Questo sito contribuisce alla audience di

Corte di Cassazione, sez. Unite, sentenza n. 13904 del 23.07. 04

Nei procedimenti disciplinari a carico di magistrati, l'accertamento compiuto dalla Sezione disciplinare, la materialità dei fatti contestati all'incolpato e la loro idoneità a ledere la considerazione di cui deve godere il magistrato ed il prestigio dell'ordine giudiziario non è suscettibile di ulteriore apprezzamento in sede di legittimità, essendo precluso alla Corte di cassazione il riesame dei fatti e del risultato istruttorio, la valutazione dei quali spetta esclusivamente al giudice disciplinare, unico giudice di merito, che ha l'obbligo di dare una motivazione adeguata ed esente da vizi logici e giuridici.

Fatto

1. Il Procuratore Generale presso la Corte di cassazione nel luglio 2002 ha promosso l’azione disciplinare nei confronti del dott. M.T. per i fatti che erano emersi a suo carico dalle conclusioni di un’ispezione ordinaria al tribunale di Catanzaro, presso il quale l’interessato svolgeva le sue funzioni di magistrato.
Al dott. M.T. è stata contestata la “violazione dell’art. 18 r.d.l. 31 maggio 1946, n. 511, per avere mancato ai suoi doveri, pregiudicando la fiducia e la considerazione di cui il magistrato deve godere unitamente al prestigio dell’Ordine giudiziario, per avere, quale giudice del tribunale di Catanzaro, depositato, nel periodo compreso tra il 30.10.1996 ed il 31.5 2000, 215 sentenze civili con notevole ritardo (209 sentenze entro 120 giorni; 39 tra i 150 ed i 200 giorni; 75 tra i 200 e 300 giorni; 53 tra i 300 ed i 350 giorni; 16 tra i 350 ed i 400 giorni; 6 tra i 400 ed i 450 giorni; 3 tra i 450 giorni ed i 500 giorni; una dopo 524 giorni; 1 dopo 570 giorni; una dopo 648 giorni), così reiteratamente e sistematicamente violando il dovere di diligenza. Con la protratta condotta come innanzi, il dott. M.T. si è reso immeritevole di fiducia e considerazione, compromettendo altresì il prestigio dell’Ordine giudiziario”.
Dopo la conclusione dell’istruttoria, nel corso della quale l’interessato aveva depositato memoria e documenti, il Procuratore Generale ha chiesto la fissazione dell’udienza per la discussione del procedimento ed il difensore dell’incolpato ha depositato altra memoria, prospetti statistici, attestati della cancelleria del tribunale, copia di provvedimenti redatti dall’incolpato e pareri espressi in favore dello stesso.
2. La Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, con sentenza del 6 novembre 2003, ha inflitto al dott. M.T. la sanzione disciplinare dell’ammonimento.
La Sezione disciplinare, dopo avere precisato che il ritardo di 648 giorni, con cui era stata depositata la sentenza indicata nel capo d’incolpazione, era inferiore, ma depositata lo stesso in ritardo, ha dichiarato che in tutto il periodo della permanenza presso il tribunale di Catanzaro, il dott. M.T. era incorso in ritardi, che avevano superato ogni limite di ragionevolezza e di giustificazione ed avevano, quindi, rilievo disciplinare.
3. Il dott. M.T. ha impugnato la decisione mediante ricorso per cassazione, rivolto contro il Ministro della Giustizia, il Procuratore Generale presso questa Corte ed il Consiglio Superiore della Magistratura ed ha depositato memoria.
Gli intimati non hanno svolto attività difensiva.

 

