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Intervista esclusiva a Fabio Mazzari

" ... “FICTION E DINTORNI” e’ un corso – laboratorio che da qualche anno tengo presso il C.T.A.di Milano , con la collaborazione di Michele Rovini ... ha sempre riscosso un notevole successo ... i partecipanti sono chiamati ad affrontare un testo teatrale, da cui verrà scorporata una scena che abbia , al tempo stesso, caratteristiche anche cinematografico- televisive ... I personaggi cui ho dato la voce come doppiatore sono stati molti ... alcuni mi sono rimasti dentro ... Jack Nicholson , Klaus Kinski, Burt Reynolds, William DeFoe, J.Claude Van Damme, Harvey Keitel, James Belushi … Da quando, ho aperto lo spazio Zazie, firmo anche le regie dei miei spettacoli ... questa televisione tossica , gonfia di gossip e di volgarità ( anche dietro le quinte ) ... Una televisione che pare finalizzata solo a un esibizionismo di massa, ebbro di scurrilità e di vuoto ... Progetti per il futuro … Beh, a parte VIVERE ,sto cominciando un romanzo “noir” , il cui protagonista è un professore di letteratura, costretto a fare , suo malgrado, l’investigatore ... Chissà che poi non riesca a trarne un film, di cui curare anche la regia ... "

FABIO: Cara Daniela, grazie innanzitutto per i complimenti al sito. Li girerò ad Antonella Sinigaglia, che ne è l’artefice. Venendo al questionario,vedo che le domande che lei mi pone sono parecchie. Il che, da un lato, mi fa piacere perché significa che evidentemente il mio lavoro desta un certo interesse. Mi fa piacere e mi lusinga. Dall’altro, mi preoccupa un pò, perché sono domande alle quali vorrei dare risposta esauriente e , il più possibile , precisa. Cercherò di farlo, e spero di riuscirci. Se avrò lasciato dubbi o perplessità, me lo farà ( me lo farete … ) sapere. Consideriamolo, quindi, un inizio di dialogo. Bene, cominciamo dalla prima.

DANIELA: Fabio , navigando sul suo bellissimo sito , che consigliamo di visitare , ( link attivo tra i correlati a fine intervista ) leggiamo che circa un anno fa ha condotto con Michele Rovini ( uno dei registi storici della fortunatissima soap-opera italiana “Vivere” ) un seminario dal titolo “Fiction e dintorni” mirato ad approfondire, modalità e stilemi della recitazione televisiva di più grande attualità: quella della “fiction”. Cosa ci può raccontare a tal proposito?

FABIO: E’ vero, “FICTION E DINTORNI” e’ un corso – laboratorio che da qualche anno tengo presso il C.T.A. di Milano, con la collaborazione di Michele Rovini. E , devo dire, ha sempre riscosso un notevole successo. Lo stage è distribuito sull’arco di una settimana ( o di due week end ) e prevede un doppio registro di applicazione. Inizialmente, i partecipanti sono chiamati ad affrontare un testo teatrale, da cui verrà scorporata una scena che abbia, al tempo stesso, caratteristiche anche cinematografico- televisive (dialogo ridotto a due personaggi, ambientazione in un interno, sviluppo e conclusione in tempo reale, etc…). Il mio compito è quello di guidare gli allievi attraverso il percorso interpretativo in tutte le sue fasi. Che sono: studio e analisi del testo, identificazione dei personaggi e loro strutturazione psicologica, contestualizzazione della scena all’interno dell’intera opera, ventaglio di possibili percorsi interpretativi e chiavi di lettura, etc… Una volta impostata ( da un punto di vista, diciamo “primario”, della pura costruzione teatrale), la scena subisce poi una trasposizione in chiave cinematografico-televisiva. E, a questo punto, viene girata in studio da Michele Rovini. Lo scopo, evidentemente, e’ quello di sottoporre gli allievi ad un confronto tra i due linguaggi (teatrale e televisivo) evidenziandone le diversità e le convergenze, soprattutto per quanto riguarda la recitazione, e di sperimentarle direttamente,interpretando, appunto, la medesima scena nelle due varianti. Gli attori si confronteranno così con la maggiore o minore espressività, propria delle due dimensioni specifiche ( teatrale e televisiva), conosceranno la diversa intensità e intenzionalità dei meccanismi emotivi, scopriranno le mutate dinamiche spaziali( un luogo, cioè, che da palcoscenico diventa set …),vedranno evolversi rapidamente la relazione interattiva con il partner, impareranno a “sentire” lo sguardo della macchina da presa, che è diverso da quello del pubblico a teatro, etc.. Normalmente, a questo scopo, io utilizzo testi dei maggiori autori novecenteschi o contemporanei ( Pinter, Albee, Williams, Miller, Kane …ma anche Strindberg, Cechov, Yourcenar, Genet..) dove le tensioni e i conflitti fra i personaggi, in genere una coppia , hanno un rilievo e un’evidenza molto forti e pregnanti, e il linguaggio verbale riproduce , in tutto o in parte, il “parlato” un po’ dimesso, quotidiano e minimalista, tipico della fiction.
Quest’anno invece, su proposta di Michele Rovini, abbiamo virato verso la “comedy”, realizzando un remake di un’intera puntata di “Sex and the city”. Le protagoniste ( e i loro uomini…) venivano interpretate/i , a rotazione, da tutti i partecipanti allo stage. Credo che il risultato sia stato divertente, e anche sorprendente…
L’itinerario nella “Fiction e dintorni” si conclude poi con la realizzazione di un DVD, di cui ogni allievo e’ protagonista ( per la propria scena …), e che gli rimarrà come documento e come testimonianza di un’esperienza, il più possibile, completa. In tutto e per tutto simile a quella professionale degli attori delle soap-opera.

