo per ciascuna un ambito territoriale coincidente
di norma con quello della provincia. In relazione a condizioni territoriali particolari, in specie delle aree montane,
ed alla densità e distribuzione della popolazione, la regione può prevedere ambiti territoriali di
estensione diversa;

b) l’articolazione delle unità sanitarie locali in distretti;

c) i criteri per la definizione dei rapporti attivi e passivi facenti capo alle preesistenti unità sanitarie
locali e unità socio-sanitarie locali;

d) il finanziamento delle unità sanitarie locali;

e) le modalità di vigilanza e controllo sulle unità sanitarie locali;

f) è fatto divieto alle unità sanitarie locali ed alle aziende ospedaliere di cui all’art. 4 di
ricorrere a qualsiasi forma di indebitamento, fatte salve:

1) l’anticipazione, da parte del tesoriere, nella misura massima di un dodicesimo dell’ammontare annuo delle
entrate previste nel bilancio di competenza, al netto delle partite di giro;

2) la contrazione di mutui o l’accensione di altre forme di credito, di durata non superiore a dieci anni per
il finanziamento di spese di investimento e previa autorizzazione regionale, fino ad un ammontare complessivo delle
relative rate, per capitale ed interessi, non superiore al 15 per cento delle entrate proprie correnti previste
nel bilancio annuale di competenza, ad esclusione della quota di Fondo sanitario regionale di parte corrente di
competenza.

6. Tutti i poteri di gestione, nonchè la rappresentanza dell’unità sanitaria locale, sono riservati
al direttore generale. Il direttore generale è nominato, previo specifico avviso da pubblicare nella Gazzetta
Ufficiale della Repubblica italiana, dal Presidente della Giunta regionale, su conforme delibera della Giunta medesima,
tra gli iscritti nell’apposito elenco nazionale istituito presso il Ministero della sanità di cui al comma
10. La nomina del direttore generale deve essere effettuata nel termine perentorio di sessanta giorni dalla data
di vacanza dell’ufficio e, in sede di prima applicazione, dalla data di istituzione dell’unità sanitaria
locale. Scaduto tale termine, qualora il Presidente della Giunta regionale non vi abbia provveduto, la nomina del
direttore generale è effettuata dal Ministro della sanità con proprio decreto. L’autonomia di cui
al comma 1 diviene effettiva con la prima immissione nelle funzioni del direttore generale. Il rapporto di lavoro
del direttore generale, del direttore amministrativo e del direttore sanitario è a tempo pieno, regolato
da contratto di diritto privato di durata quinquennale, rinnovabile, e non può comunque protrarsi oltre
il settantesimo anno di età. I contenuti di tale contratto, ivi compresi i criteri per la determinazione
degli emolumenti, sono fissati entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con
decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministri della sanità, del tesoro, del
lavoro e della previdenza sociale e per gli affari regionali. Il direttore generale è tenuto a motivare
i provvedimenti assunti in difformità dal parere reso dal direttore sanitario, dal direttore amministrativo
e dal consiglio dei sanitari. In caso di vacanza dell’ufficio o nei casi di assenza o di impedimento del direttore
generale, le relative funzioni sono svolte dal direttore amministrativo o dal direttore sanitario su delega del
direttore generale o, in mancanza di delega, dal direttore più anziano per età. Ove l’assenza o l’impedimento
si protragga oltre sei mesi si procede alla sostituzione. Nei casi in cui ricorrano gravi motivi o la gestione
presenti una situazione di grave disavanzo o in caso di violazione di leggi o di princìpi di buon andamento
e di imparzialità dell’amministrazione, il Presidente della Giunta della regione, su conforme delibera della
Giunta, risolve il contratto dichiarandone la decadenza e provvede alla sostituzione del direttore generale. In
caso di inerzia da parte delle regioni, previo invito ai predetti organi ad adottare le misure adeguate, provvede
in via sostitutiva il Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro della sanità.

7. Il direttore amministrativo ed il direttore sanitario sono assunti con provvedimento motivato dal direttore
generale. Al rapporto di lavoro si applica la disciplina di cui al comma 6. Essi cessano dall’incarico entro tre
mesi dalla data di nomina del nuovo direttore generale e possono essere riconfermati. Per gravi motivi, il direttore
amministrativo ed il direttore sanitario possono essere sospesi o dichiarati decaduti dal direttore generale con
provvedimento motivato. Il direttore sanitario è un medico in possesso della idoneità nazionale di
cui all’art. 17 che non abbia compiuto il sessantacinquesimo anno di età e che abbia svolto per almeno cinque
anni qualificata attività di direzione tecnico-sanitaria in enti o strutture sanitarie, pubbliche o private,
di media o grande dimensione. Il direttore sanitario dirige i servizi sanitari ai fini organizzativi ed igienico-sanitari
e fornisce parere obbligatorio al direttore generale sugli atti relativi alle materie di competenza. Il direttore
amministrativo è un laureato in discipline giuridiche o economiche che non abbia compiuto il sessantacinquesimo
anno di età e che abbia svolto per almeno cinque anni una qualificata attività di direzione tecnica
o amministrativa in enti o strutture pubbliche o private di media o grande dimensione. Il direttore amministrativo
dirige i servizi amministrativi dell’unità sanitaria locale e fornisce parere obbligatorio al direttore
generale sugli atti relativi alle materie di competenza. Le regioni disciplinano le funzioni del coordinatore dei
servizi sociali in analogia alle disposizioni previste per i direttori sanitario e amministrativo. Sono soppresse
le figure del coordinatore amministrativo, del coordinatore sanitario e del sovrintendente sanitario, nonchè
l’ufficio di direzione.