Diritto

1. Il ricorso, sebbene articolato nell’unico motivo di omessa, contraddittoria o illogica motivazione e di violazione di legge, svolge una serie di censure, le quali debbono essere esaminate separatamente, secondo che denunciano la violazione di legge o il difetto di motivazione.
2. La censura di violazione di legge si riferisce all’art. 18 del r.d.l. 31 maggio 1946, n. 511 ed all’art. 113 della Costituzione, con conseguente omessa ed insufficiente motivazione su punto decisivo della controversia.
2.1. Il ricorrente, dopo avere denunciato che nella sentenza impugnata l’argomento, che “il ritardo nel deposito delle sentenze, per loro numero complessivo rispetto al totale, aveva superato ogni limite di ragionevolezza e giustificabilità”, non era stato ulteriormente sviluppato, sostiene che la decisione ha stravolto la struttura dell’illecito disciplinare, che è un illecito “di evento” e, per questa ragione, il superamento del limite di ragionevolezza nei ritardi può essere affermato nei casi di indubbia gravità oggettiva, perché solo in questi casi la condotta può essere considerata in sé lesiva del prestigio dell’Ordine giudiziario. Da questa premessa il ricorrente fa discendere che il superamento del limite della ragionevolezza dei ritardi si deve fondare su criteri trasparenti, obbiettivi, omogenei ed uguali per tutti e definiti anche attraverso un’esauriente ponderazione e comparazione delle precedenti decisioni di merito, nelle quali è stata fatta applicazione del principio della lesività intrinseca della condotta. Il dott. M.T., al riguardo, indica decisioni di queste Sezioni unite che hanno riconosciuto la responsabilità per ritardi nel deposito di provvedimenti giudiziali in casi ben più gravi di quello che lo riguarda.
La censura non è fondata.
2.2. Il ricorrente inquadra l’illecito disciplinare come illecito di evento, collegandolo sostanzialmente al noto problema della mancanza formale nell’ordinamento di un codice disciplinare, che, con la dovuta elasticità, tuteli i valori di correttezza ed operosità che debbono connotare l’operato dei magistrati.
La mancanza del codice disciplinare per l’attività svolta dai magistrati ordinari, secondo queste sezioni unite, non intacca il ruolo della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della Magistratura, che deve adottare regole concrete, puntuali ed aderenti al sistema normativo, indipendentemente dal contenuto di altre decisioni della stessa Sezione disciplinare o di queste Sezioni unite, che si siano pronunciate in casi apparentemente simili: in questo senso, già ss. uu. 10 ottobre 2002, n. 14470.
La giustificazione allegata dal dott. M.T. della non gravità della sua condotta, da questo punto di vista, si presenta quindi come l’inammissibile argomento giustificativo non rilevante, né sotto il profilo della violazione di legge, né sotto quello del difetto di motivazione.
S’intende affermare che l’accertamento, che in tutto il periodo della sua permanenza presso il tribunale di Catanzaro il dott. M.T. ha depositato più della metà delle sentenze civili a sua firma dopo oltre 120 giorni, non può essere rimesso in discussione in questa fase, trattandosi di accertamento di fatto compiuto dalla Sezione disciplinare.
Dalla premessa discende che alla valutazione negativa compiuta dalla Sezione disciplinare non può essere addebitata la violazione del principio di legalità, se è vero come è vero, che la decisione si fonda su dati certi e sull’applicazione di altrettanti principi consolidati, sia di queste Sezioni unite, sia della Sezione disciplinare, che, in più occasioni, hanno affermato che, una volta accertato che i ritardi sono tali da superare i limiti oggettivi di ragionevolezza e giustificazione, la lesione del prestigio dell’Ordine Giudiziario è intrinseca: ss. uu. 12 maggio 2001, n. 195.
3. Le censure incentrate sul difetto di motivazione colgono aspetti della vicenda professionale del dott. M.T. che saranno esaminati separatamente.
3.1. La premessa comune a tutte le censure è quella dei limiti in cui, nel giudizio di cassazione, ricorre la censura di omessa motivazione.
L’ultimo comma dell’art. 37 del r.d. lgs.vo 31 maggio 1946, n. 511 dispone che avverso la sentenza dei Tribunali disciplinari (ora Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura) non è ammesso alcun altro gravame.
La norma deve essere coordinata con l’art. 111 della Costituzione e, pertanto, si deve ritenere che contro le decisioni della Sezione disciplinare è ammesso il ricorso straordinario per cassazione, sia pure nei limiti della violazione di legge.
Ciò vale a dire che, nei procedimenti disciplinari a carico di magistrati, l’accertamento compiuto dalla Sezione disciplinare, la materialità dei fatti contestati all’incolpato e la loro idoneità a ledere la considerazione di cui deve godere il magistrato ed il prestigio dell’ordine giudiziario non è suscettibile di ulteriore apprezzamento in sede di legittimità, essendo precluso alla Corte di cassazione il riesame dei fatti e del risultato istruttorio, la valutazione dei quali spetta esclusivamente al giudice disciplinare, unico giudice di merito, che ha l’obbligo di dare una motivazione adeguata ed esente da vizi logici e giuridici: ss. uu. 3 ottobre 1996, n. 8639; 19 novembre 2002, n. 16266; 22 dicembre 2003, n. 19660.
Ferma restando la premessa, sulle singole censure, si rileva quanto segue.
3.2. Il ritardo nel deposito delle sentenze civili.
