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Intervista esclusiva ad Arturo Villone

Arturo Villone , stimato regista radiofonico Rai , si racconta in questa intervista parlando con competenza di doppiaggio , dei suoi lavori , delle sue esperienze radiofoniche con bravissimi doppiatori . Inoltre Arturo racconta "... Collaboravo con Chiambretti già da anni, avevamo lavorato assieme sulle navi da crociera dal 1981, quando eravamo solo due ragazzotti di belle speranze...Luciana (Littizzetto) era agli inizi ma dimostrava già il suo enorme talento, fu Piero a volere anche lei nel programma ..."

DANIELA: Visitando il suo sito scopriamo un inizio come fonico, un Corso di
dizione presso il “CENTRO D”. Prime collaborazioni con PIERO
CHIAMBRETTI.Consulente artistico per grandi emittenti radio in tutta Italia,
…cosa ci può raccontare di questi esordi e quali erano i suoi sogni?

ARTURO:
Quest’anno celebro i miei primi 30 anni di attività radiofonica, ho iniziato
per hobby a 16 anni (ai tempi del ginnasio). Erano gli anni ‘70, i miei
sogni allora erano quelli di dedicarmi a un’attività che potesse appagare i
molteplici interessi che avevo già allora. Fino a quel momento cercavo di
percorrere la strada del disegnatore di fumetti e sognavo di potermi un
giorno dedicare ai cartoni animati.

Poi sono nate le prime “radio libere” e la mia passione per la musica mi ha
portato al microfono come D.J., poi ho imparato a fare il fonico di studio,
poi mi sono dedicato alla direzione artistica dei programmi, poi ho fatto il
copy e il creativo, infine il regista.

Negli anni ho visto passare gente che aveva anche più talento di me, ma che
poi però si è persa. Per raggiungere risultati nel nostro campo a volte non
basta la bravura o il talento naturale, ci vuole anche una enorme dose di
pazienza e ostinazione.
Ho visto giovani attori con voci mediocri migliorarsi al punto da diventare
fior di speaker e doppiatori e, al contrario, voci straordinarie di giovani
“superdotati”, svanire poi nel nulla!

DANIELA:
Nel 1994 è stato Regista della diretta di RAI STEREO UNO per il 44
FESTIVAL di SANREMO della “HIT PARADE” di RADIO DUE (trsmissione di punta di
RADIO RAI) programma con PIERO CHIAMBRETTI e LUCIANA LITTIZZETTO . Cosa ci
può raccontare di queste esperienze?

ARTURO:
Io collaboravo con Chiambretti già da anni, avevamo lavorato assieme sulle
navi da crociera dal 1981, quando eravamo solo due ragazzotti di belle
speranze. Così quando molti anni dopo la Rai lo incaricò di fare quelle
trasmissioni per RadioDue, volle che fossi io a dirigerlo, poiché ci
intendevamo al volo. La Rai apprezzò il mio modo di lavorare e cominciò
presto a chiamarmi per altre trasmissioni.
Luciana era agli inizi ma dimostrava già il suo enorme talento, fu Piero a
volere anche lei nel programma. In archivio ho ancora dei memorabili duetti
tra loro, che ho intenzione di pubblicare presto in un mio sito podcast
“amatoriale” che si chiamerà “www.radiokiller.net”
(Il sito conterrà spero altre rarità tratte dai miei ricchi archivi sonori)

Nella diretta del Festival ricordo che facemmo quello che non aveva mai
fatto nessuno fino ad allora, cioè telefonavamo a personaggi famosi, che
erano in quel momento a casa seduti tranquilli in poltrona a godersi il
festival, per commentarlo con loro in tempo reale.

Per la Hit Parade invece cercammo di ricreare una specie di varietà
televisivo alla radio, col pubblico e gli ospiti. Oggi in qualche modo lo fa
Fiorello, ma allora erano anni che non si sentivano più cose del genere alla
radio. Le trasmissioni erano uno scatolino claustrofobico, nel quale non si
sentiva altro suono che una voce confidenziale alternata a dei dischi.
Noi nel ‘94, non avendo ancora a disposizione la tecnologia digitale di
oggi, ci impiegavamo una settimana per montare un programma di un’ora!
Oggi per fortuna è diventato tutto più facile!

DANIELA: Che caratteristiche deve avere un buon regista per la radio?

ARTURO:
Beh, come diceva una canzone di Jannacci “ci vuole orecchio”, che significa
senso del ritmo, delle proporzioni, e senso di quella che noi chiamiamo
“immagine radiofonica”.
Lo strano ossimoro indica il potere evocativo dei suoni. Io per questo ho
fatto anche studi approfonditi sull’effetto subliminale del suono e delle
parole.
Un fonico della Rai che da anni collabora con me agli sceneggiati in radio,
ama paragonare la ricostruzione di una scena sonora in postproduzione, al
lavoro di un pittore che dipinge con pennello e tavolozza: ci vogliono gli
effetti sonori giusti per creare i paesaggi e gli ambienti, poi bisogna
valorizzare le voci come le figure umane di un dipinto e con la musica
colorare l’emozione.
Il bravo regista, come il bravo pittore, deve saper dosare con sapienza
tutte queste cose.