DANIELA: Lei è noto al pubblico televisivo per il suo ruolo , in ” Vivere ” , di Alfio Gherardi ma non dimentichiamo che è anche un attore doppiatore , citiamo per il cinema “Attacco nel deserto” lei è la voce italiana di John Walton ; J.G. Hertzler in “Star Trek Deep Space Nine” ; Re Artù in “Re Artù” per i cartoni animati e tanti altri … quali suoi lavori ama ricordare e per quale motivo ? Le piace doppiare oppure si sente pienamente realizzato come attore solo su di un palco di teatro o nelle fiction ? Quali attori doppiatori , tra passato e presente , la emozionano e perchè ? Esistono delle difficoltà o delle diversità nel doppiare se stessi rispetto a doppiare un attore straniero o anche un altro attore italiano?

FABIO: I personaggi cui ho dato la voce come doppiatore sono stati molti, in tutti questi anni, e legati per lo più a serials televisivi, e francamente faccio un pò fatica a ricordarli tutti. Ma alcuni mi sono rimasti dentro. Jack Nicholson giovane, in un telefilm di cui ho dimenticato il titolo, e altri come Klaus Kinski, Burt Reynolds, William DeFoe, J.Claude Van Damme, Harvey Keitel, James Belushi… Ma il ricordo piu’ simpatico e , forse , emozionante, è quello legato a un telefilm, sul modello di “Provaci ancora Sam”. Ricordate che nel geniale film di Woody Allen appariva l’immagine di Humphrey Bogart, a consigliare ed esortare il timido protagonista? Nel telefilm in questione avveniva la stessa cosa. Ebbene, questa volta, la voce del mitico “Bogey” era la mia.( Ricordo che registrai, con un tono bassissimo,praticamente incollato al microfono… ) Indimenticabile.
E poi, è vero, non posso dimenticare il doppiaggio di Re Artù ,per una serie di cartoons ( anche se non è questo il mio genere preferito…). Ma in quel caso mi fu chiesto di doppiare Artù con un forte accento bolognese( io sono originario di Bologna…) e accettai con entusiasmo. Il risultato pare fosse irresistibile.

Sì, il doppiaggio e’ uno degli aspetti, anche rilevanti, del lavoro dell’attore e può essere molto utile da un punto di vista tecnico-fonetico (uso ed educazione della voce, utilizzo del microfono, simultaneita’ di sincrono tra visione e parlato etc…). Dirò di più, può essere un momento fondante per la propria professione. Anche bello, a volte , se si ha la fortuna di doppiare un bravo attore. Ma, a mio parere c’è un rischio. Ed e’ che tutto questo diventi un valore fine a sè stesso. Che la tecnica ,insomma, prevalga sull’interpretazione, dando vita al cosiddetto “doppiaggese”. Una sorta cioè, di “stilema” derivato. In cui si finisce per privilegiare la pura vocalità, e in cui si afferma una recitazione, per così dire, “prefabbricata”, un po’ a orecchio, etc… Decisamente credo di preferire il teatro o la televisione. Anche se dal doppiaggio ho avuto molte soddisfazioni, e mi ha dato la possibilità, direi anzi la necessità, di un esercizio costante per quanto riguarda la voce, l’emissione dei fiati, i registri sonori, e tante altre cose che mi sono state poi utili nel mio lavoro di attore. E che sarebbe ingiusto negare.

