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Intervista esclusiva a Mario Cordova

"Jeremy Irons cominciò a riempirmi di complimenti ... mi disse in spagnolo: “ Por favor, siempre tu !” Successivamente mi mandò un fax che ho ancora qui a casa, dove mi scrisse quello che mi aveva detto a voce ... Ma di una cosa vado particolarmente fiero. Del doppiaggio di Mr.Bean (Rowan Atkinson) in "Quattro matrimoni e un funerale". Nessuno avrebbe scommesso una lira sul fatto che sarei stato in grado di doppiare un personaggio buffo, così diverso dai ruoli romantici che si addicono al mio timbro di voce." Intervista a cura di Marco Bonardelli

MARCO: Tu hai doppiato tanti attori famosi come Richard Gere , Willem Dafoe , Bruce Willis e tanti altri. Come hai iniziato a lavorare in questo mestiere ?

MARIO: “Io facevo l’attore. Doppiare significa fare l’attore , perché, anche se solo con la voce e seguendo la bocca di uno sullo schermo , sempre di recitazione si tratta. Ho cominciato alla scuola dello Stabile di Genova, ma se vuoi fare l’attore ti devi trasferire a Roma, dove c’è tutto: cinema, televisione, radio e ovviamente il doppiaggio. Sai come ho cominciato a fare doppiaggio?
Avevo conosciuto la compagna di Stefano Satta Flores, un famoso attore oggi scomparso, e lei lo convinse a presentarmi uno dei più famosi direttori, Mario Maldesi. Stefano stava doppiando Dudley Moore in “10″, una commedia dell’epoca con Bo Derek. Io non conoscevo Stefano, ma quando arrivai in sala d’incisione, fece finta che ero un suo grande amico e , dicendo che ero un bravissimo attore, convinse il direttore a farmi un provino. Un mito! Andò molto bene, a tal punto che decisero di tenere incise per il film le battute che avevo doppiato. Fu grazie a questo incontro che dopo poco mi chiesero di diventare socio della CVD, una delle due più grosse società di doppiaggio. E’ incredibile come a volte, persone che non conosci, possano cambiare la tua vita.”

MARCO: Oltre a doppiare, hai anche diretto il doppiaggio e curato i dialoghi di molti film e serie televisive. Secondo il tuo punto di vista quali difficoltà comporta essere direttore di doppiaggio e adattatore ?

MARIO: “Credo sia uno dei mestieri più difficili del mondo, perchè l’adattatore è colui che deve tradurre e adattare le parole al labiale, e a volte è costretto a mettere in bocca una parola che l’attore sullo schermo non dice. Se, ad esempio, il protagonista dice “dad”, l’adattatore mette “senti”, che è una parola aderente al labiale, e inserisce “papà” successivamente. L’adattatore ha una responsabilità tecnica, ma anche artistica, perchè deve tenere conto dei diversi linguaggi, a seconda delle tipologie dei diversi personaggi. Voglio dire che un contadino userà un modo di esprimersi molto diverso da quello di un professore universitario. E poi scrivere battute attraverso le quali passano concetti ed emozioni, vi assicuro che non è facile.
Il lavoro del direttore corrisponde a quello del regista teatrale o cinematografico. E’ lui che sceglie le voci dei doppiatori e li aiuta a esprimere le emozioni che gli attori sullo schermo hanno deciso. Ha la responsabilità artistica del film e come fa un direttore d’orchestra con gli strumenti musicali, cerca di accordare tutte le voci per ottenere, diciamo così, una sinfonia. E un lavoro di fino in cui devi entrare nella testa del tuo doppiatore e tirare fuori le sue emozioni, perché possa emozionare il pubblico.”

MARCO: Supponiamo che un giorno venga realizzata una trasmissione con 20 minuti dedicati ai doppiatori. Nella puntata dedicata a Mario Cordova quali aspetti vorresti che emergessero di te come artista ?

