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Leila Lazzaro - Straordinaria artista del Secolo Novecento

Nel primo ventennio del secolo ventesimo, in quella che è stata per secoli la “patria dell’arte”, nacque una persona dotata di eccezionali qualità artistiche, che a sua volta proveniva da un’intera dinastia di pittori, i quali tramandarono in lei le loro straordinarie doti artistiche: il suo nome è Leila Lazzaro. Già a partire dal suo nome, «Leila», si intuisce un temperamento personale e femminile; il cognome «Lazzaro», appare serio, tradizionale, solenne; «Leila Lazzaro» suggerisce una personalità solare, eccentrica ed autoritaria, femminile e romantica; in altre parole, unica nel suo genere ... a cura di MARIO VERGER

 

Quando il Commendator Blasetti veniva alle sue mostre, con fare deciso, ordinava «questo, quello e quell’altro», indicando in un sol colpo i quadri di Leila che voleva per sé. Blasetti era un estimatore della pittura di Lazzaro e della sua estroversa personalità al punto da volerla, ancora ragazza, come attrice ne «La cena delle beffe». Suo fratello, Walter Lazzaro, negli anni ‘30 e ‘40 ebbe un enorme successo nella pittura italiana del Novecento, divenendo, durante la guerra, per le giovani ragazze un divo del cinematografo poiché scelto, vista la somiglianza – e sembra fatale per la sua straordinaria bravura – nel ruolo di protagonista per la parte di Raffaello Sanzio accanto a Lyda Baarova nel film di Enrico Guazzoni, «La fornarina» (1942).

Recitò sempre in quegli anni con attori quali Michèle Morgan e il grande Michel Simon. Nel 1942 Lazzaro aveva già partecipato a dodici film fino a raggiungere ben trentanove presenze. Fu una delle prestanti figure ne «La cena delle beffe», accanto ad Amedeo Nazzari che rese famoso il seno nudo di Clara Calamai. Per il suo fisico da gladiatore venne scelto per recitare accanto a Primo Carnera ne «La corona di ferro», un grande film per quei tempi diretto da Alessandro Blasetti. La guerra interruppe definitivamente la sua carriera di attore. Fu chiamato alle armi, come tenente dei granatieri. Dopo l’8 settembre 1943 venne rinchiuso in un campo di prigionia a Biala Podlanska, in Polonia.


 


Tornato in Italia, Walter Lazzaro ebbe un vero e proprio ‘boom’, che gli valse la notorietà anche come attore e l’invidia di molti che vedevano le figure degli artisti in genere come “brutti, poveri e sfortunati”. Lazzaro, al contrario, che era dotato di uno straordinario talento per l’arte divenendo uno dei maggiori pittori tenuti in considerazione da Giorgio De Chirico e Carlo Carrà, come aveva una grande predisposizione per il cinema e per il teatro al punto da interpretare diverse pellicole e opere teatrali in pieno conflitto bellico.


 


Giovane docente all’Accademia di Belle Arti, fu inoltre lui a portare una sua allieva a Cinecittà, che divenne famosa col nome di Gina Lollobrigida.

 


Walter e Leila Lazzaro, le cui vicende familiari ed artistiche si intrecciano, provenivano da un’intera e straordinaria ‘dinastia’ di pittori.


 


La giovane Leila frequentò il Liceo Artistico di via Ripetta, con suo fratello, più grande di lei di dieci anni, docente nello stesso istituto, ed ebbe come insegnanti per Ornato Marcello Avenali, per Figura Virgilio Guzzi e per Architettura Libero De Libero; docenti, già allora, meno estrosi dell’allieva dai quali ebbe senz’altro poco da imparare, se non da Avenali che gli insegnò la tecnica dell’acquerello.


 


La giovanissima Leila, con uno stile tutto suo, venne notata da un personaggio poliedrico qual’era l’abruzzese Nicola Ciarletta, che volle tenerla a battesimo nella nota “Vetrina” di Tanino Chiurazzi, il noto atelier dell’Arte Contemporanea, all’epoca all’avanguardia.
Lo stile di Leila, straordinario e riconoscibilissimo, si nutriva di tutte quelle conoscenze della difficile grammatica del linguaggio della pittura, corroborate da una personalissima vena individualista e spregiudicata.


