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Intervista a Marco Cevoli , laureato con una tesi sul doppiaggio

Intervista a Marco Cevoli, laureato nel 1996 in lingue e letterature straniere con una tesi che ha per oggetto "Il problema della traduzione nel doppiaggio cinematografico in Italia"

DANIELA: Marco, ci parli di come è nata l’idea per la
tua tesi, come è stata strutturata e cosa speri
emerga nell’animo di chi legge il tuo lavoro?

MARCO:L’idea per la tesi nasce da una battuta che si ascolta praticamente in ogni film angloamericano “Capisci quello che voglio dire?” Ho
sempre creduto che fosse un bruttissimo calco dell’originale
intercalare americano, “Do you know what I mean?”
e a partire da
questa costatazione nacque il desiderio di approfondire l’argomento
doppiaggio, esaminato da un punto di vista prettamente
linguistico-traduttologico.
Dato che mi stavo laureando in lingue e
avevo da poco sostenuto un esame di Storia del cinema, pensai di
proporre l’argomento al mio professore, il quale accettó, a patto che
inserissi nel lavoro un capitolo dedicato alla storia del doppiaggio.

DANIELA: Sul sito “tesionline.it” è possibile, su
richiesta,scaricare integralmente la tua tesi ma è
possibile anche leggere alcune note introduttive
direttamente dal sitoweb.Si parla di una tua
significativa intervista ad un noto Direttore di
Doppiaggio e di contatti con vari operatori del
settore, ci puoi dire qualcosa di più in merito ovvero
raccontare qualche aneddoto?

MARCO: Beh, il lavoro sul campo fu molto interessante. Per recuperare
informazioni di prima mano decisi di andare a Roma, a visitare alcuni
studi di doppiaggio. Dopo qualche gentile rifiuto, ricevetti udienza
presso l’allora International Recording e la SAS.
Qui ebbi la fortuna
di conoscere Gianni Galassi, che giá all’epoca aveva partecipato a
vari incontri fra le istituzioni accademiche e gli addetti ai lavori.
Mi offrí qualche ora del suo tempo, rispondendo a una serie di quesiti
che avevo raccolto nel corso della stesura della tesi. Oltre che con
lui, ebbi l’occasione di trascorrere del tempo con un tecnico del
suono, che mi spiegó per filo e per segno il procedimento produttivo.
Tieni conto che stiamo parlando del 1996 e credo proprio che da allora
siano stati compiuti passi da gigante proprio a livello tecnico,
quindi queste informazioni saranno sicuramente un po’ datate.
L’intervista invece e’ riprodotta integralmente in appendice alla
tesi.

DANIELA: Nella Tesi si analizza l’interessante
processo traduttivo che dà origine al copione su cui è
basata la recitazione degli attori/doppiatori.Cosa ci
puoi dire a tal proposito seppur sommariamente?

MARCO: Giusto per porre ogni cosa al suo posto, credo che bisogna spogliare
il doppiaggio - e il cinema in generale - di quell’aura idealistica di
cui viene spesso rivestita dal grande pubblico. Il cinema e’
un’industria prima di essere un’arte (c’è anche chi dubita che lo sia
un’arte - io sono fra quelli, ma non apriamo quella che potrebbe
essere una lunga polemica). Il doppiaggio rappresenta quindi l’ultima
fase di un processo industriale lungo e complesso, in cui sono
implicate centinaia di persone. Normalmente, arrivati a questo punto,
i soldi della produzione sono praticamente terminati e bisogna
“tirare” su tutto. Se a questo aggiungiamo che in generale il mondo
della traduzione e’ sottovalutato e sottopagato e che, alla base del
doppiaggio, c’e’ sempre una traduzione, la conclusione e’ che - visti
i risultati piu’ che soddisfacenti - siamo di fronte a un mezzo
miracolo.
Come e’ possibile? In primis, grazie alla bravura e alla
professionalita’ degli attori-doppiatori, i quali mettono molto del
loro, sopperendo alle carenze del procedimento. In secondo luogo,
grazie all’estrema flessibilita’ degli studi di doppiaggio, che spesso
sono gli eredi di tradizioni familiari e ne mantengono la passione e
la dedizione. E poi: grazie anche al pubblico, talmente abituato alla
convenzione del doppiaggio che quasi non ne nota le stonature e gli
errori (come potrebbe? a volte e’ necessario conoscere bene la lingua
originale per rendersi conto di travisamenti ed errori. E sappiamo
bene che noi italiani nelle lingue proprio non brilliamo…)

DANIELA: Il quarto capitolo si occupa del confronto
esemplificativo fra la versione originale e la
versione doppiata del film “Crimes and Misdemeanors”
di Woody Allen (Crimini e misfatti, 1989).
In sintesi,
cosa è emerso da tale confronto a tuo avviso?

