Questo sito contribuisce alla audience di

Che bisogno c’è di ‘dirlo’?

Un primo elenco casuale (disordinato e senza alcuna pretesa di completezza) di quel che orbita attorno al coming out.

L’esigenza di rivelarsi è sentita diversamente da
ciascuna persona.

Individuali sono anche i tempi.

Così come sono diversissimi i motivi per i quali
si decide di dirlo o non dirlo, gli interlocutori che si scelgono e le modalità
con cui si procede.

E a chi domanda o si domanda ‘Che bisogno c’è di
fare il coming out?’ chiederei ‘Perché, che male c’è a
farlo?’

Nelle società in cui è culturalmente ‘sottinteso’
che l’orientamento sia eterosessuale, il coming out è un modo per rettificare
una presupposizione infondata.

Nasce anche da esigenze di comunicazione e da
pressioni prettamente pratiche: provate a raccontare quel che avete fatto nel
finesettimana senza nominare la persona con cui avete trascorso del tempo,
zigzagando sulle questioni personali e invertendo i pronomi lui e lei… e forse
capirete. Nella migliore delle ipotesi, in analoghe circostanze i vostri
conoscenti vi prenderebbero per una persona estremamente isolata e chi vi
conosce meglio inizierebbe subito a
preoccuparsi.

Nascondersi è faticoso e umiliante. La reticenza e
le inevitabili bugie e omissioni possono portare gli altri a fare supposizioni
completamente errate.
Fare chiarezza è un modo per riappropriarsi della
libertà di parlare di sé e della propria vita è l’unica maniera per condividere
completamente la propria quotidianità e i propri sentimenti con i familiari, gli
amici e le persone a cui si tiene.

E non ha nessuna attinenza con la voglia di
sbandierare i fatti propri o l’ostentazione della propria vita sessuale. Fino a
prova contraria, se una donna menziona il fatto di essere fidanzata o sposata
non pensa di divulgare informazioni troppo personali, né i suoi interlocutori
traggono conclusioni di tipo sessuale.