8. Per i pubblici dipendenti la nomina a direttore generale, direttore amministrativo e direttore sanitario
determina il collocamento in aspettativa senza assegni; il periodo di aspettativa è utile ai fini del trattamento
di quiescenza e di previdenza e dell’anzianità di servizio. Le amministrazioni di appartenenza provvedono
ad effettuare il versamento dei relativi contributi, comprensivi delle quote a carico del dipendente, nonchè
dei contributi assistenziali, calcolati sul trattamento stipendiale spettante al medesimo ed a richiedere il rimborso
del correlativo onere alle unità sanitarie locali interessate, le quali procedono al recupero delle quote
a carico dall’interessato. Qualora il direttore generale, il direttore sanitario ed il direttore amministrativo
siano dipendenti privati sono collocati in aspettativa senza assegni con diritto al mantenimento del posto.

9. Il direttore generale non è eleggibile a membro dei consigli comunali, dei consigli provinciali, dei
consigli e assemblee delle regioni e del Parlamento, salvo che le funzioni esercitate non siano cessate almeno
centottanta giorni prima della data di scadenza dei periodi di durata dei predetti organi. In caso di scioglimento
anticipato dei medesimi, le cause di ineleggibilità non hanno effetto se le funzioni esercitate siano cessate
entro i sette giorni successivi alla data del provvedimento di scioglimento. In ogni caso il direttore generale
non è eleggibile nei collegi elettorali nei quali sia ricompreso, in tutto o in parte, il territorio dell’unità
sanitaria locale presso la quale abbia esercitato le sue funzioni in un periodo compreso nei sei mesi antecedenti
la data di accettazione della candidatura. Il direttore generale che sia stato candidato e non sia stato eletto
non può esercitare per un periodo di cinque anni le sue funzioni in unità sanitarie locali comprese,
in tutto o in parte, nel collegio elettorale nel cui ambito si sono svolte le elezioni. La carica di direttore
generale è incompatibile con quella di membro del consiglio e delle assemblee delle regioni e delle province
autonome, di consigliere provinciale, di sindaco, di assessore comunale, di presidente o di assessore di comunità
montana, di membro del Parlamento, nonchè con l’esistenza di rapporti anche in regime convenzionale, con
le unità sanitarie locali o di rapporti economici o di consulenza con strutture che svolgono attività
concorrenziali con le stesse. La predetta normativa si applica anche ai direttori amministrativi e ai direttori
sanitari.

10. Il Ministero della sanità cura la tenuta e l’aggiornamento dell’elenco dei soggetti in possesso dei
requisiti per lo svolgimento della funzione di direttore generale. L’elenco è predisposto, entro centottanta
giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, da una commissione nominata con decreto del Presidente
del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della sanità, e composta da un magistrato del Consiglio
di Stato con funzioni di presidente di sezione, che la presiede, dal direttore generale della Direzione generale
del Ministero della sanità che cura la tenuta dell’elenco e da altri cinque membri, individuati tra soggetti
estranei all’amministrazione statale e regionale in possesso di comprovate competenze ed esperienze nel settore
dell’organizzazione e della gestione dei servizi sanitari, rispettivamente uno dal Presidente del Consiglio dei
Ministri, uno dal CNEL, uno dal Ministro della sanità e due dal Presidente della Conferenza permanente per
i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome. Nella provincia autonoma di Bolzano e nella Regione
Valle d’Aosta i direttori generali sono individuati tra gli iscritti in apposito elenco, rispettivamente provinciale
e regionale, predisposto da una commissione nominata dal Presidente della provincia autonoma di Bolzano e della
Regione Valle d’Aosta ed i cui membri sono nominati con le stesse modalità previste per la commissione nazionale.
Gli elenchi sono predisposti nel rispetto delle vigenti disposizioni in materia di bilinguismo e, per la provincia
autonoma di Bolzano, di riserva proporzionale dei posti nel pubblico impiego. I predetti elenchi provinciale e
regionale sono costituiti con l’osservanza dei princìpi e dei criteri fissati per gli elenchi nazionali
ed hanno validità limitata ai territori provinciale e regionale. La commissione provvede alla costituzione
ed all’aggiornamento dell’elenco secondo princìpi direttivi resi pubblici ed improntati a criteri di verifica
dei requisiti. All’elenco possono accedere, a domanda, i candidati che non abbiano compiuto il sessantacinquesimo
anno di età, che siano in possesso del diploma di laurea e di specifici e documentati requisiti, coerenti
rispetto alle funzioni da svolgere ed attestanti qualificata attività professionale di direzione tecnica
o amministrativa in enti, strutture pubbliche o private di media o grande dimensione, con esperienza acquisita
per almeno cinque anni e comunque non oltre i due anni precedenti a quello dell’iscrizione.

