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Intervista a Carola Proto

" ... Coming Soon ... una strana e meravigliosa avventura ... Un bel giorno del lontano 1998, un mio caro amico che lavorava per l'Anicaflash ha avuto l'idea di creare un canale satellitare interamente dedicato al cinema. Serviva una redazione, ed ecco 4 appassionati di cinema che fino a quel momento la televisione l'avevano solamente guardata ... “Singin’ in the rain”. Avrò avuto 8 anni. Uscimmo dal cinema, pioveva e, con mia mamma e un nostro amico professore di storia e critica del cinema, cominciammo a ballare e a cantare le canzoni del film. Arrivammo a casa zuppi ... Quando si esce dall'università non si hanno garanzie per il futuro. Trovare lavoro è difficile e ci vuole qualche competenza in più. Sapevamo tutto sul Neorealismo e sul cinema francese del Fronte Popolare, ma nessuno ci aveva mai spiegato come girare un film. Così sono partita alla volta di New York per un corso intensivo di 11 settimane in "Filmmaking" alla New York University. Devo ammetterlo: è stato difficilissimo ... E' necessaria una maggiore precisione nel processo di adattamento e una migliore conoscenza della nostra meravigliosa lingua, che è sì la lingua di Dante Alighieri, ma si aggiorna di minuto in minuto ... I doppiatori migliori sono senza dubbio quelli italiani , scrupolosi , attenti e talentuosi. Grazie al mio lavoro ne ho conosciuti molti e ogni volta sono rimasta colpita dal loro impegno e dalla loro devozione. Devo confessare che ultimamente mi è capitato di vedere film che non erano ben doppiati, penso a “Munich” di Steven Spielberg, in cui Eric Bana aveva la voce di un famoso attore italiano che in alcune scene, quelle di maggiore tensione drammatica, aveva un'inflessione romanesca ... A settembre ci sarà il Festival di Venezia, dove mi occuperò di un breve collegamento quotidiano ... da ottobre, ogni giorno, in diretta, leggerò un breve telegiornale dalla redazione ... " Intervista a cura di Marco Bonardelli

MARCO: Da alcuni anni sei tra i redattori di Coming Soon Television , la tv satellitare interamente dedicata alla settima arte. Come sei entrata a far parte di questa grande famiglia?

CAROLA: Una strana e meravigliosa avventura, del tutto inaspettata. Un bel giorno del lontano 1998, un mio caro amico che lavorava per l’Anicaflash ha avuto l’idea di creare un canale satellitare interamente dedicato al cinema. Serviva una redazione, ed ecco 4 appassionati di cinema che fino a quel momento la televisione l’avevano solamente guardata. Qualcuno aveva giù pubblicato articoli su riviste specializzate, ma nessuno aveva mai parlato di fronte ad una telecamera, né aveva seguito un montaggio all’Avid. Abbiamo imparato questo mestiere facendolo. Il nostro capo-redattore di allora ci ha insegnato come realizzare un’intervista e come scrivere un lancio o il testo di un servizio. Qualche lezione di dizione e l’esperienza hanno fatto il resto. Ora siamo una grande famiglia, ma quando tutto è cominciato, eravamo solo un piccolo e inesperto gruppo di pionieri animati da entusiasmo e da grande ottimismo.

MARCO: C’è un momento particolare della tua vita legato alla nascita della passione per il cinema?

CAROLA: Il cinema lo mastico da quando sono piccola. Mia madre aveva una libreria specializzata in cinema e teatro nel centro di Roma e, quando avevo 6 anni, mi portava nei cinema d’essai a vedere film americani dei tempi d’oro: noir, commedie sofisticate e soprattutto musical. Il ricordo più bello? La mia prima volta con “Singin’ in the rain”. Avrò avuto 8 anni. Uscimmo dal cinema, pioveva e, con mia mamma e un nostro amico professore di storia e critica del cinema, cominciammo a ballare e a cantare le canzoni del film. Arrivammo a casa zuppi. Ancora oggi.”Singin’ in the rain” è il mio musical preferito.

