
Ridere fa bene. L’allegria aiuta a vivere meglio, rilassa la mente e predispone a una visione più positiva della vita. La capacità di far ridere gli altri con il giusto equilibrio di garbo e intelligenza è uno di quei pregi che non si acquisiscono a tavolino ma che volendo si possono allenare.
Tuttavia, in mancanza di misura, brillantezza, buongusto, sagacia ed originalità, il solo senso dell’umorismo può risultare insufficiente per manovrare con successo i meccanismi sotterranei della comicità. Per chi prova a cimentarsi, forse l’autoironia rappresenta il gradino di partenza meno scivoloso.
Prima di tutto perché è più facile evitare la melma degli stereotipi se si indaga nei fenomeni che si conoscono più da vicino: le proprie note distintive, le abitudini, i pregi, le debolezze, le peculiarità. Questo non significa necessariamente che con gli stereotipi non si possa giocare per esagerarli, per ribaltarli e per ridicolizzarli. In secondo luogo, scherzare con chi ci sta vicino sulle situazioni che ci riguardano è un bel modo per condividere chi siamo.
E siccome la maniera più semplice e contagiosa che conosco per imparare le barzellette è iniziare a raccontarle, ecco qui la prima. (Per propormi le vostre, scrivetemi).
Francesca divide l’appartamento con Sara. Una domenica, invita la madre a pranzo…
Incuriosita dalla convivenza della figlia, la donna mangia distrattamente mentre cerca di captare dei segnali, anche piccoli, che l’aiutino a confermare i propri sospetti.
Indovinando i pensieri della donna, Francesca a un certo punto dice “So cosa stai pensando mamma, sei sempre la solita. Ti assicuro che io e Sara siamo solo due amiche che dividono l’appartamento”. Dopo il dolce, la madre saluta e se ne va.
Qualche giorno dopo Sara dice a Francesca: “Mi vergogno un po’ a dirti questa cosa e non voglio accusare nessuno, ma da quando è venuta tua madre non trovo più il cavatappi”.
Francesca cerca il cavatappi dappertutto, ci pensa per qualche ora e finalmente si risolve a scriverle una lettera: “Cara mamma, io non dico che tu abbia preso il nostro cavatappi, ma da quando sei venuta a pranzo non riusciamo più a trovarlo”.
Dopo qualche giorno Francesca riceve una lettera da sua madre: “Figlia mia, io non dico che tu e Sara siete fidanzate, ma se lei avesse dormito nel suo letto il cavatappi lo avreste già ritrovato”.

Ella








