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Trovare parole, gesti, immagini, rappresentazioni

Quando una comunità si guarda allo specchio riesce a scandagliare le icone immobili, decostruire i propri miti e proporre interpretazioni originali (che saranno più autentiche non necessariamente perché più attendibili ma perché prodotte in prima persona)

Le auto-rappresentazioni, dunque, non possono che risultare molteplici, più flessibili e in continua ridefinizione. Oltre a rafforzare il senso di appartenenenza al gruppo, la ricerca delle proprie entità simboliche permette di inventare un linguaggio più idoneo a ritrasmettere il proprio insieme di simboli e valori.

E ovviamente, con l’appropriazione progressiva cresce l’abilità di produrre le rappresentazioni più in sintonia con le proprie percezioni, la capacità di tradurle più rispettosamente.

La comunicazione delle informazioni e delle immagini è uno dei motori che permettono di far circolare l’immaginario all’interno della comunità e in un secondo tempo di veicolarlo al suo esterno.

Si tratta di un processo quasi fisiologico, e infatti immagini e immaginari esistono, ma in numero non ancora sufficiente a placare il desiderio di rappresentazione della comunità.

Le produzioni visive (non solo fotografie) prodotte dalle lesbiche sulle lesbiche escono raramente dai circuiti delle mostre di genere, quindi risultano più difficilmente accessibili.

Inoltre, nei contesti dei seminari e dei circoli culturali GLBT le tematiche affrontate hanno connotazioni anche politiche. Le auto-interpretazioni sono graffianti, terapeutiche, sarcastiche, acute, irriverenti, da leggere su infiniti livelli.

A volte sono esperimenti che fanno la voce grossa per rompere i cliché e riappropriarsene, e si lanciano sopra le righe per superare lo scarto tra come le donne che amano donne sono abituate a vedersi rappresentate, come si vedono e come vogliono rappresentare la propria realtà eterogenea nella maniera più onnicomprensiva.