Contrariamente all’opinione più diffusa, confesso di trovare francamente insentibili i doppiatori “d’antan”. Le mitiche voci degli anni ’40/’50 e anche primi anni ’60! Insopportabile, e a volte francamente comico, il loro “birignao” ( cioè a dire quell’artificiosità nella dizione, quell’ affettazione inutilmente preziosa, tipica di un’era del teatro italiano…). Insostenibile quella loro ridicola tendenza a “cantare” le battute, etc … Il discorso vale soprattutto per le voci protagoniste ( il vellutato compiacimento di Cigoli, ad es. o il costante, monocorde, ”ammiccamento” di Sibaldi..) Certo non mancavano, in quegli anni, voci dotate di fascino ( De Angelis, la stessa Lattanzi ,a suo modo, o la stupenda voce di Ingrid Bergman, o altri, di cui non ricordo, purtroppo, il nome…). L’unica eccezione, in quel panorama di narcisismo vocale, trovo sia stata quella del grande Carlo Romano. Ma ,si sa, come già in teatro, quasi sempre i cosiddetti “caratteristi” sono più bravi dei primi attori …
Un omaggio va reso, invece, alla generazione successiva, quella che va dalla metà degli anni ‘60 fino agli ‘80 , che vantava un parco voci di qualità altissima, di grande personalità e di amplissima coloritura timbrica e tonale ( i vari Locchi, Barbetti, Amendola, Cucciolla, Graziani, Savagnone, Di meo e chissà quanti ne tralascio perché non li ricordo o, peggio, perché non ne conosco il nome…)
Venendo all’oggi, mi pare che dietro alle voci dei doppiatori più giovani si intuiscano, spesso, quelle qualità proprie delle generazioni che si sono formate in una modernità professionale e artistica ad alta temperatura. C’è in loro un’espressività fatta di tensione e di concentrazione, una duttilità, anche vocale, plastica e nervosa. C’è quella sensibilità duttile, necessaria agli attori, che li rende adattabili a drammaturgie attuali e roventi, in cui i propri mezzi vengono continuamente messi alla prova, etc… E questo li rende, al nostro orecchio, per parafrasare il titolo di un celebre saggio dei miei anni,” nostri contemporanei” ( Mi vengono in mente due nomi, fra i tanti che purtroppo non conosco e mi scuso per non citarli, e sono Accolla e Rizzini. Oltre al magnifico interprete di “Jack Folla”, di cui, ancora una volta, non ricordo il nome, ma pazienza, oramai la brutta figura l’ho abbondantemente fatta… E, fra le donne, alcune davvero eccezionali, consentitemi di citare almeno la mia amica e collega in “VIVERE”, Mavi Felli…)
Oggi i doppiatori sono, prima di tutto, dei bravi e, spesso, bravissimi attori.
E in Italia, secondo me, capostipiti in questo senso sono due grandi interpreti: Giancarlo Giannini e Gigi Proietti.

Non so spiegare bene il perche’, ma doppiare sé stessi è sempre piu’ difficile che non dare la voce ad un altro attore. Magari per altri no, ma per me è così. Gia’ doppiare dall’italiano e’ piuttosto complicato. Quando poi mi capita di doppiare me stesso, ecco che il ritmo e le cadenze della “mia” recitazione originaria diventano di colpo sorprendenti, diversi, troppo veloci, o troppo lenti,”estranei”, insomma sbagliati etc… Molto meglio qualche bravo attore che reciti in inglese, o in tedesco… o anche, perché no, in giapponese!

DANIELA: Dovendo ricordare i tanti lavori teatrali , quali vorrebbe citare e che
tipo di emozioni attraversano il suo animo ? Quali registi e opere ricorda con piacere?

