Un cyber-antenato: il Beaubourg

"Non ha muri, né soffitti, né pavimenti: non ha nulla che la faccia sembrare una città eccetto le tubature…" (Italo Calvino, "Le città Invisibili")

Un anno prima che l’uomo andasse sulla luna, a Parigi si esaminavano i progetti per un nuovo centro d’arte e cultura, voluto dall’allora presidente Georges Pompidou: vinceva, a sorpresa, il gruppo formato dagli architetti Renzo Piano, Richard Rogers e Gianfranco Franchini.

Il progetto premiato era una macchina trasparente articolata su solai che potevano essere alzati ed abbassati per offrire la massima flessibilità; sorretta da lunghe travi che permettevano di ridurre al minimo l’ingombro dei sostegni; con gli impianti proiettati all’esterno e lasciati a vista per essere facilmente mantenuti ed eventualmente sostituiti. La facciata principale doveva ospitare, infine, un grande schermo con messaggi elettronici relativi agli eventi del centro o all’attualità culturale e politica.

Antecedenti del progetto per il Beaubourg furono le ricerche di Buckminster Fuller, di Superstudio, dei metabolisti. Ma soprattutto del gruppo inglese Archigram, cui rimandano i riferimenti alle macrostrutture in movimento e l’interesse per le nuove tecnologie.

Dal concorso all’inaugurazione trascorsero sei anni, durante i quali vennero accantonate molte parti del progetto originario.
Ancor oggi, nonostante la critica feroce di molti storici dell’arte e dell’architettura, c’è anche chi invece lo difende a spada tratta e anzi lo ritiene “il solo monumento pubblico di qualità internazionale che gli anni ‘70 abbiano prodotto”.

L’edificio inoltre, in pochi anni, è diventato uno dei più famosi e frequentati luoghi di Parigi, mentre la piazza antistante al centro è un luogo vivo e sempre pieno di gente.

Forse il successo della struttura si dovette al momento storico, o alla curiosità di una società di massa sempre più interessata alle attività culturali, ai nuovi media; ma anche, e sicuramente, ad un’azzeccata intuizione artistica e ad un nuovo modo di fare architettura.

Del resto, come afferma lo stesso Rogers, la differenza che passa tra il Beaubourg e un normale museo è forse assimilabile a quella che passa tra la musica jazz e la musica tradizionale.

Molti critici si sono lasciati impressionare dall’imponente apparato macchinista del Centro, dai suoi tubi, dal ferro, dal vetro, dagli impianti meccanici. Da qui il preconcetto che si trattasse di un ennesimo inno di derivazione neo-futurista alla bellezza e alla potenza della macchina.
Invece siamo molto lontani dalla logica e dalla levigata finezza delle “macchine per abitare” tanto care ai prodotti della società industriale della prima metà del ‘900: l’automobile, il piroscafo, l’aereo.

Al Beaubourg accade qualcosa di nuovo: subentra la leggerezza, l’indeterminatezza, la trasformabilità, il coinvolgimento dell’utenza.

La struttura è caratterizzata da immaterialità, sensorialità e multimedialità.

L’immaterialità è espressa dalla trasparenza = tutta l’impiantistica è a vista.
La sensorialità è la capacità di interazione con l’esterno = la gestione dell’informazione avviene su più livelli, coordinati tra loro e, allo stesso tempo, indipendenti.
La multimedialità è la scelta di trasformare l’edificio in un organismo in grado di rappresentare messaggi su più supporti = l’edificio diventa uno schermo che iradia luci, colori, suoni e, contemporaneamente, comunica infomazioni.

Siamo entrati in una Nuova Era: quella segnata dall’elettronica.

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