L'antigiudaismo pagano nelle società antiche

Il male assoluto dell'antisemitsmo ha radici antiche

Antigiudaismo paganoVi sono tasti molto delicati da toccare, e uno di questi è l’antigiudaismo, in tempi più recenti diventato il triste e letale fenomeno dell’antisemitismo.
Non si deve credere che il problema sia recente, ha radici antiche, e questa intolerante infezione dello spirito umano era presente anche nelle antiche società pagane. Ecco un archivio di fatti chiari e inoppugnabili, che dimostra ad libitum l’insidiosità e la pervasività di questo fenomeno storico-sociale di intolleranza discriminatoria verso i diversi, che non esonera neppure il paganesimo antico da un pegno piuttosto esecrabile e inaccettabile, sotto qualunque punto di vista lo si giudichi.

Antigiudaismo pagano
L’ostilità verso gli ebrei in Egitto
Il lavoro recentemente tradotto in italiano di Peter Schäfer (Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico. Autore, EURO 20,40. 312 p., 1999. Editore Carocci) consente di farsi un’idea assai articolata dell’antigiudaismo antico. Sulla scorta delle sue analisi possiamo rintracciare la primissima manifestazione di antisemitismo in Egitto, precisamente nella distruzione del tempio appartenente alla colonia militare ebraica nell’isola di Elefantina (nei presi di Assuan): qui gli ebrei sarebbero stati presi di mira dal nazionalismo egiziano in quanto colpevoli di avere parteggiato per i persiani fin dall’epoca in cui avevano conquistato l’Egitto nel 525 a. C. Ma l’episodio, databile all’incirca al 410 a. C. e attestato da ritrovamente papiracei, è troppo sfuggente per poterne ricavare sicure conclusioni.

Ben più sicure le notizie a noi giunte circa le manifestazioni di odio antigiudaico che, sempre in Egitto, ebbero come teatro la città di Alessandria, dove lo stesso fondatore Alessandro Magno aveva favorito l’insediamento di una fiorente comunità giudaica. Un primo motivo di impopolarità presso la popolazione greca ed egiziana ivi residente gli ebrei dovevano averlo creato aiutando Cesare nella sua campagna del 48-47 a. C.

Ma la situazione divenne esplosiva nel 38 d. C. per la concorrenza di elementi molteplici: l’ascesa all’impero di Caligola con la sua ossessione del culto dell’immagine dell’imperatore; la visita ad Alessandria del re giudaico Agrippa I, che aveva provocato irrequietezza nella popolazione, e, infine, la presenza di un governatore come Avillio Flacco che, oltre a emanare provvedimenti discriminatori, aveva tollerato o istigato violenze antiebraiche.

Dal filosofo ebreo-alessandrino Filone, che nel 40 d. C. capeggiò la delegazione giudaica inviata a Roma presso Caligola per comporre il persistente dissidio con la popolazione pagana (rappresentata nella legazione da Apione), sappiamo non solo di provvedimenti discriminatori come la privazione di diritti, l’autorizzazione a saccheggiare case e botteghe degli ebrei, la creazione di una sorta di ghetto nel quartiere “Delta”, ma anche di un vero e proprio eccidio di massa. Si suole infatti chiamare pogrom, con un termine russo che significa “distruzione” (delle minoranze ebraiche nella Russia zarista nel quarantennio a cavallo tra Ottocento e Novecento), l’eccidio di ebrei compiuto dai greci di Alessandria:

“Non appena quell’accozzaglia di gente sediziosa che è il popolaccio di Alessandria ebbe sentore del fatto [l’ostilità di Caligola per il rifiuto opposto dagli ebrei alle sue pretese di essere venerato come un dio], pensò fosse venuto il momento giusto per attaccarci e diede libero sfogo all’odio che covava da tempo, diffondendo ovunque il caos e lo scompiglio. […] Presero d’assalto le nostre case e ne cacciarono i padroni, lasciandole disabitate. Non avevano più bisogno di attendere le tenebre della notte per rubare suppellettili e oggetti preziosi, come fanno i ladri per paura di essere arrestati, ma li portavano fuori apertamente, alla luce del sole, e li facevano vedere ai passanti, come chi ha avuto un’eredità o ha comperato della roba dai legittimi proprietari. […]