3.2.1. Il ricorrente sostiene che dalle statistiche prodotte si poteva ricavare la giustificazione del ritardo, individuandola nel carico di cause civili che gli erano state assegnate, nella difficoltà di far convivere due modelli processuali diversi ad esse applicabili, nella disposta sua applicazione al tribunale del riesame, nella redazione di numerose misure di prevenzione adottate, nell’elevato numero delle udienze tenute. In definitiva, il dott. M.T. addebita alla decisione impugnata di non avere dato il giusto risalto a questi fattori. Il tema è stato ripreso nella memoria difensiva, nella quale l’interessato ha denunciato che la sentenza impugnata ha trascurato di valutare i ritardi contestati nell’ambito di una ingente mole di lavoro e di un ingente numero di udienze tenute nel periodo considerato dall’ispezione ministeriale.
Questo aspetto è stato richiamato anche dal P.M. che, nelle conclusioni rese all’udienza, ha dichiarato che l’addebito riconosciuto dalla sentenza impugnata non è correttamente motivato, perché la decisione non ha apprezzato che l’interessato, oltre al carico di lavoro della stesura delle sentenza civili, aveva scritto anche molti provvedimenti penali come applicato al tribunale del riesame ed aveva depositato anche molti altri provvedimenti civili diversi dalle sentenze.
Le critiche esposte non sono esatte.
3.2.2. Nella giurisprudenza di queste Sezioni unite è pacifico il principio, che il ritardo nel deposito dei provvedimenti giudiziari consente l’applicazione di sanzioni disciplinari ogni qual volta sia accertato che sia stato di durata tale da superare ogni limite di ragionevolezza e giustificazione: ss. uu. 11 settembre 2003, n. 13335.
Da questo punto di vista, la critica che il ritardo è stato considerato in sé non coglie nel segno, perché in questa sede di legittimità deve essere valutata soltanto la correttezza della valutazione dei fatti accertati sotto il profilo di una motivazione esistente e logicamente costruita.
3.2.3. In questa prospettiva, la sentenza ha esaminato tutti gli elementi indicati dall’interessato e dal P.M., ponendoli in una dimensione non censurabile in questa sede.
Dopo avere distinto le sentenze civili di cui il ricorrente era estensore secondo il loro oggetto e, quindi, tenendo conto della loro complessità, giudicata non particolarmente impegnativa, la decisione impugnata ha accertato che più della metà delle sentenze erano state depositate con un ritardo eccedente i quattro mesi. Questa specificazione vale a superare la critica dell’insufficiente motivazione in punto di ritardo.
3.3. La laboriosità.
Nel ricorso è criticata la conclusione, che la produttività dell’interessato non si poteva definire “eccezionale”. Il dott. M.T. sostiene che l’errore deriva dal raffronto del suo lavoro con quello dei suoi colleghi, che non aveva tenuto conto dei “numerosi provvedimenti cautelari redatti”, di altri provvedimenti cautelari egualmente numerosi, di decreti ingiuntivi emessi, delle numerosissime udienze tenute anche presso il tribunale del riesame, senza considerare neppure che egli si trovava alla sua prima esperienza di lavoro.
La produttività del dott. M.T. è stata ben valutata, perché la decisione impugnata ha operato un dettagliato raffronto con il numero assai rilevante, e in ogni caso maggiore di quello attribuito al ricorrente, delle sentenze civili depositate dagli altri magistrati addetti al settore civile, la quasi totalità delle quali era stata depositata nel rispetto dei termini di legge. Inoltre, il raffronto, contrariamente a quanto dichiarato nella memoria difensiva, non si è limitato al solo numero delle sentenze depositate, ma ha considerato anche l’oggetto delle decisioni rese ed il numero delle udienze tenute dal ricorrente e dagli altri magistrati.
Il confronto con il lavoro svolto da altri magistrati dello stesso ufficio vale anche a fugare la critica, che la produttività dell’interessato fosse adeguata alla struttura dell’ufficio di appartenenza.
La decisione, inoltre, ha tenuto conto anche del lavoro penale, rilevando che questo era stato svolto solo nell’anno 1998, che era uno dei primi della permanenza del magistrato presso il tribunale di Catanzaro e quello nel quale si era avuta la maggiore produttività.
Sotto il profilo della laboriosità, quindi, la sentenza impugnata si sottrae alla critica del difetto di motivazione.
3.4. I pareri favorevoli dei capi degli uffici.
Una ennesima censura è rivolta alla decisione impugnata, nella parte in cui questa non avrebbe messo in risalto i numerosi pareri favorevoli che i capi dell’ufficio avevano espresso in favore del ricorrente.
Si tratta di critica evidentemente inammissibile, perché involge l’apprezzamento di fatti, per come è stato svolto nella sentenza impugnata, la quale ha messo in chiaro che quei pareri non contenevano riferimenti alla produttività del ricorrente, che costituiva il principale elemento di giudizio, ma solo apprezzamenti delle sue conoscenze dottrinali, della sua scrupolosità, disponibilità e signorilità anche fuori dell’ambiente di lavoro.
3.5. La qualità del lavoro prestato.
Il ricorrente si duole, infine, del fatto che nella sentenza non sia stata tenuta presente la qualità del lavoro prestato.
Anche questa critica non è ammissibile.
Contrariamente all’assunto, la decisione è intervenuta sul punto, affermando che la qualità del lavoro prestato non poteva essere “disgiunto dall’adempimento del dovere di puntualità nel deposito dei provvedimenti giurisdizionali; a maggior ragione quando il livello di produttività si mantiene, a tutto concedere, ad un livello medio”.
4. Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato.
Nessuna pronuncia dev’essere adottata in ordine alle spese di questo giudizio, essendo soccombente l’unica parte che vi ha svolto attività difensiva.

 

P.Q.M.

La Corte di cassazione, a sezioni unite, rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma il 29 aprile 2004.