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Artemisia Gentileschi - Tra la drammaticità dell'esistenza e la sua rappresentazione nell'arte

Quando l'arte diventa testimonianza intima, emozione personale, denuncia.

La figura di Artemisia Gentileschi è conosciuta più per le sue tormentate vicissitudini che per la sua arte. Il linguaggio della pittura è stato, per lei, l’unico strumento in grado di farle elaborare e raccontare le sue ferite. L’artista ha dato voce, volto, mente e cuore a un evento incandescente che riguarda molte donne: la violenza sessuale accompagnata dal dramma di una denuncia e di un processo. Attraverso i suoi dipinti ha guardato negli occhi il suo dolore, rappresentandolo con immagini che impediscono sotterfugi rassicuranti e che ci costringono a guardare dentro l’abisso del male. Artemisia è partita dal proprio sé, ha scelto di dar forma al fardello della sua emotività, di esprimerlo dentro i confini della sua arte. Un gesto di coraggio e di grande intensità. Come dire, ognuno deve assumersi la responsabilità di denunciare la follia umana in tutte le sue sfumature. Solo così si crea un rapporto reale di conoscenza. L’arte per quanto eccelsa sia, non cambia nessuno se non si elabora per sé il messaggio che essa esprime. Con tinte forti, Artemisia ha fatto intravedere suggestivi giochi di luce e ombra. Da queste tinte emergono la tensione, il pudore e l’umiliazione che si provano davanti ai grandi torti. Le figure affiorano nella loro eterna immobilità, portando con sé il soffio di un tormento tuttora presente. Nelle sue superbe Giuditte la pittrice ha trasfuso la sua esperienza di vita, restituendo a tutte le donne che hanno subito il suo stesso dramma un’emotività di cui non si può tacere.
Si rimane attoniti di fronte alla bellezza e alla drammatica intensità che l’artista ha impresso alle sue opere. Una drammaticità e una bellezza ancora oggi più acute. La necessità di superare il dolore del ricordo ci cala addosso con tutta la forza del suo enorme slancio trasformativo e della sua tremenda staticità. Artemisia sembra dire che ognuno deve ricominciare dalla propria strada, dalle ferite e dai dolori che la vita fotografa. E lì portare la propria forza creatrice.
Francesca Londino, 2010