11. Non possono essere nominati direttori generali, direttori amministrativi o direttori sanitari delle unità
sanitarie locali:

a) (1) coloro che hanno riportato condanna, anche non definitiva, a pena detentiva non inferiore ad un anno
per delitto non colposo ovvero a pena detentiva non inferiore a sei mesi per delitto non colposo commesso nella
qualità di pubblico ufficiale o con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione,
salvo quanto disposto dal secondo comma dell’art. 166 del codice penale;

b) (1) coloro che sono sottoposti a procedimento penale per delitto per il quale è previsto l’arresto
obbligatorio in flagranza;

c) (1) coloro che sono stati sottoposti, anche con provvedimento non definitivo ad una misura di prevenzione,
salvi gli effetti della riabilitazione prevista dall’art. 15 della legge 3 agosto 1988, n. 327, e dall’art. 14
della legge 19 marzo 1990, n. 55;

d) (1) coloro che sono sottoposti a misura di sicurezza detentiva o a libertà vigilata.

12. Il consiglio dei sanitari è organismo elettivo dell’unità sanitaria locale con funzioni di
consulenza tecnico-sanitaria ed è presieduto dal direttore sanitario. Fanno parte del consiglio medici in
maggioranza ed altri operatori sanitari laureati — con presenza maggioritaria della componente ospedaliera medica
se nell’unità sanitaria locale è presente un presidio ospedaliero — nonchè una rappresentanza
del personale infermieristico e del personale tecnico sanitario. Nella componente medica è assicurata la
presenza del medico veterinario. Il consiglio dei sanitari fornisce parere obbligatorio al direttore generale per
le attività tecnico-sanitarie, anche sotto il profilo organizzativo, e per gli investimenti ad esse attinenti.
Il consiglio dei sanitari si esprime altresì sulle attività di assistenza sanitaria. Tale parere
è da intendersi favorevole ove non formulato entro dieci giorni dalla richiesta. La regione provvede a definire
il numero dei componenti nonchè a disciplinare le modalità di elezione e la composizione ed il funzionamento
del consiglio.

13. Il collegio dei revisori dura in carica cinque anni ed è composto da tre membri, di cui uno designato
dalla regione, uno designato dal Ministro del tesoro, scelto tra i funzionari della Ragioneria Generale dello Stato
ed uno designato dal sindaco o dalla conferenza dei sindaci o dai presidenti dei consigli circoscrizionali. Il
predetto collegio è integrato da altri due membri, dei quali uno designato dalla regione ed uno designato
dal Ministro del tesoro scelto tra i funzionari della ragioneria generale dello Stato, per le unità sanitarie
locali il cui bilancio di previsione comporti un volume di spesa di parte corrente superiore a duecento miliardi.
I revisori, ad eccezione della rappresentanza del Ministero del tesoro, sono scelti tra i revisori contabili iscritti
nel registro previsto dall’art. 1 del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 88. Il direttore generale dell’unità
sanitaria locale nomina i revisori con specifico provvedimento e li convoca per la prima volta. Il presidente del
collegio viene eletto dai revisori all’atto della prima seduta. Ove a seguito di decadenza, dimissioni o decessi
il collegio risultasse mancante di uno o più componenti, il direttore generale provvede ad acquisire le
nuove designazioni dalle amministrazioni competenti. In caso di mancanza di più di due componenti dovrà
procedersi alla ricostituzione dell’intero collegio. Qualora il direttore generale non proceda alla ricostituzione
del collegio entro trenta giorni, il Ministro della sanità, su segnalazione del Commissario del Governo,
provvede a costituirlo in via straordinaria con due funzionari designati dal Ministro del tesoro e un funzionario
designato dal predetto Commissario del Governo. Il collegio straordinario cessa le proprie funzioni all’atto dell’insediamento
del collegio ordinario. L’indennità annua lorda spettante ai componenti del collegio dei revisori è
fissata in misura pari al 10 per cento degli emolumenti del direttore generale dell’unità sanitaria locale.
Al presidente del collegio compete una maggiorazione pari al 20 per cento dell’indennità fissata per gli
altri componenti. Il collegio dei revisori vigila sull’osservanza delle leggi, verifica la regolare tenuta della
contabilità e la corrispondenza del rendiconto generale alle risultanze delle scritture contabili, esamina
il bilancio di previsione e le relative variazioni ed assestamento. Il collegio accerta almeno ogni trimestre la
consistenza di cassa e può chiedere notizie al direttore generale sull’andamento dell’unità sanitaria
locale. I revisori possono, in qualsiasi momento, procedere, anche individualmente, ad atti di ispezione e di controllo.

14. Nelle unità sanitarie locali il cui ambito territoriale coincide con quello del comune, il sindaco,
al fine di corrispondere alle esigenze sanitarie della popolazione, provvede alla definizione, nell’ambito della
programmazione regionale, delle linee di indirizzo per l’impostazione programmatica dell’attività, esamina
il bilancio di previsione ed il conto consuntivo e rimette alla regione le relative osservazioni, verifica l’andamento
generale dell’attività e contribuisce alla definizione dei piani programmatici trasmettendo le proprie valutazioni
e proposte al direttore generale ed alla regione. Nelle unità sanitarie locali il cui ambito territoriale
non coincide con il territorio del comune, le funzioni del sindaco sono svolte dalla conferenza dei sindaci o dei
presidenti delle circoscrizioni di riferimento territoriale tramite una rappresentanza costituita nel suo seno
da non più di sette componenti nominati dalla stessa conferenza. Dette funzioni non sono delegabili.