Altra capacità importante è quella di saper decidere in fretta come, quando
e dove “tagliare”: alle volte può essere necessario eliminare una cosa
bella, solo perché è fuori contesto o perché rallenta i ritmi, spesso ci
vuole coraggio per farlo.
Bisogna mantenere il più possibile una visione lucida e globale del lavoro.

Avete mai notato che persino alcuni dei più grandi capolavori del cinema
sono stati montati nella loro versione definitiva da persone diverse dal
regista?

DANIELA: Quale è stato il suo lavoro più significativo , quello dal quale ha
tratto più soddisfazione ?

ARTURO:
Forse la versione italiana del musical “Jesus Christ Superstar”.
Di quello, oltre che la regia, ho curato anche l’adattamento dei testi.
Perfino la buonanima di Carl Anderson (il Giuda del film), che non capiva
l’italiano, si entusiasmò a sentire come suonavano i versi delle canzoni
nella nostra lingua.
La Rai decise di aprire le trasmissioni della mattina di capodanno del 2000
(l’alba del nuovo millennio) con il mio lavoro.
Ancora oggi il mio sito www.arturovillone.it ha una media di 4500 contatti
al giorno da tutto il mondo (notevole per un inutile sito personale!); beh,
gran parte dei contatti è dovuta proprio a visitatori appassionati di quel
musical.

Al secondo posto c’è di sicuro il radiofumetto di Diabolik; anzi chi si
ricorda di me, mi ricollega soprattutto a quello. Da ex disegnatore di
fumetti, quando la Rai mi propose di dirigere Diabolik, mi appassionai
subito all’idea: era un po’ come diventarne il “disegnatore radiofonico”.

JCS e Diabolik: due lavori diametralmente opposti, come dire, …tra “il
diavolo e l’acqua santa”!

DANIELA: Ricordiamo la trasposizione radiofonica di “Diabolik” per la Rai .
Puntate sceneggiate da Armando Traverso e dirette da lei. Nel cast
artistico ritroviamo la bravissima Roberta Greganti… lei ha deciso di far
interpretare a Roberta Greganti “Eva Kant” all’età di 15 anni e all’età di
25 anni , inoltre le assegnò la parte di Caterina (la madre di Eva!).
Citandola : “In alcune scene drammatiche, la bravissima attrice (registrata
in colonne separate) arriva a dialogare con sé stessa (madre e figlia),
rasentando la schizofrenia… Vi sfido ad accorgervi, quando ascolterete,
che si tratta della stessa persona!” Ci può parlare più diffusamente di
questa interessante sua idea o “sperimentazione” ?

ARTURO:
È un esperimento che avevo già fatto a Torino negli anni ‘80, nella breve
scenetta di una pubblicità radiofonica, dove feci interpretare alla stessa
attrice (mi pare fosse Germana Pasquero) sia la madre che la figlia.
Quando mi ritrovai in una situazione simile in Diabolik, conoscendo le doti
di Roberta, le proposi l’ardua impresa. Comunque dovemmo fare prima dei
provini, per confortare la Rai che si dimostrava alquanto scettica. Io ero
certo che avrebbe funzionato perché è naturale che le voci di una madre e di
una figlia si possano in qualche modo rassomigliare.
Roberta in quel caso giocò molto sui cambi di tono, ritmo e respirazione,
adeguandosi all’età e al carattere del personaggio. Facemmo poi anche un
piccolo ritocco alla voce in post produzione.

Comunque in un’altra occasione feci anche fare la parte di due gemelli allo
stesso attore, ma quella era una scelta più facile e scontata.
…è poi, volete mettere? Impiegando una sola attrice si ha un considerevole
risparmio economico!

DANIELA: A suo avviso trasmissioni tv di 20 minuti e quotidiane dedicate a
ciascun doppiatore potrebbero contribuire a “rivalutare” presso i mass media
tradizionali e nell’animo del pubblico la figura e l’importanza del
doppiatore e del mondo del doppiaggio ?

ARTURO:
Il doppiaggio dei film italiani è forse il migliore del mondo e gli attori
meritano il giusto riconoscimento.

Premesso questo, faccio qualche osservazione impopolare, che mi renderà di
certo odioso a molti:


1) da quando io lavoro con i più famosi doppiatori italiani non riesco più a
gustarmi un film al cinema! Conoscendo bene la vera faccia del doppiatore
non riesco più ad immaginarmela “incollata” all’attore americano.

2) il doppiaggio è fatto così bene che ha reso ignorante il popolo italiano!
Nessuno in Italia sa parlare l’inglese anche perché nessuno è mai stato
costretto a vedere i film in lingua originale coi sottotitoli.

3) In alcuni doppiatori si crea una specie di transfert con l’attore
doppiato, per cui qualcuno dimentica che, chi doppia Marlon Brando, non è
Marlon Brando e chi doppia Sean Connery non diventa Sean Connery! Come in
teatro, chi interpreta Napoleone non è Napoleone!
Allo stesso modo, se io dirigessi mai il doppiaggio di un film di Coppola,
non diverrei automaticamentente Francis Ford Coppola!
Sembra una cosa banale ma a qualcuno degli attori di tanto in tanto sfugge
(per fortuna a pochi).