FABIO: Immagino la domanda si riferisca ai lavori teatrali cui ho partecipato come attore, e in seguito, come regista.
Beh, come attore, quasi fosse un test-psicologico, il primo spettacolo che mi balza alla memoria è un “Giulio Cesare” di Shakespeare, a Milano negli anni’70. Io vi interpretavo il ruolo di MarcAntonio,con la famosa orazione funebre sul cadavere di Cesare. Ricordo ancor la forza lucida e quasi selvaggia di quel discorso… Andando indietro negli anni, ricordo una versione molto sperimentale del “Cyrano di Bergerac”, in cui interpretavo il ruolo del celebre spadaccino nasuto, ed essendo io giovane, il personaggio era diventato una specie di ragazzaccio un po’ spaccone. Ricordo poi tre ruoli, diversi fra loro, ma significativi, di servi che ho interpretato in anni diversi: uno è Fessenio , da “La Calandria” del Bibiena, tipico servo cinquecentesco, furbo e maneggione,un altro è Lubin da “George Dandin” di Molière, anch’esso molto divertente, e infine il cameriere Jean, inquietante e sinistro, de “La signorina Giulia” di Strindberg. Ricordo ancora una versione bella e molto particolare de “Il processo” di Kafka, a Lugano, in cui interpretavo ben sei personaggi, dando vita a tutti gli antagonisti del protagonista Joseph K. Mi trasformavo in un nemico indecifrabile che si incarnava in molte figure, ed aveva sempre il mio volto … Ma forse, in questo momento , quello che ricordo con più affetto è lo studente Trofìmov, da “Il giardino dei ciliegi”di Cechov , personaggio insieme introverso e riflessivo, ombroso e passionale, che ho interpretato molti anni fa …
Ma soprattutto mi ricordo alcuni spettacoli cui ho assistito da spettatore. A cominciare da “ L’Orlando Furioso” di Luca Ronconi,in piazza Duomo a Milano nel’68, un trionfo insieme di narrazione e di teatralità. Poi gli indimenticabili “Marat-Sade”,”Sogno di una notte di mezza estate”,”Ubu Roi” di Peter Brook, vere pietre miliari nella storia del teatro. Ancora “1789” e “L’Age d’or” di Ariane Mnoutchine, ”Joachim Murieta”, ”La dispute”, ”Amleto” di Patrice Chereau, ” Re Lear” di Bergman e tanti altri … Ma su tutti io conservo il ricordo degli spettacoli di Giorgio Strehler, una lunga storia di capolavori fra i quali è difficile scegliere. Indimenticabili tutti, per la poesia altissima e tenera che vi era espressa, per la maestria e la bellezza delle immagini, per la resa straordinaria degli attori … Tuttavia, fra i tantissimi , vorrei ricordare almeno il bianco struggente e raggelato de “Il giardino dei ciliegi” di Cechov, testo che nella mia vita ritorna spesso, e che prima o poi spero di mettere in scena come regista. Negli ultimi anni, grosse emozioni mi sono venute dagli spettacoli dei russi Dodin e Nekrosius e da quell’evento, davvero epocale, che è stata ”La classe morta”di Tadeusz Kantor.

DANIELA: Ricordiamo che ha fondato anche lo “Spazio Zazie”, laboratorio teatrale di Milano. Cosa ci
può raccontare ? E della sua esperienza come regista teatrale ?

FABIO: Zazie non è un teatro vero e proprio, è piuttosto uno spazio teatrale ricavato da un ex-officina ed ha caratteristiche tutte sue particolari, che gli danno, appunto, un’anima di laboratorio. Le dimensioni ( non è grande ), la conformazione della sala, con una colonna centrale molto condizionante, e soprattutto la disposizione del pubblico, collocato lungo tutto il perimetro… Tutti elementi che finiscono per creare un rapporto con gli spettatori molto coinvolgente, quasi intimo. E anche i testi rappresentati , in questo modo , finiscono per rivelare aspetti nuovi, più profondi e segreti. Insomma è un posto dove il pubblico si trova immerso in un’atmosfera di particolare suggestione comunicativa. Considerando anche che ,i primi tempi, lo spettacolo era preceduto da un aperitivo con jazz dal vivo, eseguito al pianoforte da mio figlio Michelangelo e dal suo trio…