(1) [Così rettificato in Gazz. Uff., 14 gennaio 1993, n. 10]

Art. 4. Aziende ospedaliere e presidi ospedalieri.

1. Le regioni, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, trasmettono al Ministro
della sanità le proprie indicazioni ai fini della conseguente individuazione degli ospedali di rilievo nazionale
e di alta specializzazione da costituire in azienda ospedaliera avuto riguardo a quanto previsto al comma 2. Entro
novanta giorni dall’entrata in vigore del presente decreto il Ministro della sanità, sulla base delle indicazioni
pervenute dalle regioni e, in mancanza, sulla base di proprie valutazioni, formula le proprie proposte al Consiglio
dei Ministri, il quale individua gli ospedali da costituire in azienda ospedaliera. Entro sessanta giorni dalla
data della deliberazione del Consiglio dei Ministri, le regioni costituiscono in azienda con personalità
giuridica pubblica e con autonomia organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile, gestionale e tecnica
i predetti ospedali. Le regioni costituiscono altresì in aziende ospedaliere con le medesime caratteristiche
di autonomia, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, gli ospedali destinati
a centro di riferimento della rete dei servizi di emergenza. Con le stesse procedure si provvede alla costituzione
in aziende di ulteriori ospedali, dopo la prima attuazione del presente decreto. Gli ospedali costituiti in azienda
ospedaliera hanno gli stessi organi previsti per l’unità sanitaria locale, nonchè il direttore amministrativo,
il direttore sanitario e il consiglio dei sanitari con le stesse attribuzioni indicate nell’art. 3. Nel consiglio
dei sanitari è garantita la presenza dei responsabili di dipartimento, ferma restando la composizione prevista
dall’art. 3, comma 12. La gestione delle aziende ospedaliere è informata al principio dell’autonomia economico-finanziaria
e dei preventivi e consuntivi per centri di costo, basati sulle prestazioni effettuate.

2. Possono essere individuati come ospedali di rilievo nazionale e di alta specializzazione quelli che dispongono
di tutte le seguenti caratteristiche:

a) presenza di almeno tre strutture di alta specialità secondo le specificazioni fornite nel decreto
del Ministro della sanità del 29 gennaio 1992, emanato ai sensi dell’art. 5 della legge 23 ottobre 1985,
n. 595. Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della sanità, sentito il Consiglio superiore
di sanità e la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome, provvede,
sulla base dell’evoluzione scientifica e tecnologica, ad aggiornare periodicamente l’elenco delle attività
di alta specialità e dei requisiti necessari per l’esercizio delle attività medesime;

b) organizzazione funzionalmente accorpata ed unitaria di tipo dipartimentale di tutti i servizi che compongono
una struttura di alta specialità.

3. Sono ospedali a rilievo nazionale e di alta specializzazione i policlinici universitari, che devono essere
inseriti nel sistema di emergenza sanitaria di cui al decreto del Presidente della Repubblica 27 marzo 1992, nonchè
i presidi ospedalieri in cui insiste la prevalenza del percorso formativo del triennio clinico, delle facoltà
di medicina e chirurgia, e, a richiesta dell’università, i presidi ospedalieri che operano in strutture
di pertinenza dell’università.

4. Possono essere costituiti in azienda gli ospedali destinati a centro di riferimento della rete dei servizi
di emergenza, dotati del dipartimento di emergenza come individuato ai sensi dell’art. 9 del decreto del Presidente
della Repubblica del 27 marzo 1992, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 76 del 31 marzo 1992 e successive modificazioni
ed integrazioni, e che siano, di norma, dotati anche di eliporto.

5. I policlinici universitari sono aziende dell’università dotate di autonomia organizzativa, gestionale,
patrimoniale e contabile. Lo statuto dell’università determina, su proposta della facoltà di medicina,
le modalità organizzative e quelle gestionali, nel rispetto dei fini istituzionali, in analogia ai princìpi
del presente decreto fissati per l’azienda ospedaliera. La gestione dei policlinici universitari è informata
al principio dell’autonomia economico-finanziaria e dei preventivi e consuntivi per centri di costo, basati sulle
prestazioni effettuate.

6. I presidi ospedalieri in cui insiste la prevalenza del corso formativo del triennio clinico della facoltà
di medicina, costituiti in aziende ospedaliere, si dotano del modello gestionale secondo quanto previsto dal presente
decreto per le aziende ospedaliere; il direttore generale è nominato d’intesa con il rettore dell’università.
La gestione dell’azienda deve essere informata anche all’esigenza di garantire le funzioni istituzionali delle
strutture universitarie che vi operano. L’università e l’azienda stabiliscono i casi per i quali è
necessaria l’acquisizione del parere della facoltà di medicina per le decisioni che si riflettono sulle
strutture universitarie. Nella composizione del consiglio dei sanitari deve essere assicurata la presenza delle
componenti universitarie in rapporto alla consistenza numerica delle stesse.