Eppure il disastro finiva per apparire lieve in confronto a quanto stiamo per dire. Essi spinsero fuori dalla città decine di migliaia di uomini donne bambini e li richiusero in uno spazio ristrettissimo, come branchi di bestie in un recinto, pensando che entro pochi giorni avrebbero trovato cataste di cadaveri, perché gli ebrei sarebbero morti d’inedia per mancanza dello stretto indispensabile. […]

Un gruppo dei fannulloni o perditempo abituali avevano accerchiato gli ebrei sbattuti e rinserrati, come dicevo, entro un piccolo spazio nella parte estrema della città, e stavano seduti lì a sorvegliarli, quasi fossero in stato d’assedio, perché nessuno riuscisse a fuggire senza essere visto […], e se riuscivano a mettere le mani su qualcuno era la morte istantanea, provocata con le più indegne torture. Un’altra masnada stava appostata presso i porti fluviali, pronta a piombare sugli ebrei che vi approdavano e sulla roba che portavano per i loro commerci. Prendevano d’assalto le navi e rapinavano il carico sotto gli occhi dei proprietari; a questi legavano poi le mani dietro la schiena e li bruciavano vivi, usando come materiale da ardere timoni, barre, pertiche e impalcature di coperta. La più pietosa di tutte era le fine di quelli che venivano arsi vivi nel centro della città. Talvolta, per mancanza di legna, raccoglievano frasche, vi appiccavano il fuoco e le scagliavano sugli sventurati che nella maggior parte dei casi morivano semibruciati più per effetto del fumo che del fuoco […]. Molti li legavano ancora vivi con cinghie e corde e, strette loro assieme le caviglie, li trascinavano attraverso la piazza e saltavano sui loro corpi senza smettere neppure quando erano ormai cadaveri. Più crudeli e più selvaggi delle belve feroci, laceravano le loro membra pezzo a pezzo e a furia di calpestarle ne distruggevano ogni forma, in modo che non rimanesse neanche un frammento cui poter dare sepoltura”.

[Trad. di C. Kraus in Filone alessandrino e un’ora tragica della storia ebraica, Morano, Napoli 1967].

Questo brano tratto dalla Legatio ad Gaium (parr. 120-131) di Filone non colpisce soltanto per il pathos calmo della narrazione - con scene di esproprio, ghettizzazione, assassinio e insulto ai cadaveri - ma soprattutto per la sostanziale concordanza con le modalità dell’oltraggio ai corpi da parte dei “volonterosi carnefici di Hitler”. Al tempo di Filone non esistevano armi da fuoco né camere a gas e doveva ancora nascere un ragioniere della morte come Adolf Eichmann, ma il tentativo di annullare l’identità personale brutalizzando il cadavere e l’esecuzione dell’eccidio da parte di uomini comuni sono alcune delle procedure tipiche dei campi di sterminio nazisti.

Per approfondire questo tema si può leggere Peter Schäfer, Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico, Carocci, Firenze 1999, che ha il merito di aver rivisitato e divulgato le testimonianze raccolte nei tre voll. di M. Stern, Greek and Latin Authors on Jews and Judaism, Jerusalem 1974-1984 offrendo una panoramica aggiornata dell’antigiudaismo antico, integrando così le carenze del lavoro classico di Poliakov, il cui primo volume nella stesura originale risale al 1955.

