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Intervista a Jimmy Milanese

" Simona Izzo l’ho incontrata e intervistata a Trieste nel 2003. Di quella intervista ricordo soprattutto che per problemi logistici dovetti farla in ginocchio. Dopo dieci minuti lei se ne accorse e fu molto carina ... Oggi la carriera della doppiatrice è solo un ricordo, sicuramente un bel ricordo perché quello era il periodo della giovinezza. Io aggiungo che per Simona quel periodo significa anche il ricordo di una serie di personaggi storici del mondo del cinema (ad esempio De Sica, quello vero). Quelli che per noi sono dei miti o amici desiderati e mai conosciuti per Simona sono le persone in mezzo alle quali lei è cresciuta. Questo fa una bella differenza. "

DANIELA: Jimmy , ti sei laureato in Sociologia e
Ricerca Politica
all’Università di Trento e dal 2000 sei ricercatore
presso la University of
Bradford, UK. Cosa ci puoi raccontare dei tuoi studi e
dell’esperienza
nel Regno di Kingdom ?

JIMMY: Cara Daniela, ho passato quattro anni a Bradford;
città di 700.000 abitanti, la metà dei quali di
origine pachistana. Fra questi ci sono padri
quarantenni che non hanno mai visto il Pakistan o che
lo visitano una volta l’anno. L’esperienza è stata
interessante sotto ogni punto di vista, se si esclude
la pioggia incessante e il mangiare che rimane sullo
stomaco. Oltre agli studi sulla politica
internazionale, in questi anni mi sono sforzato di
comprendere alcune importanti caratteristiche della
cultura anglosassone e pachistana, le difficoltà di
vario ordine e natura che rendono ardui i processi di
integrazione, nonostante alcuni decenni di convivenza.
Per uno che proviene dall’italo-tedesco Sud-Tirolo, il
problema della convivenza è forse di più facile
lettura, ma ritrovarsi a studiare in un ambiente
assolutamente internazionale (nel mio dipartimento
erano rappresentate almeno 15 differenti nazioni,
nell’università almeno una sessantina) ha prodotto una
sorta di trasformazione psico-attitudinale in me.
Infatti, mi occupo di politica internazionale e
domestica, sono in grado di esprimermi discretamente
in diverse lingue, ma trovo sempre più difficile
sostenere il confronto con quelli che operano per
allargare le fratture, le divisioni e i contrasti,
convinti come sono che questo possa aumentare il
proprio spazio minimo di consenso.

DANIELA: Scrivi articoli e realizzi interviste per
il sito
“fucine.com”
. Come è nata questa collaborazione?

JIMMY: La mia collaborazione con fucine.com (vorrei quindi
ringraziare le due anime di fucine, ovvero il suo
editore Enrico Baravoglia e la caporedattrice Serena
Smeragliuolo) nasce nel 2003, in occasione del
festival internazionale di cortometraggi
“Maremetraggio” (maremetraggio.com) al quale
partecipavo semplicemente come spettatore. Fucine e
Maremetraggio sono due “prodotti” di Trieste; una
delle città più affascinanti e misteriose che io abbia
conosciuto. Un giorno lessi una riflessione di una
poetessa inglese che spiegava come ”a Trieste sembra
che debba accadere sempre qualcosa”. A Trieste sorge
il castello di Miramare, costruito per ordine di
Massimiliano I d’Asburgo, fratello sfortunato
dell’Imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo, tradito
e spedito in Messico dove troverà la morte nel giugno
del 1867. Io sono di Merano, dove gli Asburgo (ed in
particolare Massimiliano I)sono stati di casa per
diversi secoli, anche se la mia anima si è trasformata
a Trieste, tra il molo quarto e le colline aspre del
Carso. Come dicevo, per una serie di circostanze mi
trovavo a Trieste e abitavo in una delle innumerevoli
abitazioni occupate da James Joyce quando, durante il
festival Maremetraggio 2003, per caso conobbi Serena.
Quel giorno c’era da intervistare Rade Serbedzija,
nessuno padroneggiava l’inglese a sufficienza e mi
ritrovai microfono in mano a parlare con quel
costumista che per 200 $ affittava uno smoking a Tom
Cruise in Eyes Wide Shut. Da quel giorno alcuni, che
ora sono dei cari amici, ed altri, che come meteore
hanno illuminato un frammento della mia vita (vorrei
citare per tutti Giuliano Montaldo), mi hanno spronato
a continuare a scrivere di cinema e musica da sempre
passioni che ho coltivato metodicamente.

DANIELA: Hai intervistato vari artisti citiamo Bruno
Lauzi , Gian
Marco Tognazzi
, hai scritto tanti articoli . Quale tuo
lavoro ami ricordare
particolarmente e per quale motivo?