7. Le regioni, nell’ambito delle proprie competenze, disciplinano entro centottanta giorni dalla data di entrata
in vigore del presente decreto le modalità di finanziamento delle aziende sulla base dei seguenti princìpi:

a) prevedere l’attribuzione da parte della regione di una quota del Fondo sanitario destinata alla copertura
parziale delle spese necessarie per la gestione, determinata nella percentuale non inferiore al 30% e non superiore
all’80% dei costi complessivi delle prestazioni che l’azienda è nelle condizioni di erogare, rilevabile
sulla base della contabilità;

b) prevedere gli introiti derivanti dal pagamento delle prestazioni erogate, sulla base di tariffe definite
dalla regione all’atto della costituzione in azienda tenuto conto del costo delle prestazioni medesime e della
quota già finanziata di cui alla lettera a) nonchè dei criteri fissati ai sensi dell’art. 8, comma
6;

c) prevedere le quote di partecipazione alla spesa eventualmente dovute da parte dei cittadini, gli introiti
connessi all’esercizio dell’attività libero professionale dei diversi operatori ed i corrispettivi relativi
a servizi integrativi a pagamento;

d) prevedere i lasciti, le donazioni e le rendite derivanti dall’utilizzo del patrimonio dell’azienda, ed eventuali
altre risorse acquisite per contratti e convenzioni.

8. Le aziende ospedaliere, incluse quelle di cui al comma 5, devono chiudere il proprio bilancio in pareggio.
L’eventuale avanzo di amministrazione è utilizzato per gli investimenti in conto capitale, per oneri di
parte corrente e per eventuali forme di incentivazione al personale da definire in sede di contrattazione. Il verificarsi
di ingiustificati disavanzi di gestione o la perdita delle caratteristiche strutturali e di attività prescritte,
fatta salva l’autonomia dell’università, comportano rispettivamente il commissariamento da parte della Giunta
regionale e la revoca dell’autonomia aziendale.

9. Gli ospedali che non siano costituiti in azienda ospedaliera conservano la natura di presidi dell’unità
sanitaria locale. Nelle unità sanitarie locali nelle quali sono presenti più ospedali, questi possono
essere accorpati ai fini funzionali. Nei presidi ospedalieri dell’unità sanitaria locale è previsto
un dirigente medico in possesso dell’idoneità di cui all’art. 17, come responsabile delle funzioni igienico-organizzative,
su delega del direttore sanitario dell’unità sanitaria locale, ed un dirigente amministrativo per l’esercizio
delle funzioni gestionali e di coordinamento amministrativo, su delega rispettivamente del direttore generale e
del direttore amministrativo dell’unità sanitaria locale. A tutti i presidi di cui al presente comma è
attribuita autonomia economico-finanziaria con contabilità separata all’interno del bilancio dell’unità
sanitaria locale, con l’introduzione delle disposizioni previste per le aziende ospedaliere, in quanto applicabili.

10. Le regioni provvedono alla riorganizzazione di tutti i presidi ospedalieri sulla base delle disposizioni
di cui all’art. 4, comma 3, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, correlando gli standard ivi previsti con gli
indici di degenza media, l’intervallo di turn-over e la rotazione degli assistiti, ed organizzando gli stessi presidi
in dipartimenti. All’interno dei presidi ospedalieri e delle aziende di cui al presente articolo sono riservati
spazi adeguati, da reperire entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, per l’esercizio
della libera professione intramuraria ed una quota non inferiore al 6% e non superiore al 12% dei posti letto per
la istituzione di camere a pagamento. I direttori generali delle nuove unità sanitarie locali e delle aziende
ospedaliere e, fino al loro insediamento, gli amministratori straordinari pro tempore, nonchè le autorità
responsabili delle aziende di cui al comma 5, sono direttamente responsabili dell’attuazione di dette disposizioni.
In caso di inosservanza la regione adotta i conseguenti provvedimenti sostitutivi. In caso di assoluta impossibilità
di assicurare gli spazi necessari alla libera professione all’interno delle proprie strutture, gli spazi stessi
sono reperiti, previa autorizzazione della regione, anche mediante convenzioni con case di cura o altre strutture
sanitarie, pubbliche o private. Le convenzioni sono limitate al tempo strettamente necessario per l’approntamento
degli spazi per la libera professione all’interno delle strutture pubbliche e comunque non possono avere durata
superiore ad un anno e non possono essere rinnovate. Il ricovero in camere a pagamento comporta l’esborso da parte
del ricoverato di una retta giornaliera stabilita in relazione al livello di qualità alberghiera delle stesse,
nonchè, se trattasi di ricovero richiesto in regime libero-professionale, di una somma forfettaria comprensiva
di tutti gli interventi medici e chirurgici, delle prestazioni di diagnostica strumentale e di laboratorio strettamente
connesse ai singoli interventi, differenziata in relazione al tipo di interventi stessi. In ciascuna regione, a
decorrere dalla data di entrata in vigore della disciplina di riorganizzazione ospedaliera di cui al presente articolo,
cessano di avere efficacia le disposizioni di cui alla legge 12 febbraio 1968, n. 132 e al decreto del Presidente
della Repubblica 27 marzo 1969, n. 128, nonchè le disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica
27 marzo 1969, n. 129 in contrasto con le norme del presente decreto.