 


Enzo Nasso, in seguito artista di rilievo e produttore di cortometraggi sperimentali, all’epoca direttore di terza pagina del Giornale della Sera e fautore del gruppo di artisti d’avanguardia come Forma Uno, notò le eccellenti qualità nella giovane artista, curandone la presentazione in catalogo in una delle sue prime personali, allestita mezzo secolo fa nella galleria ‘Il Pincio’. L’ottantenne Nasso, scomparso da qualche anno, la ricordava come «una donna alta, elegante, dotata di un suo personalissimo stile, che non seguiva alcuna ‘scuola’ o corrente, dalle atmosfere talvolta trasognate e talvolta spesse e ‘fumose’, alla Joyce».


 


Leila Lazzaro, dal carattere estroso e individualista, da un lato aperto e geniale e dall’altro riservato e schivo, non cercò mai, al contrario di molti desiderosi di successo, di mettere in mostra le sue eccezionali qualità pittoriche. Al contrario di sedicenti artisti per i quali l’espressione artistica era un mezzo per raggiungere la mondanità, per Leila l’Arte equivalse ad un fatto privato, intimo, religioso oseremmo dire; l’Arte è stata per lei un dovere morale, una vera e propria ragione di vita: alla luce delle sue opere appaiono ingannevoli e fasulle certe performance di molti artisti i quali fecero proprio il motto Arte-Vita, all’interno di certi happening di dubbio gusto.


 


Per Leila l’arte e la vita sono state veramente un tutt’uno, in quanto la vita è basata su l’amore e l’amore «non era altro che una circoscritta parte di Arte che l’equilibrio dell’Universo elargiva ai poveri di spirito», come aveva detto lei stessa a vent’anni ad un amico scrittore in una birreria in via della Croce a Roma; l’Arte è stata per lei un dovere, prima di ogni altra cosa, secondo i molti critici che ne hanno seguito il percorso; una missione aggiungeremmo, senza riserve.


 


Lo stile è figurativo ma non fotografico, non da cartolina, non da ritratto. In Leila la figura e il vero, tanto difficili da riprodurre persino per certi artisti più bravi, sono in lei ‘conoscenze naturali’. L’invenzione, l’astrazione, l’interpretazione, sono sempre presenti nei suoi quadri: Lazzaro è un’osservatrice che vede il carattere umano iscritto nelle fattezze partendo da un’acuta indagine fisionomica che la porta ad esprimere, attraverso un vigore virile, nelle forme e nei colori, quelle caratteristiche psicologiche rese stigmate impresse, mettendo a nudo gli aspetti più intimi del carattere di ognuno di noi. Violenta di temperamento, dinamica nelle forme, decise, anguste, sempre eccezionalmente ed intuitivamente equilibrate nell’estetica, Leila Lazzaro è stata una straordinaria conoscitrice dell’“Arte”. Non solo avvalendosi di un disegno figurativo classico ma estremamente ricco, spontaneo, entusiasta e spesso, per accentuare meglio la definizione dell’armonia delle forme, accompagnandole con una pennellata “grossa”, materica, massiccia, nutrita di colore, persino geometrizzata, nel suo morbido insieme vibrante di toni puri e vivi, spontanei ed aggressivi da un lato, dall’altro calibrati e secondo una rigorosissima quasi alchemica “scienza dell’arte”.


 


Dotata d’intuito e di un eccezionale senso compositivo, anche nella scelta delle inquadrature, Leila si è rivelata sganciata da formule d’ogni genere e sterili accademismi: vedute trasversali, ‘tagli’ simili – nel cinema - ai ‘piani americani’, ricchi d’estro e di una invenzione pirotecnica senza eguali.

 

 

«…Il piacere di risolvere uno scorcio o una forma chiusa, mitiga la violenza espressiva del segno che invece si accentua nelle figure umane, rivelando appieno il temperamento dell’artista e le sue preferenze stilistiche», aveva scritto Jacopo Recupero poco prima di dedicarsi alla regia di documentari per la Corona Cinematografica. Un altro aspetto da sottolineare e che spesso è assente nei pittori figurativi del Novecento è il pathos e l’emozione che comunicano le sue opere. Il colore, sempre più o meno tonale, non segue preferenze specifiche: Leila ne conosce capacità di accostamento e valenza pittorica; non esistono gamme preferite; spesso predilige un singolarissimo vivace rosso scuro tendente al viola: un colore molto strano, piuttosto bruno, che dona un’atmosfera ricorrente in tutti le sue opere: né sanguigno come il rosso né cupo come il viola, difficile da spiegare se non forse per una sintonia col suo carattere ricco di brio e di passionalità esprimenti simultaneamente una gioia vagamente intrisa di malinconia.

