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Corte di Cassazione sentenza n. 15484 dell'11 agosto 2004,

Atti astrattamente qualificabili di ordinaria amministrazione se compiuti nel normale esercizio di una impresa in bonis possono, invece, assumere un diverso connotato se compiuti nell'ambito di una procedura concordataria laddove gli stessi dovessero investire interessi del ceto creditorio. La stipula di un contratto di locazione, in particolare, potrebbe dar luogo proprio a siffatta ipotesi.

Fatto

Con atto notificato l’8.6.1995, la Cassa M. proponeva appello avverso la sentenza n. 578/95 emessa dal Tribunale di Salerno il 12.12.94/17.3.95, con la quale era stato dichiarato inefficace nei confronti del fallimento della S. s.r.l il contratto di locazione, stipulato nel corso di concordato preventivo senza autorizzazione del giudice delegato, relativo ad un terreno sito in Eboli, con conseguente condanna della appellante al rilascio del bene e al pagamento delle spese di lite.
Deduceva l’appellante che erroneamente il primo giudice aveva ritenuto il contratto di locazione come atto di straordinaria amministrazione, laddove tale qualifica poteva essere riconosciuta solo nei contratti di locazione di durata ultranovennale.
Chiedeva, pertanto, che la Corte adita, in accoglimento dell’appello, dichiarasse efficace il contratto di locazione, con le conseguenti declaratorie di legge e che, in subordine, fosse revocata la condanna dell’appellante al pagamento delle spese e competenze del giudizio di primo grado, con vittoria, per lo stesso appellante, di spese e competenze di lite dei due gradi.
Si costituiva il fallimento della S. Srl in persona del curatore, il quale chiedeva rigettarsi l’appello perché pretestuoso ed infondato in fatto e diritto (essendo il contratto di locazione de quo atto di straordinaria amministrazione); in via subordinata, proponeva appello incidentale condizionato con il quale chiedeva che, per l’ipotesi di accoglimento dei motivi dell’appello principale, il contratto di locazione fosse dichiarato inopponibile al fallimento per mancanza di data certa, con conseguente inefficacia e conseguente revoca del contratto stesso.
La Corte d’appello accoglieva il gravame e, per l’effetto, dichiarava efficace il contratto di locazione, stipulato tra le parti il 9.1.90, rigettando l’appello incidentale spiegato dall’appellata.
Ricorre per cassazione il fallimento della S. srl sulla base di quattro motivi cui non resiste la Cassa m..