JIMMY: Guarda, cara Daniela, se devo proprio essere sincero
allora menziono una chiacchierata con due artisti e un
lungo articolo sugli Hippie che è appena uscito su
fucine e dal quale forse nascerà qualcosa di
interessante. Nel 2004 ho avuto l’onore e il piacere
di conoscere Claudio Lolli, ho frequentare casa sua
per una mattinata e l’ho seguito in vari concerti da
solo o ben accompagnato. Claudio andava fortissimo
all’inizio degli anni settanta, cantava Borghesia,
Zingari Felici, Aspettando Godot ecc. Anarchico mai
violento, intellettuale senza essere ideologico,
riservato ma estremamente disponibile verso tutti
indistintamente, Claudio una volta mi spaccò il cuore
quando disse che lui di quegli anni della
contestazione giovanile riusciva a ricordare solo
tanto amore. Oggi Claudio è sposato con una mia
concittadina, vive a Bologna ed insegna italiano e
latino in un liceo. A me Claudio ricorda tanto
Wittgenstein che, non riuscendo a comunicare nulla
alla gente del suo tempo, accettò un incarico di
insegnante elementare in uno sperduto paesino
austriaco. Quell’intervista/articolo con Lolli rimane
per me un viaggio nostalgico verso un passato che non
ho mai vissuto.
Fra le varie cose, in questo momento sono alle prese
con un articolo su un cantautore del tutto sconosciuto
al grande pubblico: Andrea Facco. Andrea vive a
Genova, esattamente agli antipodi di Trieste, scrive
canzoni stupende e suona il liuto. La storia di questo
ragazzo è incredibile. Originario di San Salvador
viene adottato giovanissimo da una famiglia di Genova
che in barca lo porta in Italia e lui scrive “Ho fatto
una valigia, ho prenotato il traghetto verso il mondo
nuovo che credevo perfetto… un pezzetto di ricordo mi
porto dentro il mio viaggio è finito proprio in quel
momento”. Andrea ha le unghie lunghe per suonare
meglio la chitarra e ha solo diciassette anni. Alcune
major gli hanno detto che ci vuole la chitarra
elettrica, la batteria deve sentirsi forte e le parole
devono essere semplici perché così si vendono meglio,
ma quando io ascolto Andrea è come se tornassi
all’Hotel Supramonte per ascoltare il Suonatore Jones.
Infine, stimolato dal ricordo di un antico viaggio a
Woodstock e da un brevissimo incontro con Fernanda
Pivano, all’inizio di quest’anno ho consegnato a
fucine un articolo di circa 9000 parole sulla storia
degli Hippie. Ho letto di tutto sul movimento della
non-violenza degli anni sessanta, recluso per diletto
in una campagna parmense tra galline e maiali, spero
quindi di averci messo qualcosa di diverso in questo
sudatissimo articolo o di aver almeno preso la storia
in modo almeno un poco controcorrente.

DANIELA: Hai intervistato anche Simona Izzo . Ci puoi
raccontare qualcosa
su questo incontro con
l’autrice/sceneggiatrice/regista ma ricordiamo
anche che è stata una brava doppiatrice , per citare
un film ricordiamo
che ha prestato la voce a Kim Basinger in “Nove
settimane e mezzo”…
Cosa ti ha colpito maggiormente di questa artista ?
Citando Simona:” Mi
sono trovata a cinque anni in una sala di doppiaggio,
con mio padre che
m’insegnava più che a parlare a doppiare…. il grande
De Sica m’ha
chiesto di piangere e visto che io nel film ero un
bambino maschio dissi:
“Ma io sono una femmina!” E lui rispose: “Simona, la
voce cambia a
undici anni, tu ne hai solo cinque, quindi puoi
doppiare un maschio”. Lo
confesso, mi sono messa a piangere, perché non volevo
mettermi a doppiare
un maschio. De Sica ha registrato la mia voce che poi
adesso è nel film
e lo sarà per sempre”

JIMMY: Simona l’ho incontrata e intervistata a Trieste nel
2003. Di quella intervista ricordo soprattutto che per
problemi logistici dovetti farla in ginocchio. Dopo
dieci minuti lei se ne accorse e fu molto carina; mi
aiutò a reggermi sulle ginocchia, ma nell’intervista
non si nota (spero). Secondo me Simona rappresenta
bene il mondo dello spettacolo. Parlando assieme prima
dell’intervista ricordo che mi confessò bene come per
continuare a lavorare oggi sia obbligatorio scendere a
certi compromessi, individuati nella partecipazione a
programmi televisivi o nei servizi dei giornali di
gossip. Insomma, se vuoi essere del giro, se vuoi che
il tuo telefono non si raffreddi e non sei Fiorello o
Benigni, cum grano salis devi apparire dentro quella
piccola scatoletta di plastica. Simona mi ha
confessato come oggi la sua vita sia scrivere e
produrre film e serie televisive. Dal 2003 quando la
conobbi, le sue apparizioni televisive, come tutti
hanno notato, sono ridotte all’indispensabile. Oggi la
carriera della doppiatrice è solo un ricordo,
sicuramente un bel ricordo perché quello era il
periodo della giovinezza. Io aggiungo che per Simona
quel periodo significa anche il ricordo di una serie
di personaggi storici del mondo del cinema (ad esempio
De Sica, quello vero). Quelli che per noi sono dei
miti o amici desiderati e mai conosciuti per Simona
sono le persone in mezzo alle quali lei è cresciuta.
Questo fa una bella differenza.