Antigiudaismo a Roma
Si è già fatto cenno di provvedimenti di espulsione assunti da Roma nei confronti degli ebrei una prima volta nel 139 a. C. nel contesto di difesa del mos maiorum che un cinquantennio prima aveva visto il senatusconsultum de Bacchanalibus, e successivamente nel 19 d. C. per iniziativa di Tiberio. Certamente non si trattava di provvedimenti “razziali”, ma di misure religiose e sociali da inquadrare nella difesa dell’ordine pubblico e da attribuire al tentativo di contenere la presenza degli ebrei e di arginare il proselitismo. Alla base dello stesso pogrom di Alessandria c’erano sicuramente i disagi della convivenza all’interno della medesima città, ma anche le resistenze opposte all’autodivinizzazione di Caligola. E, del resto, a seconda degli imperatori, i giudei passarono da momenti di persecuzione (sotto Claudio vi fu una nuova cacciata impulsore Chresto) a momenti di tolleranza, come con Nerone, o addirittura di favore da parte della moglie dell’imperatore Poppea.

Ma l’atteggiamento di un popolazione verso un gruppo non si misura solo sulla base dei provvedimenti politici assunti, ma anche sulle opinioni che ci sono state trasmesse. Da questo punto di vista, i capitoli di Tacito, come si è visto, rappresentano la principale testimonianza di un atteggiamento di ostilità che, se non coivolgeva tutta la popolazione romana, almeno serpeggiava tra le classi colte.

L’ostilità verso gli ebrei
Cicerone, per esempio, attacca gli ebrei in quanto gruppo di pressione influente nelle pubbliche adunanze, la cui barbara superstitio è incompatibile con il mos maiorum (Pro Flacco 67); Giovenale e gli scrittori satirici pongono l’accento su singole usanze ebraiche, ma da parte loro il riferimento è ricercato in quanto soggetto di ironia, senza per questo esprimere ostilità di principio. Quando Orazio nella satira I 5, di fronte al fronte al cosiddetto “miracolo di Egnatia” (incenso che bruciava senza bisogno di fiamma sulla soglia di un tempio) osserva credat Iudaeus Apella (v. 100), non esprime che generica ironia nei confronti della superstizione degli ebrei. E quando nella satira I 9 l’amico Aristio Fusco si esime dal sottrarre Orazio all’importuno seccatore adducendo come scusa che è sabato e non vuole mancare di rispetto agli ebrei circoncisi (vv. 69-70), è difficile cogliere nelle sue parole qualcosa di più impegnativo della battuta ironica.

Ma, a proposito di circoncisione e sabato ebraico, basta leggere le astiose parole di Rutilio Namaziano (inizi del V sec. d. C.) per ritrovare la livida avversione antiebraica che abbiamo conosciuto in Tacito. Rutilio, in fuga verso la Gallia Narbonese dopo il sacco di Roma del 410, fa una sosta a Falesia, poco a nord di Piombino, dove subisce la scortesia di un locandiere giudeo:

aveva in consegna quel luogo un giudeo rognoso,

una bestia ostile al cibo degli uomini.

Ci accusa di alberi spezzati, di alghe calpestate

e ci chiede i danni per aver toccato un po’ d’acqua.

Gli rendiamo gli insulti dovuti a quella razza oscena

che senza pudore si falcia il prepuzio:

radice di stoltezza, cui stanno a cuore i sabati freddi,

ma il cuore è più freddo della loro superstizione.

Ogni settimo giorno è condannato a ozio infame,

come immagine lassa del loro dio stanco.

Gli altri deliri di un pulpito mendace

neppure i bambini potrebbero crederli.

Oh se la Giudea non fosse mai stata domata

dalle guerre di Pompeo e dall’impero di Tito!

