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Intervista esclusiva a Giorgio Favretto

" ... Avevo 16 anni, mi venne affidato un personaggio, lo zio Giustino Trochard ne “La cucina degli angeli”, una commedia di Albert Housson. Ne avevano fatto anche un film, “Non siamo angeli”, con Humphrey Bogart, Peter Ustinov, Aldo Ray. Da quel momento scattò in me la curiosità e la passione per il teatro ... Quando sono al leggio mi concentro, dopo aver ascoltato le spiegazioni e le indicazioni del direttore, sull’anello. Perché un doppiatore lavora a pezzetti, sugli anelli. E ogni anello è come se fosse un minuscolo film. Bisogna osservare come si muove l’attore che devi doppiare, in che situazione è inserito, se c’è o non c’è musica di sottofondo, quale tipo di musica è. E poi si ascolta quello che dice, come lo dice e quali pause fa ... Ogni anello è come se fosse un minuscolo film. E come dicevano i miei maestri: “Un personaggio non sa se è o non è il protagonista”. Quindi è proprio magari un singolo, straordinario, anello che può darti una grande emozione, che può metterti di fronte a delle enormi difficoltà, che ti mette di fronte a una sfida non facile da superare. Così, quando finalmente ottieni il risultato voluto, tu ami quell’anello! ... “Il Gattopardo” è un’emozione che potrei paragonare a una nascita, la mia nascita. Lavorare più di due mesi accanto ad attori straordinari come Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon, Romolo Valli, Paolo Stoppa, e chi più ne ha più ne metta, è qualcosa di indescrivibile. Ecco, questo è un esempio della fortuna che ho avuto: poter vedere, assimilare, rubare segreti da interpreti come quelli. Vi assicuro che vale più di qualsiasi master ... "

DANIELA: Giorgio, ci puo` raccontare qualcosa dei suoi esordi, di come nasce in lei la passione per la recitazione e come e` approdato al mondo del doppiaggio? Ricordiamo che si e` diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” nel 1964, che ha una lunghissima esperienza teatrale e che ha lavorato con registi illustri citiamo  Visconti, Ronconi, Enriquez, Squarzina, Costa … 

 

 

GIORGIO: Credo di aver esordito in un modo comune a molti altri: “spettacolo al liceo”. Forse, andando avanti con gli anni, quello è il ricordo più bello; certo il più vivo. Grazie alla professoressa Zanchi, avevo 16 anni,  mi venne affidato un personaggio, lo zio Giustino Trochard  ne “La cucina degli angeli”, una commedia di Albert Housson. Ne avevano fatto anche un film, “Non siamo angeli”, con Humphrey Bogart, Peter Ustinov, Aldo Ray. Da quel momento scattò in me la curiosità e la passione per il teatro. Mi iscrissi a una scuola di recitazione, il circolo “L’Amicizia” di Firenze. Diretto da Dori Cei, sorella della forse più nota Pina Cei. Purtroppo sono ambedue scomparse. Cominciai a muovere i primi passi sulle tavole del palcoscenico come semi professionista. Feci diversi spettacoli in vernacolo fiorentino. Io sono istriano di nascita e veneto di adozione, ma vivevo a Firenze da qualche anno e i giovani hanno un grande orecchio oltre a un grande desiderio di integrarsi con gli amici e con le ragazze! L’età era quella!  Avevo un discreto successo come attor giovane e Dori mi suggerì di intraprendere seriamente la professione: dovevo andare alla “Silvio D’Amico”. E così feci nel 1961. Fortunatamente venni ammesso al primo colpo. Ho sempre avuto fortuna, ce l’ho ancora adesso. E la fortuna mi aiutò assai all’inizio. Un giovane regista appena diplomato dall’Accademia, Bernardino Malacrida, mi chiamò nel marzo del ’62 a interpretare un personaggio fisso in un programma per ragazzi in alcune puntate: “L’album dei francobolli”, che raccontava l’evoluzione della posta nei secoli. Dalla vittoria dei greci sui persiani ai tempi nostri. Io interpretavo il postino nella Storia. Nell’estate dello stesso anno Luchino Visconti mi scelse assieme a un folto gruppo di giovani attori per partecipare a “Il Gattopardo”. L’emozione fu enorme e ancora adesso se ci penso…..Ho addirittura parlato, ho detto due “battute” in quel grande film. E le rivolgevo alla Cardinale! Mentre frequentavo l’Accademia ogni tanto lavoravo in televisione e in doppiaggio. Appena diplomato venni scritturato dalla RAI come attore televisivo. Una scrittura di tre anni. In quel periodo feci molte commedie e molti sceneggiati.

 
DANIELA: Come attore reinterprete quali performance al leggio ama ricordare e per quale motivo?

 

 

GIORGIO: E’ una risposta difficile per me, molto difficile, e rischia di essere malintesa.

