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Consiglio di Stato, sez. IV, 29 ottobre 2002, n. 5907

untitled R E P U B B L I C A I T A L I A N A IN NOME DEL POPOLO ITALIANO Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente D E C I S I O N E sul[...]

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R E P U B B
L I C A I T A L I A N A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale
(Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente
D E C I S I O N E
sul ricorso n. 2391/02 proposto da
Solemare S.a.s., in persona del legale rappresentante Paola Menaldo, rappresentata e difesa dagli avv.ti Sergio
Dal Prà e Nicola Corbo, elettivamente domiciliata in Roma, via Sesto Rufo, n. 23, presso lo studio di quest’ultimo;
contro
il Comune di Jesolo, in persona del
Sindaco in carica, rappresentato e difeso dagli avv.ti Vittorio Domenichelli e Luigi Manzi, elettivamente domiciliato
in Roma, via, Confalonieri, n. 5, presso lo studio di quest’ultimo;
e nei confronti
della C.E.J.S. s.n.c., di Mario Calzavara
ed Eliadoro Baita, con sede in Jesolo Lido, in persona del legale rappresentante, rappresentata e difesa dagli
avv.ti Bruno Barel e Salvatore di Mattia, elettivamente domiciliata in Roma, via Federico Confalonieri, n. 5, presso
lo studio di quest’ultimo;
per l’ottemperanza
alla sentenza del Consiglio di Stato,
Sezione Quarta, n. 3830/00, depositata il 7 luglio 2000, di accoglimento del ricorso in appello proposto da Novello
Menaldo avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Veneto, Sezione prima, n. 2113/1996.

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Jesolo e della società C.E.J.S.;

Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;

Visti gli atti tutti della causa;

Relatore alla camera di consiglio dell’11 giugno 2002 il Consigliere Giuseppe Carinci;

Uditi l’avv. N. Corbo, per la ricorrente, l’avv. S. Di Mattia, per la società resistente;

Ritenuto in fatto e in diritto quanto segue.
FATTO
La ricorrente riferisce di essere
l’attuale titolare, in località Lido di Iesolo, di una struttura alberghiera denominata “Hotel Solemare”,
della quale in precedenza era proprietario Menaldo Novello, ricorrente in primo e secondo grado avverso i provvedimenti
amministrativi che hanno consentito alla C.E.J.S., s.n.c., la realizzazione di un intervento edilizio in area adiacente
a quella di sua proprietà. A seguito di ricorso giurisdizionale, tali provvedimenti sono stati annullati
con sentenza del Consiglio di Stato, Sezione Quarta, n. 3830/00, pubblicata in data 7 luglio 2000.

Gli atti annullati riguardavano, più specificamente, l’autorizzazione alla realizzazione di un intervento
edilizio di riqualificazione di un’ex pensione e di una villetta, con costruzione, su diverso sedime, di un nuovo
fabbricato ad uso turistico-ricettivo e residenziale, nonchè di una piscina. Essendo l’area interessata
destinata, secondo il P.R.G. comunale vigente, a “zona di ricomposizione spaziale”, l’approvazione dell’intervento
avveniva attraverso l’indizione di una Conferenza di Servizi, con successiva emanazione di decreto da parte del
Presidente della Giunta Regionale e rilascio di concessione edilizia dal Comune.

Nelle more dello svolgimento dei due gradi di giudizio, l’intervento veniva realizzato.

Passata in giudicato la sentenza definitiva di accoglimento del gravame, la società Solemare ne ha chiesto
l’esecuzione. Non avendo l’Amministrazione provveduto, la stessa società, previa costituzione in mora del
Comune, ha proposto l’attuale ricorso, chiedendo l’ottemperanza del giudicato.

L’istante ha dedotto che l’Amministrazione comunale non potrebbe che prendere atto dell’impossibilità di
rimuovere i vizi del procedimento già sanzionato, atteso che l’iniziativa si pone in contrasto con le previsioni
dello strumento urbanistico generale vigente, anche perché una parte delle opere sarebbe stata realizzata
a una distanza dal confine della sua proprietà inferiore a quella prescritta. Ha quindi chiesto l’emanazione
dei conseguenti provvedimenti sanzionatori, direttamente, oppure mediante la nomina di un Commissario ad acta.