DANIELA: Sempre nella tua intervista a Simona lei
afferma : “Per poter
fare il regista e l’autore in modo “rilassato” mi
mantengo andando in
televisione”.
Cosa ne pensi di quanto dichiarato?
Perchè un autore è
sempre sottopagato rispetto a chi va in tv guadagnando
soldi a palate
anche per una semplice “ospitata” in qualche talk show
o in qualche reality?

JIMMY: Poco tempo fa avrei risposto con una metafora
calcistica. Se giochi nella Juventus vuol dire che sei
più forte, che vinci più spesso e quindi sarà più
facile poter guadagnare cifre importanti dagli sponsor
che cercano la massima visibilità. Oggi forse
bisognerebbe rivedere qualche considerazione, ma il
concetto penso sia chiaro. Ad ogni modo, distinguerei
i talk show dai reality. Nei primi gli ospiti
guadagnano, è vero, ma tutto dipende dalla fascia
oraria, dal contenuto del programma e dallo spessore
degli stessi. Nel caso dei reality, gli apprendisti
“VIP” coltivano una speranza di notorietà, alla quale
è legato un temporaneo ritorno economico. Secondo me
parlare di “TV” tout court è improprio. Nessuno si
sognerebbe di mettere sullo stesso piano giornali come
Il Corriere della sera e Repubblica con Libero o
L’Unità. Eppure sono tutti quotidiani. Analogamente il
TG1 o il TG5 non sono la stessa cosa di Studio Aperto
o del TG4; rispetto ai primi, nei secondi il target è
diverso, la notizia è costruita per un pubblico più
giovane e le modalità comunicative sono del tutto
differenti.
Faccio queste considerazioni per dire che la TV è un
prodotto commerciale i cui burattinai spendono ingenti
risorse per analisi e ricerche di mercato. Sono certo
che se il pomeriggio di Rai 2 è una passerella di
pseudo-opinionisti (come io ora per la prima e ultima
volta), se la programmazione pomeridiana di canale 5 è
tutta dedicata a Uomini e Donne che più o meno
realisticamente si massacrano, vuol dire che questi
sono i prodotti richiesti. Chiedere alla TV
commerciale di modificare la programmazione a fini
pedagogici sarebbe come chiedere alla FIAT di non
vendere le sue utilitarie perché meno sicure delle
concorrenti germaniche. Quindi, o qualcuno (chi?)
dall’alto decide autoritariamente che la TV dovrà
essere altra, altrimenti inutile lamentarci, lo fanno
fin troppo le innumerevoli trasmissioni
autoreferenziali che quasi tutti guardano. Per gli
altri c’è il satellite e circa 800 canali a scelta,
basta solo allenare il pollice a fare zapping da
Italia 1 a Discovery channel e via dicendo.

DANIELA: Ti ringraziamo per la tua disponibilità e simpatia e
infine un’ultima
domanda: “Quali saranno i tuoi progetti più imminenti
nel campo lavorativo
o di eventuali passioni artistiche ?”

JIMMY: Guarda, in questo momento sono alle prese con una
specie di romanzo pseudo-storico abbastanza complesso.
Cerco di immaginare il clima di Parigi fin de siecle,
in particolare quel cafè in cui venne organizzata la
prima proiezione cinematografica dai mitici fratelli
Lumière. Vorrei quindi intrecciare le vicende dei
primi 33 spettatori paganti del cinematografo con le
successive evoluzioni dello spettacolo che fa vedere
il mondo, come veniva chiamato al tempo il cinema. Ho
fatto una ricerca a 360 gradi per individuare chi
potessero essere quei temerari che pagarono per primi
per andare al cinema e ho scoperto alcune cose
veramente interessanti. Poi uscirà tra breve
un’articolo/intervista con Andrea Braido, il più
geniale chitarrista italiano rock vivente. Poi, in
realtà prima di tutto, ci sono i miei studenti che non
parlano bene l’italiano, ai quali vorrei lasciare un
briciolo della mia passione per l’arte musicale e
cinematografica, sperando che anche loro riusciranno a
guardare il mondo dalla parte del torto. Un saluto a tutti.

( Nella foto in alto Jimmy Milanese , qui sotto foto inviateci da Jimmy con Simona Izzo, Ricky Tognazzi e Gian Marco Tognazzi )