11. I posti letto da riservare, ai sensi del comma 10 per la istituzione di camere a pagamento nonchè
quelli ascritti agli spazi riservati all’esercizio della libera professione intramuraria, non concorrono ai fini
dello standard dei posti letto per mille abitanti previsto dall’art. 4, comma 3, della legge 30 dicembre 1991,
n. 412.

12. Nulla è innovato alla vigente disciplina per quanto concerne l’Ospedale Galliera di Genova, l’Ordine
Mauriziano e gli istituti ed enti che esercitano l’assistenza ospedaliera di cui agli articoli 40, 41 e 43, secondo
comma, della legge 23 dicembre 1978, n. 833, fermo restando che l’apporto dell’attività dei suddetti presidi
ospedalieri al Servizio sanitario nazionale è regolamentato con le modalità previste dal presente
articolo. I regolamenti del personale dei predetti presidi sono adeguati ai princìpi del presente decreto
e a quelli di cui all’art. 4, comma 7, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, e sono approvati con decreto del Ministro
della sanità.

13. I rapporti tra l’ospedale Bambino Gesù, appartenente alla Santa Sede, le strutture del Sovrano Militare
Ordine di Malta ed il Servizio sanitario nazionale relativamente all’attività assistenziale, sono disciplinati
da appositi accordi da stipularsi rispettivamente tra la Santa Sede, il Sovrano Militare Ordine di Malta ed il
Governo italiano.

Art. 5. Patrimonio e contabilità.

1. Nel rispetto della normativa regionale vigente, tutti i beni mobili, immobili, ivi compresi quelli da reddito,
e le attrezzature che, alla data di entrata in vigore del presente decreto, fanno parte del patrimonio dei comuni
con vincolo di destinazione alle unità sanitarie locali, sono trasferiti al patrimonio delle unità
sanitarie locali e delle aziende ospedaliere; sono parimenti trasferiti al patrimonio delle unità sanitarie
locali i beni di cui all’art. 65, primo comma — come sostituito dall’art. 21 del decreto-legge 12 settembre 1983,
n. 463, convertito con modificazioni dalla legge 11 novembre 1983, n. 638 — della legge 23 dicembre 1978, n. 833.

2. I trasferimenti di cui al presente articolo sono effettuati con decreto del Presidente della Giunta regionale.
Tale decreto costituisce titolo per l’apposita trascrizione dei beni, che dovrà avvenire con esenzione per
gli enti interessati di ogni onere relativo a imposte e tasse.

3. Gli atti di donazione a favore delle unità sanitarie locali e delle aziende ospedaliere che abbiano
ad oggetto beni immobili con specifica destinazione a finalità rientranti nell’ambito del servizio sanitario
nazionale, sono esenti dal pagamento delle imposte di donazione, ipotecarie e catastali.

4. Entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto le regioni provvedono ad emanare
norme per la gestione economica, finanziaria e patrimoniale delle unità sanitarie locali e delle aziende
ospedaliere, nel rispetto dei seguenti princìpi:

a) prevedere l’adozione di un documento di piano che contenga le scelte e gli obiettivi che si intendono perseguire;

b) prevedere l’adozione del bilancio pluriennale di previsione che comprenda, per ogni esercizio di riferimento,
la previsione dei costi e dei ricavi di gestione. Il bilancio pluriennale evidenzia altresì gli investimenti
previsti indicando anche le modalità di copertura e i riflessi previsti sui costi e ricavi di esercizio;

c) prevedere l’adozione, entro il 15 ottobre di ciascun esercizio, coincidente con l’anno solare, di un bilancio
preventivo economico annuale in pareggio, relativo all’esercizio successivo, secondo i livelli uniformi di assistenza
sanitaria; il bilancio economico preventivo deve essere altresì riclassificato coerentemente con i princìpi
di contabilità pubblica al fine di rappresentare le previsioni di competenza e di cassa delle entrate e
delle spese;

d) prevedere la destinazione dell’eventuale utile e le modalità di copertura delle eventuali perdite
di esercizio;

e) prevedere che il finanziamento delle spese relativamente agli investimenti sia assicurato con:

le quote assegnate sul Fondo sanitario nazionale in conto capitale;

i fondi all’uopo accantonati;

l’utilizzazione di altre fonti di autofinanziamento;

i contributi in conto capitale dello Stato, delle regioni e di altri enti pubblici;

ricorso a mutui e ad altre forme di credito con le modalità di cui all’art. 3, comma 5, lettera f), punto
2;

f) prevedere l’adozione della contabilità analitica, avente la finalità di supportare le attività
di controllo di gestione, con separata rilevazione delle attività degli eventuali presidi ospedalieri;

g) prevedere la tenuta delle seguenti scritture obbligatorie:

il libro giornale;

il libro degli inventari;

il libro delle deliberazioni;

il libro delle adunanze e dei verbali del collegio dei revisori dei conti;

h) prevedere la trasmissione alla regione ed ai ministeri competenti di un rendiconto trimestrale, sottoscritto
dal direttore generale e dal direttore amministrativo, di riclassificazione finanziaria, redatto secondo le modalità
previste dalle vigenti normative e dal quale risultino:

le previsioni delle entrate e delle spese di competenza;

i crediti e i debiti di bilancio distinti tra esercizio in corso ed esercizi precedenti;

le riscossioni, i pagamenti ed il fondo di cassa distinti tra esercizio in corso ed esercizi precedenti;

i) prevedere, a partire dal 1º gennaio 1994, l’attivazione del nuovo sistema di rilevazione contabile previo
esperimento per un periodo di un anno in cui esso viene affiancato alla vigente contabilità finanziaria.