MARIO: “‘mazza ! Una domanda da un milione di dollari ! Credo che in questo momento parlerei del fatto che, rispetto al passato, siamo costretti a lavorare a ritmi che non garantiscono la qualità. Noi abbiamo un contratto nazionale che, oltre alle paghe, stabilisce anche il numero delle righe da doppiare. In un tv-movie per esempio dobbiamo doppiare, in tre ore, 170 righe di copione. Se pensi che mediamente il totale delle righe di un copione è di circa 1400 righe, succede che riusciamo a doppiare tutto in due giorni e mezzo. Ciò smentisce il doppiaggio stesso che è un lavoro artistico e non può essere costretto in un tempo così breve.”

MARCO: Doppiatori affermati e nuove leve hanno espresso, in determinate occasioni, riconoscenza nei confronti dei loro maestri. C’è qualche doppiatore al quale sei particolarmente riconoscente ?

MARIO: “Sì, Pino Locchi, la voce di Sean Connery e di tanti altri attori. Lui è stato per me un mito e devo confessare che all’ inizio della mia carriera cercavo di imitarlo. Poi sono cresciuto e ho capito che dovevo crearmi una mia identità. Ne avevo tanti di miti, come ad esempio Peppino Rinaldi che forse è stato il più grande di tutti, ma sentivo che ero più simile a Locchi e che poteva essere, per me, un punto di riferimento.”

MARCO: In molti forum ci si chiede se a voi doppiatori faccia piacere o meno essere ricordati per un determinato personaggio. A te che sei ricordato da molte persone per Mike Donovan di “Visitors”, He-Man e Egon di “Ghostbusters” fa piacere che la gente ti ricordi per questi personaggi ?

MARIO: “Pur non rinnegando He-Man e Donovan e i tanti altri personaggi che ho doppiato, se dovessi scegliere preferirei essere ricordato per Richard Gere e Jeremy Irons, attori che ho doppiato più volte e che ho conosciuto. Irons lo conobbi all’anteprima mondiale di “Lolita” . In occasioni di questo tipo solitamente l’attore americano sta in sala cinque minuti e poi va via. Quella volta invece Irons, Adrian Lyne (regista di film come “9 settimane e mezzo”), e la protagonista femminile, attesi a un rinfresco all’ambasciata francese, si fermarono in sala per l’intera durata del film. E alla fine quando me li presentarono Irons cominciò a riempirmi di complimenti. Avendo notato che il mio inglese era un po’ zoppicante, mi disse in spagnolo: “ Por favor, siempre tu !”
Successivamente mi mandò un fax che ho ancora qui a casa, dove mi scrisse quello che mi aveva detto a voce. Mi piacerebbe essere ricordato anche per Patrick Swayze che ho doppiato in “Ghost” e altri film. Ma di una cosa vado particolarmente fiero. Del doppiaggio di Mr.Bean (Rowan Atkinson) in “Quattro matrimoni e un funerale”. Nessuno avrebbe scommesso una lira sul fatto che sarei stato in grado di doppiare un personaggio buffo, così diverso dai ruoli romantici che si addicono al mio timbro di voce. Se c’è una cosa che non amo in alcuni miei colleghi di doppiaggio e di cinema è che fanno sempre lo stesso ruolo, mentre al contrario ci si dovrebbe spersonalizzare di più, come fanno gli americani come Robert De Niro.”

MARCO: Ringrazio Mario a nome mio e di Daniela per la gentilezza, la disponibilità e la grande competenza che ha messo al servizio dell’intervista. E non nascondo la mia felicità e soddisfazione per aver potuto fare qualche domanda a un mio prestigioso corregionale. :-)

INTERVISTA A CURA DI MARCO BONARDELLI

DANIELA: Ringraziamo pubblicamente Marco Bonardelli che ha realizzato l’intervista, Mario Cordova per la sua disponibilità e Giovanni Fiorani Pantaleoni ,
Direttore della Libera Accademia Cinematografica , per averci messo in contatto con Mario.