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Digi racconta Disney

Ha 81 anni e vive a Roma. Cartoonist di vecchia data, ha iniziato nel 1958 a realizzare le scenografie per i primi documentari animati per la Corona cinematografica: in seguito dopo esser stato assunto alla Incom, ha fondato un proprio studio di animazione, la Di.Gi International ... articolo a cura di Mario Verger

Nel 1975 ha creato i personaggi e sceneggiato il lungometraggio animato, Viva D’Artagnan per la regia di John Halas, ha firmato il cortometraggio de Le favole europee, An… nghi…ngò, e diverse sigle Rai, fra le quali, quella di Buonasera con… Tino Scotti e Bianco, Rosso e Verdone con un giovanissimo Carlo Verdone. Inoltre, per il leggendario programma Super Gulp!, Di Girolamo ha realizzato gli episodi di Sturmtruppen per Bonvi e Lupo Alberto per Silver.

Assieme a Guido Vanzetti ha realizzato il primo esempio di animazione al computer, intitolato Angelo Musco. E poi in seguito decine di filmati, sigle, partecipando perfino a diversi lungometraggi animati.
Di Girolamo ha fondato una scuola, la Cartoon School, da cui sono usciti allievi quali, Marco Cinello e Emanuela Cozzi, poi passati all’estero a lavorare nientemeno con Spielberg, come non da meno l’ultima Maria Teresa Scarponi, andata a lavorare alla DreamWorks.

A quasi 82 anni Paolo Di Girolamo racconta i suoi inizi quando fu scelto come animatore per lavorare alla Disney… ma lui preferì rimanere in Italia…

Nel 1944, in compagnia del fratello Vittorio frequentavano le truppe americane di stanza all’ex foro Mussolini.

” Io Paolo facevo l’interprete e mio fratello Vittorio che realizzava i ritratti dei soldati e graduati americani con la tecnica della matita (di varie gradazioni) tipo incisione (con intrecci di tratto sempre più fitti). Il prezzo era di 1 dollaro a ritratto. Poi poteva salire a 1 dollaro e 50 cents se i militari semplici volevano che apparissero anche i gradi (che non avevano). Poi, infine, c’erano militari di colore che chiedevano di divenire bianchi (ossia con la stessa tecnica di chiaro – scuro usata per i soldati bianchi). Prezzo 2 dollari.
Alcuni ci pagavano in am-lire (American lire) (veri e propri pezzi di cartaccia che non reggeva all’uso continuo delle mani). Altri, ed erano i più graditi, ci davano barattoli di “Meat & Sausage” oppure (ed era lo sbando!” barattolini da 1 kg di carne di porco macinata. Altri ancora sigarette, cioccolata e giù di lì.
E poi alla fine della “giornata lavorativa si ritornava a casa passando per il mercato dove si comprava della frutta. Un giorno tornammo a casa con degli enormi grappoli d’uva. Era naturalmente l’autunno. In quei giorni, una o due volte a settimana, un Monsignore americano veniva a trovarci giusto all’ora di pranzo.
Monsignor “Winter Baungarten” parlava bene italiano e quando arrivava (ore 13,00) strofinandosi le mani declamava la frase rimasta storica.
“Cosa state combinando? Niente?”
Al che chi arrivava alla porta (ed ero quasi sempre io) avvisava mamma: “Maa! C’è Monsignore”.
“Va bene fallo entrare!” E lui felice si sedeva al nostro desco assaporando piatti di spaghetti o di altra pasta con sughi nati dalla capacità incredibile di mamma Elvira di creare sempre cose nuove inventate li per li.
Passò il 1944 e col 1945 avvennero tante cose che interferirono nella vita di tutta la famiglia.
Mio nonno Armando (“gerundio” del verbo armare!” Come usava dirci con sottintesi abbastanza chiari) conosceva il signor Zappi – direttore del “Giornalino nuovo”, Einaudi Editore – Sede Piazza Colonna di lato all’ingresso della galleria, ora denominata “Galleria Alberto Sordi”.
Questo signore sembrava la personificazione del personaggio chiave dell’opera “Mefistofele”. Zoppicava e si reggeva con un bastone elegante da passeggio; capelli neri e barbetta a punta nera appena brizzolati, molto elegante e con degli occhiali, se mi ricordo bene, cerchiati di nero.
Mio nonno mi presentò al suo conoscente che molto cordialmente mi mise in contatto con il direttore del giornalino: Luigi Roveri; un omone gigantesco, dal vocione rimbombante che subito mi affidò un soggetto da illustrare a fumetto in dieci pagine. Prezzo: £ 1000 a pagina!!
Una somma alta per quell’epoca. La storia che dovevo illustrare era ispirata a una leggenda giapponese medievale. Non stavo più nella pelle e da allora divenni un assiduo frequentatore del museo missionario di S. Giovanni in Laterano: Sala Giapponese!!
Rimasi ammaliato dalle armature bellissime e dai costumi maschili e femminili, nonché dagli oggetti, mobiletti e paraventi, lampade ed armi. Soprattutto dagli elmi dei samurai di acciaio, con ornamenti che li facevano assomigliare a teste di draghi o figure mostruose, appositamente fatti per terrorizzare i nemici.
Naturalmente continuavo con passione il fumetto che aveva per titolo: “Tarò” (Il nome del ragazzo protagonista) e misi a fruttare tutti gli appunti e gli schizzi che avevo fatto durante le mie numerose visite al museo missionario lateranense.
La tecnica usata era quella a inchiostro di china, disegnata con pennini sottilissimi che intingevo in una bottiglietta di inchiostro “Pelikan”. I pennini più quotati erano i “Perry”, inglesi e di acciaio brunito (color canna di fucile).
Ancora oggi ho con me un quadretto realizzato per quel fumetto che ho evidentemente salvato perché rifatto da capo nella pagina per qualche ragione di montaggio. Era l’epoca in cui Benito Jacovitti andava per la maggiore con le sue splendide tavole sul Vittorioso, e la voglia di stare alla pari con la sua tecnica mi aveva spinto a una meticolosità mai raggiunta nel futuro della mia professione. Quindi: Università e lavoro a casa, sul tavolone stile rinascimento che troneggiava nella grande camera da pranzo.
Comunque tutto andava avanti al meglio possibile quando un giorno…..

