
Il Dolmen di Piacenza, di William Xerra
Dolmen e libertà: a Piacenza esiste un importante monumento, dedicato alla libertà e alla resistenza italiana, è il monumento alla Resistenza di Piacenza, il cui autore è un importante artista, William Xerra.
Si tratta del monumento che William Xerra ha realizzato nel 1976 sullo Stradone Farnese, all’incrocio con Corso Vittorio Emanuele. A suo tempo era uscito un libretto, a cura del consiglio provinciale federativo della resistenza, per spiegare il significato dell’opera ed é significativo: le letture sono diverse e tutte interessanti, ma certamente poco popolari e inaccessibili ai più. Il concetto base é che i valori della resistenza non hanno né tempo né appartenenze etniche, da qui la scelta del dolmen.
E’ di grande interee leggere la sua intervista, le sue riflessioni sull’arte, la sua filosofia di vita, quel che pensa il creatore del singolarissimo monumento in Piacenza
Sul dolmen, in altra intervista, ha detto anche “il Dolmen non fu acquistato (dal comune di Piacenza), però ebbi la possibilità di collocarlo in un punto strategico e ancor oggi la considero un’opera forte”.
Xerra William, il Cireneo di Ziano
Esploratore di confini materiali e spirituali. Così si presenta oggi William Xerra, pioniere coraggioso della contemporaneità artistica piacentina a partire dagli Anni ‘60. Fu protagonista attraverso poesia visiva, performance, happening, passando dal tema dell’alienazione fino al recupero del frammento (parola, immagine, oggetto) dentro le sue opere. facendone un’àncora di sopravvivenza e forse un’ossessione d’immortalità racchiusa in un brandello, come avrebbe detto Gino De Dominicis. Ancora oggi, uomo liberamente attratto da una ricerca sempre mobile, insofferente alle classificazioni, colta, ma - grazie al cielo - appassionata. Con i sigilli forti dei suoi segni, “Vive” e ora “Mento”, sentinelle dell’avventura. Ne dà conto in questi giorni una mostra antologica alla Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate. Un compiuto riconoscimento all’artista proteiforme (peccato che Piacenza non abbia saputo fare altrettanto).
Insomma, siamo ad una tappa importante per Xerra, che incontriamo nella sua casa-torre di Ziano, sulle colline del vino. Agglomerato antichissimo, pieno di angoli segreti: il cortiletto, il forno, i sassi e il muschio, pertugi e scorci di un luogo iniziatico disseminato delle intuizioni artistiche di tutta una vita, che si spalanca, da ultimo, sull’altissimo studio inondato di luce zenitale. Tagliente come il diamante. Xerra questa sua casa ce la fa scoprire a poco a poco, con gli occhi vigili, allegri e saggi di chi, in ogni particolare, ha nascosto un sapere, un gesto, un interrogativo.
William, cominciamo con una domanda difficile. Nel tuo lavoro c’è una costante, vitale compenetrazione tra passato e presente, basti pensare al segno “Vive”. Cosa significa per te il tempo?
«Il tempo è border-line, linea di confine tra vita e morte, simile al senso di religiosità che ci circonda o al senso del mistero, dice Norberto Bobbio, che pure è ateo. Nelle recenti riflessioni al Centro San Fedele sulla crocifissione (in margine alla mostra milanese che confronta sul tema del Cristo inchiodato l’opera seicentesca di Giovan Battista Crespi e quella contemporanea di Xerra, ndr) ho parlato della vita come di una sala d’attesa dove tutto può accadere, nella consapevolezza però che al mondo nessuno potrà aggiungere o togliere qualcosa. Il mistero della morte è il nostro profondo, mistico desiderio. Desideriamo la morte come conoscenza. Ma c’è anche l’idea di annullare il tempo, sostiene il critico Marco Senaldi quando fa riferimento al “Mento” (nuovo segno distintivo di Xerra, ndr) dove il vero può diventare falso e viceversa. Sono temi che mi tormentano sul piano artistico e spirituale ed è ciò che oggi mi mantiene in vita nel lavoro e nella felice fatica di operare».