MARCO: Dopo la laurea in Storia e critica del cinema con una tesi su “Regola del gioco” di Renoir sei stata al Greenwich Village di New York , da sempre fulcro dell’arte, per studiare i segreti del cinema. Cosa puoi raccontarci di questa esperienza?

CAROLA: L’America chiamava … e io ho risposto. A parte scherzi, quando si esce dall’università, anche con il 110 e Lode, non si hanno garanzie per il futuro. Trovare lavoro è difficile e ci vuole qualche competenza in più. Inoltre, negli anni ‘90, all’università si faceva molta teoria e poca pratica. Sapevamo tutto sul Neorealismo e sul cinema francese del Fronte Popolare, ma nessuno ci aveva mai spiegato come girare un film. Così sono partita alla volta di New York per un corso intensivo di 11 settimane in “Filmmaking” alla New York University. Devo ammetterlo: è stato difficilissimo. Gli insegnanti parlavano in “Slang” e capirli era un’impresa, e poi il corso era davvero troppo “tecnico”. I miei compagni avevano tutti una grande esperienza e avevano già girato dei film in pellicola. Mi sono divertita con il montaggio (rigorosamente in moviola, niente Avid, per carità), ma quando si trattava di illuminare un set o di occuparsi del suono, mi veniva da piangere. La rivincita me la sono presa quando si è trattato di scrivere un soggetto. La fine del corso, e il conseguimento del diploma, prevedeva un test finale e una serie di cortometraggi della durata di 7 minuti interamente realizzati dagli studenti. Il punto di partenza dei corti era naturalmente un soggetto e hanno chiesto ad ognuno di noi di scriverne uno. Poi, su 50 , ne avrebbero scelti 7. Io ho scritto una storia un po’ “noir” con protagonista un detective assassino, ed è stata selezionata. Che gioia! Purtroppo, in fase di riprese, è successo di tutto, fra scavalcamenti di campo e microfoni in vista. Ma è stata comunque una splendida esperienza.

MARCO: Hai scritto dei piccoli volumi dedicati a Stephen Frears, Mike Leigh e Francesca Archibugi. Quali caratteristiche ti colpiscono maggiormente di ognuno di questi prestigiosi registi?

CAROLA: Di questi tre registi, il mio preferito è Mike Leigh. Di questo cineasta amo il rigore, i personaggi, le storie e gli attori. Hanno delle facce meravigliose. Vi ricordate la famiglia di Vera Drake ne “Il segreto di Vera Drake”? Straordinaria. Mike Leigh trasforma gli attori, tira fuori quello che hanno di più bello, e poi fa un cinema di impegno e denuncia sociale senza essere retorico o mettersi in cattedra. Gli ultimi film di Stephen Frears non mi sono piaciuti. “Le relazioni pericolose” certo era un buon film, ma di recente ho visto “Valmont” di Forman e l’ho trovato nettamente superiore. Di Frears amo “The Snapper” e soprattutto “Sammy e Rosie vanno a letto” e “My Beautiful Laundrette”, entrambi sceneggiati dal grandissimo Hanif Kureishi. I piccoli film, insomma, le storie di personaggi che si arrangiano e che, anche in mezzo a problemi e difficoltà, la vita la amano disperatamente. Di Francesca Archibugi ho amato soprattutto “Il Grande Cocomero”, per la sua onestà, il suo pudore, per il suo non essere un film consolatorio e per la sobrietà con cui viene raccontata la malattia mentale infantile. Francesca Archibugi ci ha raccontato il mondo attraverso gli occhi dei bambini, un po’ come facevano De Sica, Rossellini e, oggi, Kim Rossi Stuart. I bambini sono sinceri, lucidi, spietati e raccontare la realtà come la vedono loro, significa schiettezza nel racconto, ma anche poesia e incanto.