* * * * *

Un giorno, naturalmente all’ora di pranzo qualcuno suonò alla porta d’ingresso.
Corsi ad aprire e nello spazio della porta aperta nella penombra del pianerottolo (la casa era al 6° piano senza ascensore) un’alta figura, nera nel suo abito talare nuovo di zecca, col cappello classico in testa mi interpellò tutta sorridente: “Cosa state combinando? Niente?”
Una esclamazione allegra e stupefatta: “Monsignor Winter!” “Mamma, c’è qualcuno!!” Mia madre borbottò: “Ma chi è, a quest’ora, ma chi… Monsignore, come sta? E’ tanto tempo che era sparito!! Entri, entri!! Sta a pranzo con noi!” Inutile dirlo Monsignore accettò e visto che eravamo quasi tutti presenti ci chiese: “Non notate niente?” e si tolse lentamente con fare trionfante il cappello. Notammo che non aveva più la “Natta” sul cranio abbondantemente pelato; al che tutti allegri noi ragazzi esclamammo: “Non ci ha più il bozzo in testa!” (Per quella ragione ci dicevamo sottecchi che ricordava “Fortunello”, personaggio del “Corriere dei Piccoli” che aveva nello stesso punto un barattolo di fagioli). Monsignore si era “inciccito” e la sua tonaca era nuova, anche il suo cappello e le scarpe pure.
Si era ricordato di noi e stava per ritornare in America. Erano finiti i tempi in cui nostra madre cercava di aggiustargli la tonaca lisa!
Finito il pranzo ci raccontò che essendosi presentato all’autorità americana era stato riconosciuto (mi immagino) cittadino a tutti gli effetti con diritto di rimpatrio.
All’epoca ambasciatore USA in Italia era la Signora Clara Both Luce” moglie del proprietario della rivista “Life” – Donna bella, colta e…cattolica. Per cui mi immagino (col senno di poi) che Mons. Winter avesse libero accesso all’Ambasciata che allora si installò nel palazzo Margherita, Angolo Via Veneto.
Il Consolato era invece in Via Buon Compagni che costeggiava il palazzo stesso.
Dunque, finito il pranzo, si informò di ciò che facevamo. Babbo come artista pittore, Vittorio e Claudio diplomandi al Liceo Artistico ed io, ormai all’Università, che disegnavo fumetti.
E qui comincia la serie delle mie rinunce a un futuro professionale che non avrei mai immaginato.
Monsignore volle guardare le tavole già terminate e quelle in lavorazione. Dopo un po’, se ben ricordo, si informò di quanto mi pagassero per questo lavoro minuzioso e ricco di fantasia.
Detta la cifra rimase di stucco e mi disse che in America sarebbero state pagate molto di più e che lui mi avrebbe fatto andare in America a lavorare.
Al che forse nacque una discussione tra lui e mia madre del tipo: “Macche’ America! La guerra è finita e si deve pensare a rifarsi una vita e non pensare ai sogni!” Non ricordo esattamente quale discussione nacque al riguardo; ma ricordo esattamente che Monsignor Winter si alzò e tutto arrabbiato urlò: “A vostro marcio dispetto vi farò diventare milionari!” E messosi il cappello in testa uscì di casa e scese i sei piani per andarsene per sempre dalla nostra vita!
Terminai le 10 tavole di fumetto e le consegnai al direttore, piacquero moltissimo, mi pagarono con la promessa di altre collaborazioni. Ma, fu la prima di una lunga serie di promesse mai mantenute.
Avevo 18 anni! Continuai l’Università dopo il primo esame dove, avendo cortesemente contestato al Prof. Almagià che la sua domanda non riguardava il testo ma una nota del libro su cui mi ero preparato, si arrabbiò cacciandomi con una frase che suonò ad offesa e che pressappoco suonò così “Questi pivelli che vengono dal liceo pretendono di dare lezione ai professori dell’Università”.
A casa non dissi niente, anche perché dovevo ancora fare l’esame di cartografia che era, diciamo, il 50% dell’intera materia da studiare.