 

 

Primo: non sono un doppiatore di grande livello, come tanti miei straordinari colleghi che hanno avuto modo di confrontarsi con attori eccezionali.

 

Secondo: considero il doppiaggio uno splendido optional del mestiere dell’attore e non una attività a se stante. Perciò prediligo la vita dell’interprete a quella del reinterprete.

 

Quando sono al leggio mi concentro, dopo aver ascoltato le spiegazioni e le indicazioni del direttore, sull’anello. Perché un doppiatore lavora a pezzetti, sugli anelli. E ogni anello è come se fosse un minuscolo film. Bisogna osservare come si muove l’attore che devi doppiare, in che situazione è inserito, se c’è o non c’è musica di sottofondo, quale tipo di musica è. E poi si ascolta quello che dice, come lo dice e quali pause fa.

 

Dicevo che ogni anello è come se fosse un minuscolo film. E come dicevano i miei maestri: “Un personaggio non sa se è o non è il protagonista”. Quindi è proprio magari un singolo, straordinario, anello che può darti una grande emozione, che può metterti di fronte a delle enormi difficoltà, che ti mette di fronte a una sfida non facile da superare. Così, quando finalmente ottieni il risultato voluto, tu ami quell’anello!

 

 
DANIELA: Lei svolge il ruolo anche di direttore di doppiaggio ricordiamo “Dallas” (stagioni 1985-90) ad esempio … quali sono le caratteristiche necessarie per poter considerare un direttore del doppiaggio un buon direttore e cosa un direttore non dovrebbe mai fare a suo giudizio?

 

 

GIORGIO:  Daniela cara, che domanda è?!

 

 

Se io sapessi cosa bisogna fare per diventare un direttore perfetto non sbaglierei mai! E ti assicuro che sbaglio, sbaglio eccome!!

 

Vedi, questo mestiere (l’attore, il doppiatore, il direttore, il dialoghista) è un mestiere senza controprova. Non è mai successo che tu diriga, interpreti, dialoghi un film, telefilm, soap, cartone, che viene contemporaneamente diretto, interpretato, dialogato, da altri. Non c’è possibilità di un vero, reale confronto. Quello che si doppia è affidato a un gruppo di persone, solo a quelle e solo quella volta. Come diceva Eduardo De Filippo,  “gli esami non finiscono mai”, e così è in questo straordinario mestiere. Siamo dei fortunatissimi “co-co-co” che ogni volta vengono licenziati a fine lavoro e ogni volta devono ripartire, dare prova della loro capacità in quel momento di fronte a quel prodotto.

 

Forse una certezza c’è: non bisogna mai tradire lo spirito dell’opera che stai riproponendo in italiano!

 

Naturalmente molto dipende dalle situazioni nelle quali vieni messo per realizzare il doppiaggio di quell’opera. Sappiamo tutti che per fare un buon ragù, una buona pasta e fagioli, bisogna lasciare sul fuoco e far sobbollire. A volte questo tempo non c’è. E allora ti affidi alla “professione”.

 

 

DANIELA: Lei e` anche dialoghista citiamo  “Quando si ama”,  “Acapulco H.E.A.T.”, “Squadra Speciale Cobra 11″,”Happy Days” … qual e` il suo metodo di lavoro? A suo giudizio il fatto di aver svolto o di svolgere il mestiere di attore doppiatore puo` aiutare anche a svolgere al meglio il difficile compito dell`adattatore? Si e` occupato anche della fase di traduzione?

 

 

GIORGIO: Sicuramente svolgere il mestiere del doppiatore e ancora più quello dell’attore aiutano a realizzare meglio i dialoghi. Il dialogo per il doppiaggio viaggia su un supporto cartaceo, ma arriverà allo spettatore come suono, come somma di parole, come emozione espressa e “parlata”. Imparare, con la pratica e con l’esperienza, il valore della parola “detta” è fondamentale per realizzare un dialogo fluido e reale. La traduzione è una traccia, importante sì, ma una traccia sulla quale sovrapporre le parole giuste per riproporre il vero senso nella nostra bella lingua. Bisogna sapersi distaccare dalla traduzione in modo intelligente e adatto al momento. Il susseguirsi delle parole, la loro posizione nella frase, creano significati e intenzioni diverse e la pratica del mestiere dell’attore ti aiuta a esprimere al meglio l’intonazione e l’intenzione della battuta.  Per quanto riguarda la traduzione la uso molto spesso! Traduco personalmente solo quando ho il tempo di far sobbollire!