Diritto

Il fallimento ricorrente si duole, con il primo motivo di ricorso, che la Corte di Appello - esprimendo contrario avviso rispetto ai Giudici di prime cure - abbia ritenuto che il contratto di locazione de quo costituisse atto di ordinaria amministrazione e fosse perciò efficace verso i creditori pur in assenza di autorizzazione del G.D. ex art. 167 co. 2 l.f.
Con il secondo motivo deduce la omessa motivazione in ordine alla eccezione di inopponibilità al fallimento del contratto di locazione perché privo di data certa.
Con il terzo motivo si censura la motivazione relativamente alla conoscenza dello stato d’insolvenza.
C n il quarto motivo si duole della mancata ammissione della CTU per accertare la sproporzione delle reciproche prestazioni.
Il primo motivo di ricorso è fondato.
La Corte d’appello di Salerno ha, invero, esattamente rilevato che mentre i contratti di locazione a durata ultranovennale rivestono natura di atti di straordinaria amministrazione, tale natura non è attribuibile di regola a quelli con durata infranovennale. Tuttavia, ha precisato ulteriormente che è altresì possibile che anche quest’ultimo tipo di contratti possa rivestire carattere di straordinaria amministrazione quando le clausole in essi previste incidano in maniera rilevante sul patrimonio del locatore (in senso v. Cass. 402/82).
Alla luce di quest’ultimo principio la Corte d’appello ha escluso, a seguito di un dettagliato esame del contratto di locazione intercorso tra le parti, che quest’ultimo contenesse clausole che potessero attribuirgli il carattere di atto di straordinaria amministrazione.
In particolare, la Corte territoriale ha osservato che la durata è quella di una normale locazione commerciale con una possibilità di rinnovo meramente eventuale e che inoltre il contratto stesso non comprometteva e comunque non recava pregiudizio agli interessi del locatore posto che il canone era adeguato e la sua riscossione non presentava margini di incertezza in ragione del fatto che la conduttrice era una banca. Pertanto, trattandosi di un atto volto alla conservazione del patrimonio, lo stesso doveva ritenersi di ordinaria amministrazione e pertanto valido anche se posto in essere senza l’autorizzazione del giudice delegato alla procedura concorsuale.
Le censure mosse dalla ricorrente si incentrano, in primo luogo, sulla erronea applicazione dell’art. 1572 perché la Corte non avrebbe considerato che anche contratti di locazione a durata infranovennale potrebbero costituire atti di straordinaria amministrazione.
Tale censura è priva di ogni fondamento perché, al contrario, in ragione di quanto dianzi esposto, la Corte d’appello si è posto il problema evidenziato e, analizzando il contratto, ha escluso che lo stesso avesse carattere di straordinaria amministrazione.
Con la seconda censura si assume l’errata interpretazione dell’art. 167 comma 2 l.f. perché si sostiene che il carattere di ordinaria o di straordinaria amministrazione del contratto doveva essere valutato in relazione al fatto che la S. srl era in concordato preventivo e quindi non già in relazione all’interesse dell’imprenditore insolvente bensì della massa dei creditori.
Tale censura si rivela fondata.
È infatti indubbio che nel corso della procedura di concordato preventivo l’imprenditore insolvente conserva la gestione dell’impresa e può quindi porre in essere tutti quegli atti di ordinaria amministrazione della stessa che, in quanto tali, non sono in condizione di coinvolgere gli interessi della massa dei creditori.
Questi ultimi, peraltro, sono presi in considerazione proprio dall’art 167 comma 2 l.f. laddove prevede che gli atti di straordinaria amministrazione devono essere autorizzati dal giudice delegato pena l’inefficacia degli stessi. In altri termini, l’interesse della massa viene tenuto in conto a mezzo del vaglio preventivo del giudice delegato di tutti quegli atti che, dovendosi qualificare di straordinaria amministrazione, sarebbero potenzialmente in grado di incidere negativamente sugli interessi in questione mentre tale valutazione non è stata ritenuta necessaria dal legislatore.
Appare peraltro evidente che la valutazione volta ad individuare il carattere di ordinaria o straordinaria amministrazione di un atto da compiersi nel corso della procedura concordataria non possa prescindere in ogni caso da quelli che sono gli interessi della massa dei creditori.
È infatti possibile che atti astrattamente qualificabili di ordinaria amministrazione se compiuti nel normale esercizio di una impresa in bonis, possono invece, assumere un diverso connotato se compiuti nell’ambito di una procedura concordataria laddove gli stessi dovessero investire interessi del ceto creditorio o incidere negativamente sulla procedura concorsuale perché, ad esempio, sottraggono beni alla disponibilità della stessa ovvero ostacolano o ritardano la procedura di liquidazione nel caso di concordato con cessione dei beni.
Il contratto di locazione, in particolare, potrebbe dar luogo proprio a siffatte ipotesi.
Basti pensare ad un concordato con cessione dei beni in cui alcuni di questi vengano dati in locazione infranovennale. È evidente che ciò comporterebbe una diminuzione del valore dei beni in questione qualora li si volesse mettere in vendita locati ovvero un ritardo nella procedura di liquidazione qualora si dovesse attendere la scadenza del contratto di locazione per dar corso poi alla vendita.
Trattasi evidentemente di valutazioni che debbono essere effettuate di caso in caso in ragione della natura del concordato e degli impegni concordatari assunti dal debitore nei confronti della massa.
Tali valutazioni sono state invece del tutto pretermesse dalla sentenza impugnata che ha ritenuto di non dover prendere in considerazione le conseguenze che la stipula del contratto di locazione per cui è causa avrebbe potuto comportare nei confronti del ceto creditorio.
Il motivo esaminato va pertanto accolto, restando assorbiti gli altri. La sentenza impugnata va quindi cassata con rinvio alla Corte d’appello di Potenza che si atterrà nel decidere al principio statuito da questa Corte e che provvederà altresì in ordine alle spese di questa fase di giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo del ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese alla Corte d’appello di Potenza.
Roma 25.3.04.