DANIELA:
Secondo lei , attualmente , il doppiaggio italiano che tipo di fase sta
attraversando?

ARTURO:
Tutti dicono che sta passando un momento di crisi, ma la crisi che sta
attraversando secondo me non è di quantità, bensì di qualità: si fa un sacco
di doppiaggio in più, eppure i turni di sala diminuiscono! Come si spiega
questa strana magia?
Semplice, si fa troppa roba da “un tanto al chilo”, si impiega un decimo dei
turni che si impiegavano 20 anni fa per doppiare un film, questo in gran
parte si può ottenere grazie alle nuove tecnologie, ma per il resto
purtroppo si ottiene “tirando via” le scene, quindi alla fine la recitazione
risulta più superficiale e meno intensa. Di questo sono per primi i
doppiatori stessi a lamentarsi.
L’altro problema è che così, gli attori delle nuove generazioni, vengono su
molto bravi tecnicamente ma con molte carenze artistiche.

Il lavoro del doppiaggio per un attore è simile a quello dell’imitatore:
deve adeguarsi ai ritmi e alle intonazioni dell’attore originale che però
recita in un’altra lingua.
Se non gli si dà il tempo per ragionarci su, si impedisce al doppiatore lo
sviluppo di un immaginario personale che possa poi arricchire di significato
le battute di un film.
Io me ne accorgo quando gli stessi doppiatori vengono a lavorare in radio,
dove non hanno più una colonna effetti a cui appigliarsi e una voce
originale in cuffia, ma si trovano a dover dar vita a un personaggio
ex-novo, nel vuoto pneumatico dello studio. Molti faticano e risultano
“piatti”.
Per questo consiglio ai doppiatori emergenti di lavorare parallelamente in
teatro, per arricchirsi di un’esperienza che tornerà utile anche in
doppiaggio.

DANIELA: Lei ha lavorato con tanti altri attori doppiatori per radiodrammi
per la Rai : ricordiamo l’operazione dedicata ai RadioFilm, una serie di
sceneggiati per la vendita diretta al pubblico su CD, disponibili sul sito
www.radiofilm.it. Tra questi c’è un episodio dedicato ad Alfred Hirchcock la
voce di Hitchcock è quella di Paolo Lombardi.
Cosa ci può raccontare di
questi progetti?

ARTURO:

Purtroppo siamo ancora in fase sperimentale. I costi di produzione sono
piuttosto alti, e la cosa più difficile da far capire al potenziale
acquirente è cosa contenga davvero il CD. Chi lo ascolta si entusiasma, ma
prima che ciò avvenga nessuno riesce a farsene un’idea. Ci vorrebbero degli
investimenti promozionali che da soli non siamo in grado di sostenere,
stiamo perciò cercando l’appoggio di un grosso editore.

In Gran Bretagna la BBC vende da sempre, su cassetta e CD, i suoi
sceneggiati radiofonici. Il pubblico inglese sa bene di cosa si tratta, e
così un titolo come “il Signore degli Anelli” ha fatto tirature di 500mila
copie!
In Italia la Rai, stupidamente, non ha mai messo in vendita le sue fiction
radiofoniche, perciò il massimo che un potenziale ascoltatore italiano
riesce a immaginare, è che il CD contenga la lettura noiosa a una voce di un
testo integrale (com’è avvenuto negli esperimenti finora fallimentari degli
audiolibri) e non immagina che sia una specie di film sonoro con 30 attori,
effetti sonori e musiche.
Ma, come nel far west dei pionieri, la strada si sta pian piano aprendo. Non
dimentichiamo che si stanno moltiplicando le vie di comunicazione: podcast,
telefonia mobile, ecc. mezzi dalle grandi potenzialità che però sono ancora
privi di contenuti. È come se avessero creato degli enormi TIR che si
aggirano ancora semivuoti per le strade. Dovranno prima o poi veicolarci
qualcosa di interessante, non vi pare?

DANIELA: Ringraziandola per la sua gentile disponibilità , infine le
chiediamo di anticiparci qualche suo futuro progetto artistico.

ARTURO:
Ci sono una serie di progetti in aria, alcuni riguardanti proprio i
Radiofilm, ma che ovviamente, per scaramanzia, non conviene dire.
Tra quelli a breve termine, sto preparando in questi giorni una serie di
“impaginazioni sonore” per un festival estivo a Palermo, dove si
avvicenderanno nella lettura di classici della letteratura attori del
calibro di Arnoldo Foà e Milena Vukotic.
Poi c’è un progetto che mi piace, e che sta prendendo forma in
collaborazione con l’università di Cosenza: si tratta di organizzare un
laboratorio per gli studenti del DAMS, che illustri la realizzazione “da
zero” di uno sceneggiato radiofonico: sceneggiatura, interpretazione,
sonorizzazione, missaggio.