5. Per conferire uniforme struttura alle voci dei bilanci pluriennali ed annuali e dei conti consuntivi annuali,
nonchè omogeneità ai valori inseriti in tali voci, entro centoventi giorni dalla data di entrata
in vigore del presente decreto è predisposto, tenuto conto dell’esigenza di consolidamento dei conti pubblici
e dell’informatizzazione da finalizzare anche agli adempimenti di cui all’art. 30 della legge 5 agosto 1978, n.
468 e successive modificazioni ed integrazioni, apposito schema, con decreto interministeriale emanato d’intesa
fra i Ministri del tesoro e della sanità. Per l’evidenziazione delle spese del personale si provvede secondo
le disposizioni emanate ai sensi dell’art. 2, lettera h) della legge 23 ottobre 1992, n. 421.

Art. 6. Rapporti tra Servizio sanitario nazionale ed Università.

1. Le regioni stipulano specifici protocolli d’intesa con le università per regolamentare l’apporto alle
attività assistenziali del servizio sanitario delle facoltà di medicina, nel rispetto delle loro
finalità istituzionali didattiche e scientifiche. Le università contribuiscono, per quanto di competenza,
alla elaborazione dei piani sanitari regionali. La programmazione sanitaria, ai fini dell’individuazione della
dislocazione delle strutture sanitarie, deve tener conto della presenza programmata delle strutture universitarie.
Le università e le regioni possono, di intesa, costituire policlinici universitari, mediante scorporo e
trasferimento da singoli stabilimenti ospedalieri di strutture universitarie o ospedaliere, accorpandole in stabilimenti
omogenei tenendo conto delle esienze della programmazione regionale. I rapporti in attuazione delle predette intese
sono regolati, ove necessario, con appositi accordi tra le università, le aziende ospedaliere e le unità
sanitarie locali interessate.

2. Per soddisfare le specifiche esigenze del servizio sanitario nazionale, connesse alla formazione degli specializzandi
e all’accesso ai ruoli dirigenziali del servizio sanitario nazionale, le università, le regioni, le aziende
ospedaliere, le unità sanitarie locali e gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico di diritto
pubblico stipulano specifici protocolli di intesa per disciplinare le modalità della reciproca collaborazione.
Ferma restando la disciplina di cui al decreto legislativo 8 agosto 1991, n. 257, sulla formazione specialistica,
nelle scuole di specializzazione attivate presso le predette strutture sanitarie in possesso dei requisiti di idoneità
di cui all’art. 7 del citato decreto legislativo n. 257/91, la titolarità dei corsi di insegnamento previsti
dall’ordinamento didattico universitario è affidata ai dirigenti delle strutture presso le quali si svolge
la formazione stessa, in conformità ai protocolli d’intesa di cui al comma 1. Ai fini della programmazione
del numero degli specialisti da formare, si applicano le disposizioni di cui all’art. 2 del decreto legislativo
8 agosto 1991, n. 257, tenendo anche conto delle esigenze conseguenti alle disposizioni sull’accesso alla dirigenza
di cui all’art. 15 del presente decreto. Il diploma di specializzazione conseguito presso le predette scuole è
rilasciato a firma del direttore della scuola e dal rettore dell’università competente. Sulla base delle
esigenze di formazione e di prestazioni rilevate dalla programmazione regionale, analoghe modalità per l’istituzione
dei corsi di specializzazione possono essere previste per i presidi ospedalieri delle unità sanitarie locali,
le cui strutture siano in possesso dei requisiti di idoneità previsti dall’art. 7 del decreto legislativo
8 agosto 1991, n. 257.

3. A norma dell’art. 1, lettera o), della legge 23 ottobre 1992, n. 421, la formazione del personale sanitario
infermieristico, tecnico e della riabilitazione avviene in sede ospedaliera. Il relativo ordinamento didattico
è definito, ai sensi dell’art. 9 della legge 19 novembre 1990, n. 341, con decreto del Ministro dell’università
e della ricerca scientifica e tecnologica emanato di concerto con il Ministro della sanità. Per tali finalità
le unità sanitarie locali, le aziende ospedaliere, le istituzioni private accreditate e le università
attivano appositi protocolli di intesa per l’espletamento dei corsi di cui all’art. 2 della legge 19 novembre 1990,
n. 341. La titolarità dei corsi di insegnamento previsti dall’ordinamento didattico universitario è
affidata di norma a personale del ruolo sanitario dipendente dalle strutture presso le quali si svolge la formazione
stessa, in possesso dei requisiti previsti. I diplomi conseguiti presso le predette scuole sono rilasciati a firma
del responsabile delle medesime e del rettore dell’università competente. I corsi di studio previsti dal
precedente ordinamento che non siano stati riordinati ai sensi del citato art. 9 della legge 19 novembre 1990,
n. 341, sono soppressi entro tre anni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, garantendo, comunque,
il completamento degli studi agli studenti che si iscrivono entro il predetto termine al primo anno di corso. A
decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, per l’accesso alle scuole ed ai corsi disciplinati
dal precedente ordinamento è in ogni caso richiesto il possesso di un diploma di scuola secondaria superiore
di secondo grado. Ai corsi disciplinati dal precedente ordinamento e per il predetto periodo temporale possono
accedere gli aspiranti che abbiano superato il primo biennio di scuola secondaria superiore per i posti che non
dovessero essere coperti dai soggetti in possesso del diploma di scuola secondaria superiore di secondo grado.