MARCO: La conclusione della tesi e’ che i risultati, seppure soddisfacenti,
potrebbero essere migliori se si prestasse un po’ piu’ di attenzione
alla prima parte del processo, la traduzione dei dialoghi. In questo
senso, il film di Allen, curatissimo anche sotto l’aspetto del
doppiaggio, non e’ scevro da piccole imperfezioni.

DANIELA: Per ciò che ti riguarda e per il futuro,
quali sono le tue ambizioni, di cosa ti occupi
attualmente, la tua tesi “ti ha aiutato” ad “introdurti”
nel mondo del lavoro?

MARCO: Attualmente lavoro nella sede di Barcellona di una multinazionale
specializzata in documentazione tecnica.
Sono il responsabile del
dipartimento di traduzione, quindi non lontanissimo da quello che ho
studiato. Non ho proseguito nell’ambiente dell’adattamento e della
traduzione cine-televisiva, anche se - nel corso della mia carriera
come traduttore freelance - ho avuto a che fare a volte con testi
destinati allo schermo (documentari, nel mio caso). La tesi suscita
ancora curiosità, comunque, quando qualcuno ha occasione di leggere il
mio curriculum, ma in generale non mi ha aperto nessuna porta.

DANIELA: Ti ringraziamo per la tua cortese
disponibilità e in ultimo vorremmo chiederti: secondo
te, in Italia, quanto è importante l’esigenza di
tradurre e quindi doppiare i movies stranieri
considerando che siamo, generalizzando, un popolo
esterofilo ma poco propenso al poliglottismo?

MARCO: Il doppiaggio dei film in Italia e’ un lascito delle leggi autarchiche
fasciste e va considerato come parte della nostra storia. Il dibattito
fra doppiaggio e sottotitolaggio non ha vincitori né vinti. Spesso
risorge, ad esempio ultimamente come conseguenza dell’avvento dei
nuovi media, ma in realtà è un dibattito chiuso. I sottotitoli
distraggono e deturpano l’immagine, il doppiaggio elimina una parte
del testo originale. Non esiste una soluzione che possa accontentare
tutti. Ma in definitiva, e può essere anche triste sottolinearlo, si
tratta sempre di scelte puramente economiche: si sceglie ciò che costa
di meno. Ti faccio un esempio: in Catalogna, regione bilingue della
Spagna, il 90% dei film non viene doppiato in catalano, che e’ la
lingua ufficiale insieme allo spagnolo. Le case di produzione sanno
che il 99% dei catalani parla anche spagnolo, quindi preferiscono
risparmiare e lanciare sul mercato solo la versione doppiata in
spagnolo. Da quando il governo autonomo sovvenziona i doppiaggi in
catalano per diffondere e incentivare l’uso della lingua, sono
aumentati i film presentati nelle due versioni, catalana e spagnola.
Per quanto riguarda l’Italia è molto difficile che si rinunci al
doppiaggio. Anche se, mi permetto di dire, l’avvento delle versioni
multilingue su DVD e - in futuro - la fruizione attraverso Internet di
film e serie TV potrebbe lentamente cambiare le cose. All’aumentare
della conoscenza delle lingue straniere corrisponderà una sempre
maggiore esigenza di film in originale. Già adesso molti appassionati
(soprattutto quelli che vivono fuori dai grandi centri) preferiscono
attendere l’uscita in DVD di un film per poterlo apprezzare in
versione originale. Questo dovrebbe generare un effetto feedback: più
film in v.o. = miglioramento delle competenze linguistiche = maggiore
capacità di fruizione in originale = incremento visione di opere in
v.o. Speriamo.