Sì è vero, da qualche anno, da quando, appunto ho aperto lo spazio Zazie, firmo anche le regie dei miei spettacoli. E questo , per me , è un ritorno alle origini, che erano di aiuto-regista e non di attore… Quindi proverò a raccontarmi come regista, anche se mi imbarazza un po’…
Beh, nonostante i miei inizi affondino nel campo della sperimentazione e della ricerca, o forse proprio per questo ( per una specie, cioè , di contrappasso “dantesco”…) io sono attratto dai classici, o comunque dal grande teatro di tradizione. In particolare dalle letterature e dalle drammaturgie che stanno fra otto e novecento. In quegli anni a cavallo fra due secoli, in cui tramontano le grandi idealità, le grandi passioni morali, gli slanci finalistici, e si insinuano , invece , i dubbi della ragione, la perdita di identità, la frantumazione dell’io… Arrivano la crisi, la coscienza della crisi , e infine , quella che consideriamo la modernità…
Per questo ho messo in scena Dostoevskij, adattandolo per la scena, così come per la scena ho adattato un racconto affascinante e inspiegabile “Bartleby” di Melville. O “ Il marinaio” di Pessoa. Per questo, un autore che non mi stancherei mai di rappresentare è Cechov, di cui infatti ho allestito “Il gabbiano”e “Zio Vania”( in attesa ,come sapete, de “Il giardino dei ciliegi”…) Fra l’altro, all’autore russo ho dedicato un testo scritto e diretto da me, e interpretato dagli attori del Centro Teatro Attivo, in cui immaginavo che alcuni dei personaggi, usciti dai suoi testi più famosi, si ritrovassero tutti insieme la sera di Natale … Si chiamava “Dieci modi per dire Cechov” … Su questa strada prima o poi mi confronterò con Pirandello. Mentre tra i classici della contemporaneità mi aspetta l’incontro, assolutamente obbligatorio, con il sublime enigma Beckett. E , quello , non meno impegnativo con Pinter.
E poi ci sarebbero tante ,infinite, strade da battere ( da Shakespeare alla Kane, da Eschilo alla Jèlinek etc… )ma , mi chiedo , e questa volta sono io che pongo la domanda , ha ancora un senso perseguire il teatro e le sue ragioni, con tutta la dedizione e l’amore di cui siamo capaci? Ha ancora un senso, cara Daniela, come lei felicemente faceva notare, farlo
in quest’epoca di reality-show, prefabbricati e confezionati per un pubblico isterico e delirante? In questa televisione tossica, gonfia di gossip e di volgarità ( anche dietro le quinte, come ben vediamo e sappiamo …) Una televisione che pare finalizzata solo a un esibizionismo di massa, ebbro di scurrilità e di vuoto? … Cari amici, me lo chiedo e ve lo chiedo. Rispondetemi, se potete …

DANIELA: Beh, purtroppo non possiamo rispondere a nome di tutti ma di molti sicuramente a giudicare dagli umori del “popolo di internet” sempre molto attento e sensibile. Attraverso questa seguitissima sezione dedicata al doppiaggio, ai doppiatori e a tutti i mestieri del cinema in ombra, resa possibile da superEva , e grazie ai nostri progetti futuri pensati per la tv, per il cinema , per l’editoria , per la telefonia … cerchiamo a piccoli passi , con umiltà , di trovare la nostra strada per “contrastare” quei mass media tradizionali che continuano a mandare messaggi negativi ai giovani, rischiando che i giovani d’oggi stessi possano pensare che la professione dell’attore si possa improvvisare oppure che basti far salotto in tv o partecipare ad un reality per poter fare l’attore non capendo che bisogna prima di tutto STUDIARE e che bisogna saper trasmettere vere emozioni. Ritornando alle nostre domande … spesso e volentieri un attore doppiatore è un vero artista a tutto
tondo , spesso si cimenta in altre forme d’arte , come la musica , la poesia ,
lo scrivere … quanto affermato è vero anche nel suo caso ? Le piacerebbe
cimentarsi anche con i film studiati per il cinema … quale ruolo vorrebbe
interpretare al momento ?