Si è costituita in giudizio la società C.E.J.S, che si è opposta al ricorso, ritenendolo inammissibile
e infondato.

La resistente osserva che la situazione dei luoghi è irreversibilmente cambiata, restando peraltro immutati
i volumi edilizi e le destinazioni d’uso preesistenti. Osserva, altresì, che quanto sostenuto dalla ricorrente
si appalesa non esatto, in quanto la sentenza di cui è stata chiesta l’ottemperanza non può comportare
un automatico e acritico obbligo di demolizione degli edifici oggetto di contestazione. La decisione conterrebbe
solo l’affermazione che l’intervento edilizio non potesse essere autorizzato dal Sindaco, richiedendosi il coinvolgimento
del Consiglio comunale. Il Comune sarebbe quindi tenuto solo al riesame della situazione, con adozione delle opportune
soluzioni, previa valutazione dell’interesse pubblico e del legittimo affidamento del privato, tenendo conto che
non sussiste alcun contrasto tra l’intervento realizzato e le previsioni urbanistiche, sia pregresse che vigenti.
Non sussisterebbe nemmeno la dedotta violazione delle norme sulle distanze tra le proprietà interessate,
questione che esulerebbe, peraltro, dall’oggetto del giudicato.

Si è costituito in giudizio anche il Comune di Jesolo, che ha chiesto il rigetto del ricorso in quanto inammissibile
e infondato. Premesso che le opere realizzate dalla società C.E.J.S. sarebbero pienamente coerenti con le
disposizioni del P.R.G. - che prevedevano, nella zona di “ricomposizione spaziale” il recupero e la riqualificazione
delle volumetrie realizzate - l’Amministrazione comunale sostiene che le censure accolte con la sentenza di cui
è stata chiesta l’ottemperanza, afferiscono soltanto a profili di carattere procedurale, che essa, con deliberazione
di Consiglio comunale del 23 aprile 2002, ha inteso già ricondurre a piena legittimità per dare corretta
esecuzione alla decisione giurisdizionale in conformità a quanto previsto dall’art. 96 della legge regionale
n. 61 del 1985. Con tale atto essa ha infatti adottato, in aderenza alle previsioni delle N.T.A. del Piano regolatore
del 1977, un nuovo Piano di Recupero - in cui ricadono le aree interessate dall’intervento in questione - con riparametrazione
del comparto n. 8 e con possibilità di rilascio di concessione edilizia diretta. Rispetto alle previsioni
di tale Piano, le opere oggetto della concessione edilizia annullata sarebbero pienamente conformi, né sussisterebbe
violazione della distanza lamentata dalla ricorrente.

Con memoria del 10 giugno 2002, la società Solemare ha precisato che l’intervento edilizio realizzato è
in contrasto con le previsioni del piano regolatore e non sarebbe possibile rimuovere i vizi della procedura già
riconosciuta illegittima mediante nuova concessione. Ha inoltre aggiunto che le prescrizioni che subordinano gli
interventi edificatori alla formazione di piani attuativi costituiscono disposizioni ubanistico-edilizie di carattere
sostanziali, che impedirebbero al Comune di rilasciare un nuovo titolo concessorio per sanare quanto già
realizzato. Nemmeno sarebbe possibile rilasciare una concessione in deroga, in quanto la struttura realizzata non
riguarda soltanto una struttura alberghiera, ma anche la demolizione e ricostruzione di un immobile a destinazione
residenziale, anche perché la società C.E.J.S. non è la sola proprietaria delle aree formanti
il comparto e gli altri proprietari non sono nemmeno stati interpellati circa la loro disponibilità a costituire
il previsto Consorzio di comparto. Nemmeno esatta, infine, è che essa abbia affermato che dalla sentenza
“derivi per il Comune un automatico e acritico obbligo di ordinare la demolizione degli edifici costruiti
sulla base dei provvedimenti annullati”. Viceversa essa ha chiesto che Comune e il Consiglio di Stato compino
le valutazioni previste dall’art. 96 della legge regionale 27 giugno 1985, n. 61, con adozione, eventualmente,
dei necessari provvedimenti sanzionatori, qualora non fosse possibile rimuovere i vizi della procedura amministrativa.
D I R I T T O
Il Collegio dà atto che la
società ricorrente ha regolarmente seguito la procedura di cui all’art. 90 del R.D. 17.8.1907, n. 642, e
che la Segreteria della Sezione ha provveduto agli adempimenti di cui all’art. 91 del stesso decreto.