Più in largo ora serpeggia il contagio di tal peste recisa

e la razza vinta opprime i suoi vincitori. (De reditu suo I, 383-398)

Il funzionario imperiale in fuga dal passato se la prende con tutti (sono celebri le invettive contro i monaci della Capraia e della Gorgona), ma in questo caso il suo livore sembra trascendere la situazione e riferire opinioni antigiudaiche condivise. Sulla strada della tradizione stoica conduce, in particolare, il verso finale, a monte del quale non sta tanto l’oraziano Graecia capta ferum victorem cepit (Epist. II 1, 156) quanto un frammento antiebraico di Seneca giunto attraverso Agostino (De civitate Dei VI 11): “Le abitudini di questo popolo (gli ebrei) si sono diffuse in modo così perverso che sono state accolte ormai su tutta la terra: e i vinti hanno imposto leggi ai vincitori”.

La paura degli ebrei

Questo giudizio di Seneca, come i capitoli di Tacito, riassume e dimostra l’effettiva consistenza della giudeofobia: la classe dirigente romana temeva che i giudei, nonostante la sconfitta del 70 d. C., potessero riprendersi e, diffusi com’erano in tutte le regioni dell’impero, far fronte comune contro Roma.

Tacito attendeva alle Historiae nel primo decennio del II sec. d. C.: quindi non poteva aver visto le rivolte che tra il 115 e il 117 coinvolsero numerose comunità della diaspora, divampando in Cirenaica, in Egitto, a Cipro e in Mesopotamia; ma l’accumulo di tensione che sarebbe tornato a coinvolgere la Palestina in età adrianea forse già si avvertiva, e con esso ci si rendeva conto che la distruzione del Tempio, accentuando la diaspora, non aveva sortito l’effetto desiderato. Si era voluto colpire gli ebrei distruggendone il centro di aggregazione e se ne era favorita la diffusione.

Come osserva Schäfer, “i romani non amavano gli ebrei perché ne avevano paura, e ne avevano paura a causa della crescente attrattiva che esercitavano sulla società romana” (op. cit., pp. 268-269). L’accusa di proselitismo che viene continuamente mossa agli ebrei non deve dunque essere intesa nel senso che questi si impegnassero attivamente nella ricerca di nuovi adepti - il loro separatismo non favoriva certo un proselitismo attivo - ma si limita probabilmente a prendere atto di una situazione di fatto, che vedeva crescere curiosità e interesse per i costumi di questo popolo altro da sé. Se lo stesso Tacito, nonostante la sua aperta ostilità, non nasconde interesse per il monoteismo ebraico (”considerano che l’essere supremo sia eterno e inimitabile e imperituro”, cap. 5, 4), c’è da pensare che il fascino delle nuove religioni, attestato dal diffondersi del cristianesimo, non escludesse affatto l’ebraismo.

Un’agile ma problematica ricognizione di questo aspetto del tema è svolta nel saggio di G. Firpo, I Giudei, in Storia di Roma, II 2, Einaudi, Torino 1991, pp. 527-552

Antigiudaismo pagano: conclusioni

Il rapporto tra paganesimo ed ebraismo fin qui delineato può dunque essere sintetizzato così: la distruzione del tempio di Elefantina dimostra che nell’antico Egitto germinarono i primi barlumi di antigiudaismo, destinati a crescere in epoca ellenistica fino al pogrom di Alessandria del 38 d. C.; da parte di Roma, poi, l’atteggiamento diviso tra attrazione e repulsione rispecchiava la singolare combinazione di esclusivismo e successo di cui godeva l’ebraismo, mentre il timore che la religione giudaica potesse contribuire a distruggere definitivamente i valori culturali e religiosi della società romana determinava una diffusa ostilità verso gli ebrei da parte della classe dirigente pagana.

Tale ostilità, tuttavia, non sfociò in un vero e proprio antigiudaismo di stato - con l’unica eccezione delle misure antiebraiche assunte da Adriano nel 135 - e si limitò a filtrare nell’attenzione prestata dagli intellettuali agli aspetti singolari dell’ebraismo, con un atteggiamento di accentuata repulsione per il particolarismo ebraico.

da

http://ospitiweb.indire.it/~copc0001/ebraismo/cristian.htm

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