 

 

DANIELA: Citiamo di seguito alcune affermazioni di nostri utenti in merito al difficile inserimento di giovani desiderosi di svolgere la professione di dialoghista e di traduttore: ” Ho frequentato un Master in Traduzione e Adattamento … a livello lavorativo non mi è servito a nulla … alle società di doppiaggio non importa nulla della formazione degli adattatori, ma piuttosto guardano all’esperienza … “. Spesso utenti ci scrivono cose di questo tipo, anche parlando di scuole accreditate e gestite da professionisti del settore. Le chiediamo come mai e` cosi` difficile creare un ponte tra il mondo della scuola e il mondo del lavoro, realta` purtroppo che si verifica anche dopo il conseguimento di una qualsiasi laurea triennale o specialistica o appartenente al vecchio ordinamento. E` cosi` utopistico  poter svolgere il lavoro per il quale si e` studiato per anni? Qual e` il suo pensiero e cosa proporrebbe ad un aspirante dialoghista o traduttore?

 

 

GIORGIO:  Ho già nominato la parola “fortuna” e mi sono già dichiarato “molto fortunato”. Credo che, complessivamente, nel nostro mestiere, la fortuna abbia un peso fondamentale. Hanno un grande peso gli incontri, le occasioni. Non è un mestiere che richiede la conoscenza approfondita dei codici, come per gli avvocati, la conoscenza approfondita del corpo umano, come per i medici, la conoscenza approfondita della geometria e della matematica, come per gli architetti, ecc. ecc. È un mestiere che chiede fondamentalmente esperienza. Per questo io penso che sia necessaria una buona conoscenza di come vengono usati i materiali cartacei che un dialoghista fornisce. Bisognerebbe, credo, poter seguire un dialoghista professionista sul campo, mentre lavora, mentre elabora il testo che finirà sul leggio. È come lavorare in una antica bottega d’arte, o nella bottega di un restauratore. Si impara vedendo gli altri, copiando gli altri e poi tirando fuori dal cappello a cilindro la propria personalità.

 

 
DANIELA: Durante la sua carriera lei ha lavorato in film di fama mondiale citiamo  “Il Gattopardo”, “Il delitto Matteotti” … che ricordi ha?

 

 

GIORGIO: “Il Gattopardo” è un’emozione che potrei paragonare a una nascita, la mia nascita. Lavorare più di due mesi accanto ad attori straordinari come Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon, Romolo Valli, Paolo Stoppa, e chi più ne ha più ne metta, è qualcosa di indescrivibile. Ecco, questo è un esempio della fortuna che ho avuto: poter vedere, assimilare, rubare segreti da interpreti come quelli. Vi assicuro che vale più di qualsiasi master.

 

 

DANIELA: Tra le esperienze teatrali invece, quali le sono rimaste piu` nell`anima e nel cuore?

 

 

GIORGIO: “L’Orlando Furioso”, per la regia di Luca Ronconi, è in testa a tutti gli spettacoli che ho fatto. E’ stato un’indimenticabile evento teatrale che mi ha fatto conoscere il pubblico di tutta Europa o quasi e che mi ha portato, per la prima volta, nel 1969, in quella fantastica città che è New York. Il contatto, quasi fisico, con il pubblico che si mescolava con l’azione teatrale mi ha dato la possibilità di arricchire enormemente il mio bagaglio professionale.

 

DANIELA: Tanti sceneggiati, tanta televisione ma anche tanta radio. Quali emozioni si distinguono in un attore che recita per la radio , in uno sceneggiato radiofonico, rispetto alle emozioni che si provano davanti al leggio e rispetto alle emozioni che si possono provare sul set durante il ciak di uno sceneggiato televisivo o fiction per usare un termine anglosassone? 

 

 

GIORGIO: Le emozioni sono, e dovrebbero essere, sempre le stesse! Per fare bene qualcosa la concentrazione e il coinvolgimento devono essere massimi. E, visto che come ho già detto “un personaggio non sa se è o non è il protagonista”, l’emozione che ne consegue è sempre al massimo.

 

Poi, è evidente che questo non sempre succede. Ma non dipende da cosa stai facendo bensì dalle condizioni in cui sei stato messo per farla.

 

DANIELA: Cosa si aspetta dal futuro, cosa sogna ancora per se stesso, sia come uomo sia come artista?

 

 

GIORGIO: Di invecchiare bene, come mi sta succedendo. Di vedere il successo di mio figlio Tommaso (Tommi) nella carriera che ha intrapreso, compone musica elettronica ed è titolare di una etichetta discografica, la Pixan Recordings.

E, ti dirò la verità, perché non “Hollywood”? Tutto può succedere in questo meraviglioso mestiere che ho intrapreso quasi cinquant’anni fa!

 

Un caro saluto a tutti.

                     

                               Giorgio Favretto 

 

Ringraziamo Giorgio Favretto per la sua grande disponibilità. Si ringrazia inoltre Gianni Pinotti per averci fornito il contatto senza il quale questa intervista non sarebbe stata possibile. Nella foto in alto Giorgio Favretto, immagine scattata dal figlio e gentilmente concessa per superEva Dada.net