Quando uscirono i quadri andai pieno di brutti presentimenti a leggere le votazioni…..il cuore a 100 all’ora…..meno male, ammesso con 19/30!! Evidentemente un 23/30 mi aveva salvato dal 17/30 che mi avevano affibbiato al primo esame di geografia.
Da quel giorno decisi di non dedicare più di tre o quattro mesi allo studio di una materia da portare all’esame.
E così presi 28/30 nell’esame biennale della storia dell’arte medievale fino a Giotto – Prof. Lionello Venturi.
28/30 in paletnologia con il Professore di cui non ricordo il nome ma che era in compagnia di massimo Pallottino, il più grande etruscologo allora vivente.
Pallottino, vista l’ora tarda, le 20.00, e la evidente stanchezza del collega che stava esaminando dalle 8.00 del mattino, si offrì di interrogarmi. Stanco ma soddisfatto tornai a casa credo alle 10.00 circa di notte.
Dall’Università: la circolare rossa, la circolare (tranvia) nera, il 37 e poi a piedi Via Sabotino 31/E sei piani a piedi fino a casa.
Naturalmente grande festa e relativo fiasco di Chianti! Si tirava avanti più o meno; babbo aveva qualche lavoretto che però non bastava.
Torno al 1945. Una data questa che mi ha dato l’illusione prima e la certezza poi, che la mia vita si sarebbe svolta su binari diversi da quelli pensati secondo una logica razionale.
La mia vita professionale ha avuto degli input mai cercati, e degli arresti mai paventati ma accaduti.
Studiavo per l’Università e ogni tanto schizzavo qualche “Pupazzo” così, tanto per non perdere la mano.
Dopo la tempestosa visita di Mons. Winter Baumgarten, che sapevamo di ritorno in patria, non accadde nulla che facesse presagire un improvviso cambio di rotta nella mia vita di studente e di “fan” del fumetto.
Se ben ricordo mi arrivò un invito a presentarmi al consolato nord americano per comunicazioni che mi riguardavano. In casa ci fu un po’ di confusione. Mia madre, (Ah! Le mamme e le loro antenne!) non disse nulla, ma si vedeva, lontano un miglio, che sospettava qualcosa.
Mio padre non si immischiò, mi lasciò libero di fare quello che volevo – i miei fratelli entrarono in fibrillazione.
Bene. Il giorno dopo, vestito col mio completo di giacca e calzoni alla zuava, con i sandali “uso sahariano” ai piedi mi avviai verso Via Buon Compagni. Tram, filobus ed eccomi abbastanza puntuale all’indirizzo del consolato americano.
C’era all’ingresso un po’ di gente che passava uno ad uno o due a due dietro la chiamata di un “MP” (Militar Police) alto e muscoloso. Io mi presentai con la lettera del consolato che mi convocava. L’ “MP” la prese, la lesse e mi fece cenno di passare. Le persone che aspettavano fuori mi guardarono sorprese e credo anche un poco “astiose”; sempre con la lettera in mano salii alcuni gradini e fui fermato da un altro “MP” che stava dinanzi ad una grande porta chiusa. Entrò ed io attesi fuori. Dopo un po’ riuscì e mi fece cenno di passare; entrai e mi trovai in un enorme salone dove in fondo, dietro un gran tavolo era seduta una signora piuttosto piacente che mi fece cenno di avvicinarmi. Mi fece sedere e, senza tanti preamboli mi comunicò che avevano avuto i miei dati da una persona che mi conosceva sia come cittadino che come artista. Sicuramente era stato il caro Monsignore.
Andò per le spicce. Dovevo portare il più presto possibile dei campioni di disegni, fumetti, personaggi da inviare alla Disney in America. Una volta esaminati avrei avuto una risposta circa l’opinione di Walt Disney sulla loro qualità. Mi disse che dovevo sbrigarmi perché i tempi si facevano corti.
Tornai a casa con la testa nel pallone. Un po’ per la felicità e un po’ per il timore che ciò che avessi inviato fosse al di sotto della qualità richiesta.
A casa solo l’entusiasmo dei miei fratelli. Ci chiamavano i “Tre moschettieri”, e in questo caso valeva il famoso: “Uno per tutti, tutti per uno”.