Nel merito, il ricorso si appalesa fondato.

Dagli atti depositati in giudizio risulta in modo chiaro che il Comune di Jesolo, anche se ha mostrato l’intenzione
di dare esecuzione alla sentenza n. 3830 del 7 luglio 2000, pronunciata dalla Quarta Sezione del Consiglio di Stato,
fino alla data di discussione del ricorso, avvenuta in data 11 giugno 2002, si è rivelato comunque inadempiente,
non potendo considerarsi ottemperanza l’intervenuta deliberazione del Piano di Recupero di iniziativa pubblica
adottato in data 23 aprile 2002 - in cui sono state prese in considerazione le opere edilizie realizzate dalla
società C.E.J.S. - anche se l’atto è stato specificamente assunto per l’eliminazione dei vizi della
procedura riscontrati nella citata sentenza.

L’adozione del nuovo Piano, in effetti, rappresenta soltanto l’inizio di un procedimento volto a sanare le illegittimità
riscontrate nella sentenza, ma non ne costituisce certo ottemperanza.

Premesso che l’annullamento di una concessione edilizia fa stato sull’illegittimità del progetto e comporta
l’obbligo, per l’Amministrazione interessata, di ripristinare l’ordine giuridico violato, bisogna distinguere,
nel caso del sopravvenuto carattere antigiuridico di opere eventualmente già realizzate, tra illegittimità
derivante da vizi di carattere sostanziale, per inosservanza delle prescrizioni urbanistiche, e illegittimità
conseguente a vizi formali dell’iter procedimentale; senza trascurare che in sede di esecuzione di un giudicato,
nell’ipotesi in cui si siano verificati eventi nuovi che abbiano modificato la situazione di fatto e di diritto,
l’Amministrazione non può ignorare né eludere i riferimenti normativi e le disposizioni eventualmente
sopravvenute (Cons. St., VI, n. 494 del 21.4.1999). L’ottemperanza quindi comporta l’irrogazione di una delle sanzioni
alternativamente previste per il caso di concessione senza titolo, cioè della demolizione coattiva, ovvero
della sanzione pecuniaria, non esclusa la possibilità di provvedere conformando diversamente la situazione
di fatto alla normativa urbanistica (Cons. St., Sez. V, n. 563 del 26 maggio 1997).

La sentenza di cui è stata chiesta l’ottemperanza ha affermato che sussisteva la lamentata difformità
dell’opera, rispetto agli strumenti urbanistici comunali, tenuto conto del previsto piano di recupero, non ancora
adottato all’epoca, e in assenza - nonostante la procedura seguita avesse coinvolto anche la Regione - di una determinazione
che assumesse il significato effettivo di variante, essendo stato ritenuto che non poteva considerarsi sufficiente,
all’uopo, il consenso del Sindaco per un intervento che era di competenza del Consiglio comunale. La sentenza ha
altresì affermato che le disposizioni di legge in base alle quali l’intervento era stato assentito non consentivano
di ricomprendere, nella realizzazione delle nuove strutture ricettive, una consistente volumetria residenziale
riguardante la realizzazione di due distinti “residence”.

In relazione a tali premesse, va quindi affermato, nel caso in esame, che il Comune non può ritenersi obbligato
- come peraltro riconosciuto dalla stessa ricorrente - a ordinare acriticamente la demolizione degli edifici oggetto
di contestazione. In effetti, la sentenza pronunciata ha evidenziato la sicura esistenza di vizi procedurali laddove
ha ravvisato che la disposizione in base alla quale la concessione edilizia era stata a suo tempo assentita (legge
30 dicembre 1989, n. 424) non autorizzava la procedura seguita, anche per la mancata partecipazione, alla decisione,
del Consiglio comunale, organo competente in materia. Meno chiara è la situazione riferita alla realizzazione
delle volumetrie residenziali, di cui occorre una puntuale verifica di compatibilità rispetto alla classificazione
dell’area, destinata dallo strumento urbanistico a “zona di ricomposizione spaziale in area di Piano urbanistico
di iniziativa pubblica”. L’Amministrazione comunale, quindi, ravvisando l’esistenza di interessi pubblici
meritevoli di tutela, è da ritenere certamente autorizzata a eliminare i vizi procedurali, mediante l’adozione
di atti di rinnovo del procedimento, con l’obbligo, però, di verifica della compatibilità della volumetria
residenziale con la normativa urbanistica di riferimento, cioè con la normativa vigente all’epoca di realizzazione
delle opere, ovvero con quella vigente alla data di notifica della sentenza di annullamento della concessione,
normativa rispetto alla quale è da ritenere consentita solo l’adozione di strumenti meramente attuativi
di previsioni già definite.