FABIO: Rispondo prima alla seconda parte della domanda. Sì, certo, mi piacerebbe fare cinema.
Mi piacerebbe molto. Il problema è se piacerebbe altrettanto al cinema farlo con me …
Scherzi a parte, non sarebbe male se qualche produttore mi offrisse un bel ruolo di investigatore, o di commissario ( tipo un Montalbano, a fine carriera..)( magari!) Oppure, non so, un bel ruolo ispirato e vibrante come quello di Robin Williams ne “L’attimo fuggente”( magari!). Chissà?! Se conoscete qualche produttore cinematografico, potete sempre fargli il mio nome…
Tra le altre forme d’arte, mi piace moltissimo la musica ( trovo che anche la recitazione
risponda a dei canoni musicali ) Purtroppo però, non sapendo suonare alcun strumento ( se non in maniera imbarazzante… ) mi limito ad ascoltarla la musica. Soprattutto jazz e classica. Ma anche delle belle quintalate di rock ( dal “progressive” degli anni 70 ai R.E.M….).

Coltivo la scrittura. Ecco.
E sto cominciando ( sto tentando di cominciare… ) un romanzo “noir” ( lo so che va di moda, pazienza…) il cui protagonista è un professore di letteratura, costretto a fare, suo malgrado, l’investigatore ( guarda un po’..). Chissà che poi non riesca a trarne un film, di cui curare anche la regia. Sarei sicuro di essere il protagonista. ( Semplice, no? Ditelo al vostro amico produttore … )

DANIELA: Intervistando anche diversi attori emergenti , spesso lei viene citata
e ricordata nel suo ruolo di insegnante di recitazione . Quali sono gli errori
tipici che solitamente “incontrano” gli aspiranti attori e quali preziosi
consigli ama loro dare?

FABIO: Mi fa molto piacere essere citato come insegnante di recitazione. Spero di essere stato, e di essere all’altezza di questa considerazione …
Come dice il Vangelo, “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.
Premesso ciò, forse gli errori principali che mi è capitato di constatare sono sostanzialmente di due tipi ( ma, ripeto , è tutto opinabile..)
Il primo riguarda gli allievi che hanno già avuto qualche frequentazione di scuole (magari qualche mese di accademia. Oppure scuole private, con insegnanti non proprio all’altezza, la cui unica preoccupazione è la dizione…). Ebbene questi allievi tendono ad uniformarsi, o comunque ad aspirare ad un livello “alto”, impostato e un po’ altisonante, spesso rigido e meccanico. Quello che si dice, appunto, accademico.
Chi, al contrario, non ha alcuna esperienza scolastica, tende quasi sempre ad inseguire un “sottotono” derivato dal cinema o dalla televisione (rieccoci…) e che si fonda su una sorta di “parlato”, apparentemente naturale e quotidiano. Una simile recitazione, che può sembrare spontanea, per essere tale è , al contrario , molto costruita. Richiede una grande tecnica e padronanza dei mezzi espressivo-vocali. Non possedendoli, il risultato che ne deriva è inevitabilmente quello di una grande approssimazione e sciatteria.
Ma forse il difetto più connaturato è quello di una recitazione “fai da te”, a istinto, a orecchio, sulla base di una qualche tonalità interna che l’allievo si crea spontaneamente, senza tenere alcun conto del testo e delle intenzioni che ogni singola battuta contiene e richiede. Il compito principale di un buon insegnante, e di un buon regista, è di mettere nella giusta luce le intenzioni racchiuse in un testo e di guidare l’attore in quella direzione.
In ogni caso è quello che faccio io.

DANIELA: La ringraziamo per la sua gentilezza e infine chiediamo , se vorrà ,
di anticiparci qualche prossimo progetto o lavoro in campo artistico e di
lasciare un messaggio per i tanti suoi estimatori sparsi per la rete .

FABIO: Progetti per il futuro… Beh , a parte VIVERE, che ormai fa parte del mio essere, credo, in qualche modo, di avervi risposto.
Sto progettando uno spettacolo, con la mia regia, per lo spazio Zazie. Sto tentando di iniziare il romanzo che vi ho detto… E per quanto riguarda il cinema, beh vi ho detto anche questo…

Infine, cari amici, l’unico messaggio che mi sento di mandarvi è questo.
Scrivetemi al mio indirizzo di posta elettronica o sul blog e se qualcosa di quello che vi ho raccontato di me e del mio lavoro vi ha interessato, o se invece avete voi qualcosa da raccontarmi, se avete qualche consiglio da chiedermi, bene, sarò lieto di rispondervi.
Un abbraccio. Fabio Mazzari