E’ importate la fatica fisica?
«La fatica mi piace molto, è fondamentale, seppure i computer, le nuove tecnologie ci stanno separando dalla fatica. L’artista una volta tirava le tele, scolpiva quintali di marmo. Io conservo la fatica, preparo le tele, me le inchiodo. La considero il sale e il pepe intorno al lavoro. Anche se a fine Anni ‘60, inizio Anni ‘70, mi hanno considerato un ribelle che non aveva voglia di far niente se mettevo il segno “Vive” su opere già fatte o mezze cancellate, o su recuperi e frammenti di tele antiche. Era un momento molto concettuale, anche grazie alla spinta che veniva dalla conoscenza dei poeti del Gruppo ‘63».
Torniamo al tempo, oggi come è cambiata la tua riflessione?
«Questo momento storico è folle e fantastico se pensiamo a dove ci sta portando la scienza. Ma la felicità del sapere, per gli artisti, per gli uomini di cultura, c’è sempre stata. Ora ci siamo accorti che l’infinito è anche dentro di noi, che la particella più piccola si divide ancora e non sappiamo fino a quanto. L’artista lo ha sempre intuito, sa che c’è un tempo che si può misurare e un tempo oscuro. Sono temi filosofici che appartengono al passato come al presente, basti pensare a Piero della Francesca. Da parte mia sono molto preso dai confini interiori, specie negli ultimi anni».
Intanto dal segno “Vive” sei arrivato al “Mento”, puoi spiegarci questo passaggio?
«Qualche anno fa attraversavo un momento un po’ difficile, con la tecnologia che avanza e con cui non ho confidenza. Ho guardato il mio lavoro, l’ho confrontato con il sistema dell’arte, spesso troppo falso. La massa, la critica, gli addetti, accettano ormai tutto. Vai alla Biennale di Venezia, vedi del fieno in mostra, ti interroghi su un gesto che riporta forse ai campi, alla natura, ma a questa stregua ogni cosa si può giustificare. Tutto ciò è, per me, una specie di resa, una resa intelligente. Come dire, non ce la faccio attraverso il vecchio sistema di misura ad affrontare un’opera d’arte, allora mi arrendo e veniamo a patti. E ciò accade anche perché viviamo un periodo di provvisorietà prima della tempesta. Non c’è rivoluzione nell’arte, solo piccole sfumature che il tempo cancella, spalma, lasciando qualche frammento al futuro. Allora ecco che il “Mento” dice: sono consapevole di una mia eventuale bugia, attraverso una contaminazione. Noi, anche con tutta la nostra durezza, siamo deboli, distratti, inquinati quanto il nostro tempo. E in attesa di un nuovo evento, ecco il “Mento”».
In qualche occasione, recentemente, hai parlato di «verità dei sensi». Cosa intendi?
«Al centro San Fedele dicevo che la strada della verità non è mai pronta a farsi riconoscere, anche quando il nostro sguardo, lavorando ad una immagine, ci porta ad ascoltare l’immagine, a sentirla nei suoi umori, nella sua materia, a gustarne il contenuto come fosse un cibo. La nostra immaginazione si mette in moto, a volte guardando arrivi al tatto, tocchi. Anche uno sfioramento comprende tante cose, di cui l’amore è l’apice più forte, ma lo sfioramento è sul confine tra un tempo noto e l’altro tempo. Quando sei al confine tutto accade in un attimo, è un lampo da cogliere. E se ci arrivi puoi considerarti una persona felice, ogni tanto io spero di esserci arrivato, ma qualcuno sorride quando dico queste cose».
Anche di memoria hai parlato.
«Penso alla mia copia del Cristo morto di Mantegna, in questo lavoro ho trovato un recipiente di memoria, la vitalità del nudo-morto. Sono stato travolto nel nulla assoluto, al di là dell’essere e del non essere. E’ un lavoro-indagine sul senso del mistero».
Cos’è l’arte per te?
