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Il culto celtico delle teste tagliate

Il resoconto di Tito Livio, la battaglia degli alberi, la testa tagliata e il tempio celtico

Nelle vaste distese boscose che occupavano un tempo il nostro territorio non si celebravano solo riti religiosi o si svolgevano atti importanti della vita pubblica, ma si combattevano anche sanguinose battaglie. Queste foreste si rivelarono un valido alleato per i Galli Boi che, diventati amici di Annibale ai tempi della seconda guerra punica, cercavano di resistere agli invasori Romani.
Nel 218 a. C. il pretore Lucio Manlio, che marciava in soccorso di un plotone romano assediato a Modena fu sorpreso in una selva e ridotto così a mal partito da essere costretto a cercare scampo nell’avamposto romano di “Tannetum” (Polibio III, 40). Dopo due anni, nel 216 a. C. fu addirittura un esercito consolare ad essere annientato nella Silva Litana; in una vera e propria “guerra vegetale” perse la vita il console Postumio Albino (Tito Livio, Storie - Ab. Urb. XXIII, 24; FRONT., Strat., I, 6).
Il fatto avvenne durante l’inverno tra il 216 ed il 215 a.C. Pochi mesi prima Annibale, capo dei Cartaginesi, aveva potuto contare sull’alleanza di tutte le tribù celtiche della Valle Padana, ad esclusione dei Cenomani bresciani e veronesi ed aveva inflitto una pesantissima sconfitta ai Romani presso Canne. Questo episodio aveva aperto la via alla ribellione di quasi tutte le tribù celtiche che presero ad assediare Piacenza e Cremona, presidi romani. Durante la buona stagione i Romani erano soliti effettuare delle puntate offensive verso la Romagna allo scopo di razziare i raccolti, i villaggi e le piccole fortificazioni collinari. Durante uno di questi episodi, forse grazie ad una rete di false informazioni realizzata dai Boi, circa 25 mila (secondo Livio) tra legionari ed alleati dei Romani si addentrarono nella Silva Litana probabilmente con la promessa di far cadere nelle loro mani bande in forza ai Cartaginesi [Un avvenimento a metà tra storia e leggenda Gli alberi che caddero in testa ai Romani di Alessandro Barzanti]

Quella che per i Romani fu una battaglia trappola, sarebbe avvenuta fra Lancisa e Lizzano Pistoiese. Nella fitta selva, chiamata dai Boi Litana o Lizana (da cui il nome Lizzano) (Sulle origini del nome di questo paese come degli altri di cui si parlerà, va detto che si tratta o di ipotesi riportate da autori antichi, o di fonti storiche che sono però talvolta fra loro contrastanti. Le derivazioni dei nomi dei paesi vengono quindi riferite tenendo conto di questa osservazione) i Galli incisero “gentilmente” alberi e rami dall’una e dall’altra parte della strada, in modo non visibile e che appena si sostenessero [La strage fu effettuata con la tecnica della “tagliata”, e cioè tagliando parzialmente gli alberi della foresta che venivano poi fatti precipitare addosso al nemico]..

“C’era una enorme foresta - racconta Livio - i Galli la chiamano Litana, attraverso la quale Postumio Albino voleva far passare l’esercito. Negli alberi di quella foresta, a destra e sinistra della strada, i Galli praticarono tagli in modo che essi, se lasciati stare rimanessero diritti, se spinti da un lieve urto cadessero. Postumio aveva due legioni romane ed aveva arruolato dalle coste del mare un così grande numero di alleati, che introdusse nel territorio nemico venticinquemila armati. I Galli, si erano appostati attorno al bordo estremo della foresta e, allorchè l’esercito entrò nella selva, diedero una spinta agli ultimi alberi tagliati. Questi crollarono l’uno sull’altro, abbattendosi giù dai due lati e seppellirono armi, uomini, cavalli; scamparono a mala pena dieci uomini. I più furono uccisi dai tronchi degli alberi e dai rami spezzati; i Galli che erano appostati tutti intorno alla selva, massacrarono la massa rimanente in preda allo scompiglio a causa dell’imboscata, pochi furono catturati mentre cercavano di raggiungere un ponte sul fiume precedentemente occupato dai nemici. Qui Postumio cadde lottando con ogni forza per non essere preso. I Boi festanti portarono le sue spoglie e la sua testa tagliata nel tempio, che presso di loro era più sacro. Ripulita poi la testa come è loro costume, ornarono il teschio con un cerchio d’oro, e questo era per loro un vaso sacro con cui libare alle solennità, e allo stesso tempo una coppa per i pontefici e per i sacerdoti del tempio e, agli occhi dei Galli, il bottino fu non minore della vittoria”.