4. In caso di mancata stipula dei protocolli di intesa di cui al presente articolo, entro centoventi giorni
dalla costituzione delle nuove unità sanitarie locali e delle aziende ospedaliere, previa diffida, gli accordi
sono stipulati dal Ministro della sanità e dal Ministro dell’università e della ricerca scientifica
e tecnologica, sentite le istituzioni interessate di cui al comma 1. I predetti Ministri forniscono congiuntamente
gli indirizzi per la corretta applicazione degli accordi.

5. Nelle strutture delle facoltà di medicina e chirurgia il personale laureato medico di ruolo, in servizio
alla data del 31 ottobre 1992, delle aree tecnico-scientifica e socio-sanitaria, svolge anche le funzioni assistenziali.

Art. 7. Presidi multizonali di prevenzione.

1. La legge regionale attribuisce la gestione dei presidi multizonali di prevenzione ad un apposito organismo per
la prevenzione, unico per tutto il territorio regionale, costituito secondo i princìpi di cui all’art. 3,
comma 1, e nei termini di cui al comma 5 dello stesso articolo. Per le specifiche funzioni allo stesso attribuite
il direttore sanitario dell’organismo, in deroga a quanto previsto all’art. 3, è denominato direttore tecnico
sanitario ed è un laureato appartenente al ruolo sanitario o professionale. Il consiglio dei sanitari assume
la denominazione di consiglio dei sanitari e dei tecnici ed è costituito da laureati del ruolo sanitario
e professionale, nonchè da una rappresentanza del restante personale tecnico.

2. Al fine di assicurare indirizzi omogenei ai controlli ed alla prevenzione nonchè di pervenire ad una
idonea strumentazione e dotazione tecnica su tutto il territorio regionale, le regioni riorganizzano gli attuali
presidi multizonali di prevenzione secondo i seguenti princìpi e criteri:

a) definire l’ambito territoriale dei presidi multizonali di prevenzione, di norma su base provinciale;

b) riorganizzare i presidi multizonali di prevenzione su base dipartimentale articolandoli in almeno due sezioni,
delle quali una per la prevenzione ambientale, che svolgono, in ragione delle specifiche competenze, anche funzione
di consulenza e di supporto del Ministero della sanità e del Ministero dell’ambiente;

c) attribuire ai dipartimenti di cui alla lettera b), secondo il criterio di ripartizione in sezioni, le funzioni
di coordinamento tecnico dei servizi delle unità sanitarie locali di cui alla lettera e), nonchè
di consulenza e supporto a comuni, province e altre amministrazioni pubbliche;

d) prevedere che i dipartimenti di cui alla lettera b) svolgano attività di analisi sulla base dei programmi
regionali ovvero a richiesta dei soggetti di cui alle lettere b) e c) nonchè su richiesta delle unità
sanitarie locali;

e) riorganizzare gli attuali servizi delle unità sanitarie locali che svolgono le funzioni previste dagli
articoli 16, 20, 21 e 22 della legge n. 833/78, fatte salve le competenze attribuite dalla legge ad altre autorità,
in un apposito dipartimento per la prevenzione;

f) articolare il dipartimento di cui alla lettera e) almeno nei seguenti servizi:

1) prevenzione ambientale;

2) igiene degli alimenti;

3) prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro;

4) igiene e sanità pubblica;

5) veterinari, articolati distintamente nelle tre aree funzionali della sanità animale, dell’igiene della
produzione, trasformazione, commercializzazione, conservazione e trasporto degli alimenti di origine animale e
loro derivati, e dell’igiene degli allevamenti e delle produzioni zootecniche.

3. I servizi veterinari si avvalgono delle prestazioni e della collaborazione tecnico-scientifica degli istituti
zooprofilattici sperimentali. La programmazione regionale individua le modalità di raccordo funzionale tra
i dipartimenti di prevenzione e gli istituti zooprofilattici per il coordinamento tecnico delle attività
di sanità pubblica veterinaria.

4. Le attività di indirizzo e coordinamento necessarie per assicurare la uniforme attuazione delle normative
comunitarie e degli organismi internazionali sono assicurate congiuntamente dal Ministero della sanità e
dal Ministero dell’ambiente che si avvalgono, per gli aspetti di competenza, dell’Istituto superiore di sanità,
dell’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro, degli Istituti di ricerca del CNR e dell’ENEA,
e degli istituti zooprofilattici sperimentali.

5. I dipartimenti di prevenzione, tramite la regione, acquisiscono dall’Istituto superiore per la prevenzione
e la sicurezza del lavoro e dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro ogni informazione
utile ai fini della conoscenza dei rischi per la tutela della salute e per la sicurezza degli ambienti di lavoro.
L’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro garantisce la trasmissione delle anzidette
informazioni anche attraverso strumenti telematici.

Vai all’Art. 8 e
seguenti

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