«E’ quel pugno di sabbia che, se non tieni ben stretta, ti può sfuggire da un momento all’altro. Devi saperla usare, impastare con l’acqua. E la si impara dai grandi. Abbiamo il vizio di guardare a maestri deboli, invece bisogna puntare ai grandi, senza paura. Si impara dalle imprese cosiddette impossibili, rischiando. Invece siamo ingabbiati nella perdita di senso. Io però mi sento combattivo. E’ giusto cadere, inciampare, andare avanti. Come il patriota che corre con la sua bandiera….».
Ti senti un po’ soldato?
«Sì, un poco sì».
William, la tua produzione è molto varia, come documenta la mostra di Gallarate, ma cosa ti ha portato ad abbandonare la strada concettuale, raggiunta assai prima di tanti altri?
«C’è chi mi ha già chiesto come mai io che ho realizzato i flipper, i video negli Anni ‘70, poi sia tornato alla pittura. Ad un certo punto ho avuto bisogno di una nuova carica, qualcosa era finito. Per non ripetermi, ho scelto altre vie. Mi è accaduto di tornare a dipingere paesaggi, figure, come in campagna a Brugneto, nel 1982. Ho vissuto un’esperienza che avevo dimenticato, trascurato. Ho guardato le stalle, ho sentito la campana che suonava; sono andato al vecchio cimitero, che avevo visto nel 1970-’71 quando presi le lapidi dismesse, e dunque in un’altra chiave. Sono stato richiamato al colore, al piacere dell’immagine. Ma poi, perché non dare la possibilità ad un musicista di suonare tutte le arie che gli va di suonare? Pensiamo ad una sintesi di Man Ray. E’ molto difficile farla, perché ha toccato diversi tasti. Ma sono proprio i grandi che ci hanno dato tante aperture. E il critico deve essere in grado di conoscere un uomo di cultura attraverso tutta la sua varietà. Invece ti riconoscono perché fai lo stesso quadro, la stessa operazione, la stessa installazione per mille volte. Io non sono fatto così. Ho realizzato cose che ritengo importanti e, quando è stato il momento, mi sono rinfrescato all’acqua di fonte».
C’è una bussola per muoversi nella grande, frastornante, ricchezza dei linguaggi artistici contemporanei?
«Viviamo una dispersione, una sottile e arida disperazione. Ci sono troppi linguaggi, troppi codici, le nostre «letture» sono distratte. Con la perdita di ideologie e dei miti, l’arte contemporanea si trova senza l’intensità di rappresentazione del senso della vita».
Vai a vedere mostre?
«Sì, raramente, ho sempre poco tempo per me e poi mi wwwralizza vedere opere che sono solo invenzioni a tavolino. Un lavoro che mi ha invece colpito e appassionato l’ho visto alla rotonda della Besana a Milano, una grande installazione di Peter Greenaway, più noto come regista. A volte i registi e gli scenografi hanno un occhio particolare, e producono opere assai più efficaci di tanta arte contemporanea. Ma sono installazioni fuori dalla portata economica».
Hai rimpianti?
«Se potessi tornare indietro rifarei tutto quello che ho fatto. Senza la timidezza mia, proverbiale, di un tempo. Quando ho fatto il Dolmen, che in fondo è stato un blitz, ricordo alcuni artisti che mi guardavano in un certo modo. Credo di avere avuto, comunque, un certo coraggio».
William, dove va oggi il tuo lavoro, così fortemente improntato ad una meditazione religiosa?
«In questi anni ho riflettuto sulla spiritualità e sui confini, come dicevo. Prima aggiungevo il frammento nei miei lavori, era una memoria forte, oggi attuo lo strappo del frammento, anche mentale, che mi porta ad un buco, sai come i buchi neri?, e al cosmo. Il frammento viene tolto, strappato, resta il buco nel quadro incorniciato dal mio lavoro. Questo buco vorrei aumentarlo, come concetto, a tutta la superficie del quadro fino ad annullare i piaceri dei sensi. Non so dove andrò, ma è un momento felice, e vivo con coscienza questa avventura».
tratto da La Libertà

Merlino-Myrddin