Radunati i miei disegni più degni, nonché alcuni di Tarò, li portai alla “console” americana. Li prese, li guardò con curiosità e mi fece i complimenti. Parlava italiano correttamente e mi disse che si sarebbe fatta viva.
Passarono i girni e sembrava che tutto si sarebbe risolto così, quando “un bel dì vedremo…levarsi un fil di fumo!”
Arrivò un telegramma che mi convocava d’urgenza al consolato. Figurarsi!! Decisi che sarei andato subito anche se avvertivo un leggero disappunto da parte di mamma.
Andai di corsa al consolato. Mostrato il telegramma all’ (MP) mi fece entrare subito mentre parecchie persone che stavano in fila mi guardavano sospettosamente.
Stessa trafila della volta precedente ed entrai nell’ufficio della “console” con un batticuore da immaginarsi.
L’incontro fu cordialissimo e mi fu riferito che la Disney aveva dato parere favorevole, quindi mi offriva di andare in California dove mi aspettava un contratto per 10 anni. Alla mia perplessità aggiunse che dopo 2 anni di residenza potevo farmi raggiungere dalla famiglia. Babbo, mamma e i miei fratelli – la residenza definitiva per tutti.
Ero stralunato. Tornai a casa quasi in trans, ma con l’impressione che qualcosa sarebbe accaduto.
Babbo infatti non parlò, mamma invece prima non disse nulla, poi per quello che ricordo, obiettò con veemenza che dopo aver superato la guerra ed essere rimasti tutti uniti io me ne andavo in America dove la società era piena di problemi nelle famiglie che si dividevano e chissà cosa avrei incontrato, non preparato ad affrontare un mondo così differente.
Insomma, alla base del problema, c’era il timore di una madre di perdere un figlio e questo le procurava un dolore così intenso da non farla ragionare.
E’ vero che i miei 17 quasi 18 anni all’epoca erano pochi, considerando che la maggiore età era a 21 anni!
Tornando all’offerta della Disney io lasciai che le cose finissero così; ma da parte del consolato ci fu una telefonata abbastanza perentoria – erano passati parecchi giorni ed io non mi ero più fatto vivo.
Pieno di tristezza e stanco di tutto il “casino” che era sorto in coda a questa offerta, andai al consolato.
Solita trafila di (MP) e finalmente entrai col cuore sotto le scarpe. Avrei voluto che non mi si mettesse al muro con le mie responsabilità personali.
La “console” non era affatto di buon umore; potevo capirlo, in fondo avevo, diciamo, disprezzato questa offerta per un avvenire professionale unico all’epoca e credo anche per gli anni che sarebbero seguiti.
Non sapevo cosa dire e quando mi fece osservare che Disney in persona aveva voluto dare un futuro a undici giovani talenti europei appartenenti a undici nazioni coinvolte dalla guerra e dalle distruzioni e lutti che ne erano seguiti, io ero il talento italiano che lui aveva accettato di aiutare; io l’unico talento italiano a cui era stata offerta questa opportunità.
Io non sapevo cosa rispondere; non volli riferire di quello che era accaduto a casa mia e cercai una scappatoia: chiesi, dandomi una certa aria da professionista, se quando avessi accettato l’offerta, avrei sempre potuto firmare la mia produzione di disegni.
Evidentemente non avevo capito nulla sulle regole di una maxi produzione e di cartone animato perciò il chiedere se ciò che avessi prodotto andava con la mia firma oppure con quella di Walt Disney avrebbe certamente cancellato la proposta definitivamente.
La “console” piuttosto irritata mi salutò e dal momento di uscire dal suo ufficio mi resi conto del crollo dei miei sogni di fare “Walt Disney” da grande, come giurato con Vittorio mio fratello e grande disegnatore di favole, dopo aver visto due volte di seguito “Biancaneve e i sette nani”.

P.S.: I nomi citati nel testo sono il risultato di un ricordo fonetico.

MARIO VERGER