MARCO: Data la tua esperienza di giornalista e di traduttrice, vorrei chiederti qual è la tua opinione sul doppiaggio italiano e secondo te quali difficoltà comporta un adattamento dialoghi di un’opera audiovisiva.

CAROLA: I doppiatori migliori sono senza dubbio quelli italiani, scrupolosi, attenti e talentuosi. Grazie al mio lavoro ne ho conosciuti molti e ogni volta sono rimasta colpita dal loro impegno e dalla loro devozione. Devo confessare che ultimamente mi è capitato di vedere film che non erano ben doppiati, penso a “Munich” di Steven Spielberg, in cui Eric Bana aveva la voce di un famoso attore italiano che in alcune scene, quelle di maggiore tensione drammatica, aveva un’inflessione romanesca. Mai mescolare gli attori con i doppiatori. Sono due mestieri diversi . Ci sono le eccezioni, naturalmente, e penso a Giancarlo Giannini che doppia Al Pacino o alla bravura di Alberto Sordi. A volte far doppiare il personaggio di un film d’animazione a un attore può essere una scelta fortunata, che porta soldi e pubblicità, ma attenzione a non eccedere. Lungi dal voler togliere il lavoro ai doppiatori, mi piacerebbe però che dei film circolassero più copie in originale con sottotitoli, come succede in tutti gli altri paesi del mondo, per consentire a chi ne avesse voglia, di sentire la vera voce degli attori di una pellicola. Ma questa è un’altra storia …
La traduzione del dialogo cinematografico è sempre un’ardua impresa. Lo sono i semplici sottotitoli, che spesso e volentieri, invece di riassumere senza tradire, sono una sterile traduzione letterale. Figuriamoci quindi quando si tratta di un dialogo, che , prima di tutto, deve conservare una certa durata. E poi c’è l’odiato labiale.
Sono particolarmente sensibile a questioni di adattamento e, ahimè, noto immediatamente l’errore. La ragione c’è. Prima di entrare nella grande famiglia di Coming Soon Television, ho tradotto decine di romanzi dall’inglese. Tradurre è una gran fatica. E se non è poi così difficile imparare l’inglese, o qualsiasi altra lingua, rimediando alle lacune con l’aiuto di un buon dizionario, è ben più complicato scrivere bene in italiano, rispettando la consecutio temporum e padroneggiando tutta una serie di modi di dire. Si presuppone che gli addetti ai lavori non cadano in queste trappole, ma succede più spesso di quanto si possa immaginare, ed ecco che nei film (così come nei libri) tradotti dall’inglese ancora si sente qualcuno esclamare “Dannazione” (chi mai, in Italia utilizza questa imprecazione?) o dire “suppongo” invece di “credo” solo perché nellì’oroginale c’è “I suppose”. Il francese e lo spagnolo comportano meno difficoltà. Sulle altre non mi pronuncio.
Insomma, è necessaria una maggiore precisione nel processo di adattamento e una migliore conoscenza della nostra meravigliosa lingua, che è sì la lingua di Dante Alighieri, ma si aggiorna di minuto in minuto.

MARCO: Ringraziandoti, a nome mio e di Daniela, per la gentilezza e la disponibilità infine ti chiedo se puoi dirci quali saranno i tuoi progetti futuri.

CAROLA: Il futuro? Sempre a Coming Soon Television! A settembre ci sarà il Festival di Venezia, dove mi occuperò di un breve collegamento quotidiano da mandare all’interno delle nostre news, e delle interviste. Poi, da ottobre, ogni giorno, in diretta, leggerò un breve telegiornale dalla redazione. Un paio di mesi fa ho realizzato un documentario sui luoghi del “Codice Da Vinci”, che mi ha portato a Parigi, a visitare monumenti e musei e a intervistare esperti di storia sacra e storia dell’arte. Mi piacerebbe realizzarne altri. Vediamo cosa succede con le nuove uscite cinematografiche.

Intervista a cura di MARCO BONARDELLI

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