 


Un’altra caratteristica da sottolineare e che spesso la videro associata a un certo surrealismo metafisico è un’atmosfera trasognata e al tempo stesso vagamente inquietante che permane nei suoi quadri; accanto alla solarità di alcune sue opere emerge in altre un lato ‘lunatico’: un atmosfera crepuscolare, languida, estatica, spesso velatamente traboccante di un romanticismo sensuale ed inquieto, di un lirismo penetrante sempre ricco di  signorilità, il quale ne rivela il lato spregiudicato e anticonformista ma ugualmente pieno di accenti romantici.

 

 

La bravura dei Lazzaro non poteva sfuggire al continente che più di tutti esprime il valore umano rapportato in valore di dollari: l’America. Negli anni  ‘50 vennero chiamati negli Stati Uniti a compiere imponenti affreschi nelle più importanti chiese di Chicago, Burlington, Detroit, Phoenix, Cedar Lake, Lake Geneva e, rientrata in Italia, l’intera famiglia si dedicò ai colossali affreschi nella Chiesa di Giacomo Della Porta alle Tre Fontane a Roma, raffiguranti il martirio dell’apostolo S. Paolo; affreschi classici, di straordinaria fattura, sotto la guida dell’anziano genitore Ermilio Lazzaro, notissimo restauratore dell’epoca il quale affidò la difficile cupola a Walter e l’enorme parte centrale alla giovane figlia Leila, nella quale non mancò di mettervi, con un po’ di ironia e amore della vita quotidiana una singolarissima interpretazione, raffigurando Maria, Maria di Magdala e Maria di Cleofa, rispettivamente col proprio volto e quelli di sua madre e di sua zia.

 

 

Parlando dell’importanza che la vide protagonista della scena del Secondo Dopoguerra, Leila Lazzaro non poté che entrare in contatto con un personaggio che l’Italia la conobbe bene: Giulio Andreotti, allora Ministro, e con il suo braccio destro Franco Evangelisti del quale divenne Capo Ufficio Stampa, dirigendo l’Ufficio Arti Figurative che si occupava delle più importanti mostre estese nel territorio nazionale, compresa la Quadriennale di Roma. L’intera famiglia fece, inoltre, un’imponente Mostra al Palazzo delle Esposizioni, ed intere pagine di quotidiani e riviste dedicarono ampi articoli alla «Dinastia Lazzaro». Leila, per oltre un decennio stette dietro le quinte fra pittori famosi che aveva conosciuto fin da ragazzina dedicando loro i suoi sforzi, fin quando, per il suo carattere inquieto ed individualista, lasciò senza rimpianti il suo Ufficio all’Eur, che l’aveva vista per molti anni manager e organizzatrice nell’ambito che tanta amava accanto a quello che sarebbe diventato il protagonista più importante e discusso della politica italiana dal dopoguerra ad oggi: Giulio Andreotti da poco nominato Capo del Governo.


Giuseppe Selvaggi, giornalista parlamentare, poeta e critico d’arte, che seguì l’artista sin dagli inizi, dichiarò, «Nella pittura italiana del Secondo Novecento, Leila Lazzaro è stata la prima, comunque tra i primi, a coniugare la Scuola Romana con la riscoperta postbellica degli impressionisti e dintorni. Questo elaborando una pittura tutta sua, luminosa di invenzione, concentrata di esperienze».


Leila tornò così a proseguire il suo cammino in un secolo che cominciava a starle stretto: era giunto il ’68.


Apprezzata da Giorgio De Chirico e stimata da Raphael Mafai, spesso durante i week-end andava a dipingere con Cascella o la potevamo trovare coi suoi album di viaggio in vacanza all’isola di Vulcano, dirimpetto alle Isole Eolie, incontrando amici e conoscenti quali Dacia Maraini, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini.

 

Era giunto il ‘68; il «suo ‘68» anche; ancora una volta in una personale allestita alla Galleria ‘Il Cavalletto’ Leila parlò del ‘suo’ 68, l’epoca cioè della contestazione, specificando la sua personale volontà di non seguire ‘mode’ e correnti ma di continuare ad essere se stessa; ‘surrealismo’, ‘impressionismo’, ‘fauvismo’, ‘scuola romana’, tutti “ismi” che la volevano incastonare in un’epoca: Leila Lazzaro ha voluto perseguire esclusivamente la sua strada poiché l’arte - come l’eterno - non ha inizio né fine.

 

 ARTICOLO A CURA DI MARIO VERGER

 

Per le immagini presenti nella Photogallery ( inerenti a Leila Lazzaro ) allegata si ringrazia Mario Verger