Tutto ciò comporta, a parere del Collegio, che l’Amministrazione comunale è tenuta a dare concreta
ottemperanza al giudicato in argomento, procedendo a un riesame dell’intera vicenda, per giungere al ripristino
dell’ordine giuridico violato, mediante una decisione assunta in coerenza con le regole sopra evidenziate. Il che
comporta che la stessa debba procedere alla demolizione coattiva delle opere edilizie realizzate, ovvero, sussistendo
interesse pubblico contrario, all’applicazione di una sanzione pecuniaria secondo le previsioni delle vigenti norme
in materia di abusi edilizi. E’ altresì possibile che essa proceda a conformare diversamente la situazione
di fatto alla normativa urbanistica con riferimento agli strumenti vigenti all’epoca di notifica della sentenza
del Consiglio di Stato - anche per quanto riguarda la distanza dei manufatti dai confini della proprietà
adiacente - dando conto in particolare, attraverso un giudizio che implica anche valutazioni di interesse pubblico,
della compatibilità delle opere realizzate con gli stessi strumenti urbanistici, con particolare riferimento
alla questione concernente la volumetria residenziale realizzata.

Ritiene perciò il Collegio che debbano essere adottati i provvedimenti idonei a far cessare l’inottemperanza
lamentata dalla ricorrente.

A tal fine ritiene di demandare all’Amministrazione Comunale di Jesolo l’esecuzione del giudicato in argomento
e di assegnare alla stessa il termine di 120 giorni per provvedere all’adozione degli atti occorrenti allo scopo.
Ritiene, altresì, di incaricare sin d’ora un Commissario ad acta perchè, in caso di ulteriore inadempimento
del Comune, provveda in via sostitutiva entro i successivi 120 giorni.

Le spese del presente giudizio vanno poste a carico della parte soccombente e si liquidano nel dispositivo.
P. Q. M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale,
Sezione Quarta, definitivamente pronunziando sul ricorso per la esecuzione del giudicato, meglio in epigrafe indicato,
accoglie il ricorso specificato in epigrafe e per l’effetto:

1) dichiara l’obbligo del Comune di Jesolo di provvedere all’esecuzione del giudicato di cui alla sentenza del
Consiglio di Stato specificata in premessa, in relazione alle precisazioni esposte nella parte motiva della presente
decisione. Ciò nel termine di giorni 120 (centoventi) a decorrere dalla comunicazione in via amministrativa
della presente sentenza ovvero dalla sua notificazione a cura della parte più diligente.

2) Dispone che, decorso infruttuosamente tale termine, provveda in via sostitutiva alla predetta esecuzione il
Provveditore alle Opere Pubbliche avente sede presso la Regione Veneto, nel successivo periodo di giorni 120 (centoventi).

3) Condanna il Comune di Jesolo a pagare, in favore della ricorrente, le spese del presente giudizio, che liquida
complessivamente in Euro 1.500 (millecinquecento), oltre le spese che eventualmente sosterrà il Commissario
ad acta, da liquidarsi all’esito del suo intervento.

4) Dispone che a cura della Segreteria della Sezione, copia della presente sentenza sia trasmessa alle parti in
giudizio e al Commissario ad acta suddetto.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma l’11 giugno 2002, dalla IV Sezione del Consiglio di Stato, riunita in camera di consiglio
con l’intervento dei seguenti signori:
Stenio RICCIO Presidente

Costantino SALVATORE Consigliere

Carmine VOLPE Consigliere

Giuseppe CARINCI Consigliere,est.

Vito POLI Consigliere

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE

IL SEGRETARIO