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Geis: l'ingiunzione degli antichi celti

L'ingiunzione celtica

Geis: l’ingiunzione degli antichi celti





Geis (pl. geasa). Significa “interdetto, ingiunzione” e per estensione, con termine recente, tabù. Tuttavia alcuni celtisti moderni respingono tale interpretazione estranea al pensiero indoeuropeo, in quanto di valore unicamente negativo e di diniego. Il geis ha invece anche un senso positivo, in quanto incantesimo della parola.

La scrittura presso i celti aveva prevalentemente un ruolo magico ed era contrapposta in modo netto alla tradizione orale; a riprova di quanto detto ricordiamo che una maledizione lanciata oralmente poteva benissimo essere annullata o modificata pronunziando altre invocazioni che ne esorcizzassero l’effetto; un incantesimo o una maledizione scagliata attraverso la scrittura su un ramo di nocciolo o di tasso era invece irrevocabile e rivestiva carattere assoluto.

Scrivere era quindi per i Celti ed in special modo per i Druidi un atto raro e soprattutto pericoloso, questo non significa che i Celti sconoscessero l’uso della scrittura, erano soltanto molto attenti e guardinghi riguardo all’uso di tale pratica.

Il divieto era conosciuto con il nome di Geis, termine che ha la stessa radice della parola Guth (voce), da questo assioma nasce anche il nome attribuito al sacerdote “specializzato” o sapiente, il Gutuader, cioè il “Padre della Voce” oppure “Colui che incanta con la Voce”. A questo proposito ricordiamo un altro momento della Tradizione dei Celti che molto si avvicina al mondo della Stregoneria e della Magia, il ritmo della voce; era usanza diffusa presso i Druidi quella di tenere a mente una enorme quantità di versi e formule aiutandosi con articolazioni e riferimenti ritmici, questo passaggio era quasi obbligatorio in quanto sarebbe stato impossibile tenere in memoria l’enorme quantità di dati che richiede la Tradizione dei Celti. Si usava mantenere dei riferimenti sempre uguali e cadenzare le strofe in modo ritmico, in tal modo l’assonanza con i versi successivi era quasi una conseguenza logica; questo metodo era in parte derivato dalle cadenze ritmiche degli incantesimi, cadenze che davano potenza alla parola ed alla forma che essa doveva prendere per estrinsecare l’intenzione. Il ritmo delle formule e dei rituali divenne in seguito retaggio delle grandi spiritualità, della Stregoneria medioevale e degli insegnamenti di Pitagora in relazione all’universo come insieme perfetto di suoni ed armonie.

La Britannia come centro sacro del druidismo intero è attestata dall’episodio di Dumnorige, il fratelo di Diviziaco, che rifutò di seguire Cesare nellavventura in Britannia adducendo motivi religiosi, e per questo il vendicativo proconsole romano lo fece proditoriamente assasinare: il rifiuto ha una chiara origine. “Dato il carattere sacro, la Britannia era inviolabile per i Galli: nessun guerriero celtico poteva sbarcare in armi e con intenzioni ostili, senza infrangere uno dei più gravi geasa (tabù) della propria religione” (Zecchini, Vercingetorige, Laterza 2003, pagg. 30-31)

Il geis di Cu Chulainn
Cuchulainn: il nome significa “Cane di Culann” ed è figlio del Dio Lug e della sua sposa Eithne. Suoi genitori terreni sono re Conchobar e sua sorella Deichtire. Il padre adottivo è Sualtam e il padre putativo è il bardo Amorgen. I suoi quattro padri lo rendono l’eroe delle quattro parti dell’Ulster. Il suo nome originale è Setanta, (”colui che è in cammino”), ma assunse il nome definitivo dopo l’uccisione del cane da guardia del fabbro Culann. È caratterizzato da una straordinaria forza e bellezza. I suoi occhi hanno sette pupille ed egli può ritrarli nella testa o sporgerli. I capelli sono di tre colori, il corpo emana un calore che fa bollire l’acqua in cui si bagna, nessuna donna resiste al fascino del suo valore. Protagonista dell’epopea Tain Bo Cualnge, è l’eroe solare del ciclo dell’Ulster.
Con l’aspetto di un grande corvo, la Morrigàn profetizza la vittoria alle forze dell’Ulster, tenendo nascosta la terribile notizia ai guerrieri del Connacht. Il grande eroe di questo conflitto è Cù Chulainn, il Mastino dell’Uster. Per tutto questo ciclo epico, il Mastino dell’Uster stesso viene braccato dall’astuta e seducente Morrigàn, che lo aiuta ma che, infine, lo sconfigge: tenta di sedurlo, lui rifiuta e lei lo attacca per vendicarsi. Lei lo inganna, riuscendo a fargli rompere il suo geis, il sacro voto: Cù Chulainn mangia la carne di un cane, suo omonimo. Indebolito si reca in battaglia. Poco dopo, la Morrigàn gli appare come la Lavandaia del Guado, intenta a lavare il sangue dalla tunica di lui, segni inequivocabili di morte imminente:
Stava lavando vesti imbrattate di sangue nella corrente, gemendo e singhiozzando tutto il tempo. Mentre il Mastino guardava, lei sollevò la veste che stava lavando e lui si accorse che era la sua tunica. Dalla veste prese a sgorgare sangue e l’acqua divenne rossa.
E Cu Chulainn venne ucciso.